Chiesa di Santa Anastasia - Verona

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Chiesa di Santa Anastasia

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Corso Santa Anastasia - Verona Inverno (Novembre-Febbraio): Feriali 10.00 – 13.00/13.30 – 16.00 Festivi 13.00 – 17.00
Estate: (Marzo – Ottobre): Feriali 10.00 - 18.00 Festivi 13.00 – 18.00
LA STORIA

La basilica di Sant'Anastasia è certamente il più rilevante monumento religioso in stile gotico di Verona. S'ignora chi fu l'architetto, ma la costruzione della chiesa ebbe inizio intorno al 1290 e fu sostenuta con larghezza di mezzi dagli Scaligeri. Il sito scelto per la costruzione è vicinissimo a Piazza dei Signori, dove i Della Scala avevano i loro palazzi; quindi è presumibile che - fin dall'inizio - Sant'Anastasia dovesse diventare la chiesa ufficiale della loro corte.

Segni sicuri dell'interesse che gli Scaligeri mostravano per l'erigenda basilica, si ritrovano, ad esempio, nel fatto che Alberto I, Cangrande e Cansignorio - nei loro testamenti - lasciarono cospicue somme a favore della chiesa.

Nota il Simeoni che il tempio, secondo le intenzioni dei suoi costruttori, si doveva chiamare San Pietro Martire, essendo stata dedicato - dai Domenicani - al celebre inquisitore veronese. Per la pietà popolare, invece, la basilica continuò ad essere intitolata a Sant'Anastasia. Il nome tradizionale fu mantenuto anche perché - nel posto della nuova fabbrica - esisteva da oltre quattro secoli una chiesetta primitiva, dedicata alla Santa.

Alla costruzione di Sant'Anastasia contribuirono inizialmente le offerte dei devoti. Rilevanti furono i contributi di Guglielmo di Castelbarco, amico di Cangrande I, e di un altro veronese: Domenico Merzari. Alla sua morte, Guglielmo volle essere sepolto in un'arca presso la basilica.

La costruzione della chiesa durò più di un secolo. Nota sinteticamente il Simeoni che:

"Nel 1471 la chiesa era consacrata, ma non ancora completamente abbellita, come avvenne poi, con splendide cappelle e con altari barocchi. La chiesa è di stile gotico italiano, a tre navi con crociera e cinque absidi poligonali. Un'accurata restaurazione ebbe negli anni 1878-1881".

L'ESTERNO

La facciata non è completa, nonostante alcuni progetti presentati nel 1430 e nel 1522. Il risultato si compendia come segue: si ha una porta gotica, i pilastri d'epoca rinascimentale, la parte superiore priva di rivestimento di mattoni.

Il muro, fino al portale, risale agli anni del Castelbarco (1315-1320). A lui si devono pure i muri perimetrali. Appartengono al secolo XV i pannelli in marmo di stile rinascimentale, che narrano la vita di San Pietro Martire: di essi, solo due sono rimasti, dopo le spoliazioni napoleoniche.
Notevole è il grande portale biforo, che si apre al centro della facciata. Il portale, archiacuto e di stile gotico, fu terminato verso il 1330 ed è ornato da pitture e da sculture: esso è formato da cinque colonnine leggere, di marmi bianchi, rossi e neri da cui "partono i cordoni che salgono a formare gli archi".

Dalle cordonature si svolgono i grandi archi concentrici a sesto acuto. Dalla colonna mediana, che divide la porta, si svolgono due archi pure a sesto acuto, che vanno a poggiare su due pilastri laterali. Questi due archi minori sono chiusi dall'architrave del portale.

Nella lunetta principale campeggia la SS. Trinità, simboleggiata nelle figure del Padre Eterno, seduto sopra un'elegante cattedra di stile gotico, che sostiene fra le sue ginocchia il Crocefisso, mentre le Spirito Santo è indicato dalla colomba che si libra sopra il Cristo. Volano due angeli sopra la Triade e accanto a questa stanno inginocchiate due persone in adorazione. A destra c'è una figura maschile, probabilmente San Giuseppe, mentre la figura di sinistra è sicuramente la Vergine.

Venendo alle due lunette minori, in quella a destra è raffigurata la popolazione veronese che si presenta all'adorazione della Triade ed è guidata dal Vescovo che tiene nella sinistra lo stendardo della città; nell'altra lunetta, vediamo San Pietro Martire, che, tenendo in mano lo stendardo domenicano a colori bianco e nero, guida i suoi frati pure ad onorare la SS. Trinità.

I due archi minori, sono chiusi inferiormente dall'architrave che è decorato da sei storie in scultura, tre in rispondenza con l'apertura di sinistra e tre in rispondenza con l'apertura di destra; da sinistra a destra, le rappresentazioni sono: Annunciazione, Nascita di Gesù, Adorazione dei Magi, la via al Calvario, Crocifissione, Resurrezione.

Ai due fianchi dell'architrave abbiamo, a destra una statua di Sant'Anastasia e a sinistra la statuetta di Santa Caterina della ruota. Le sculture sono un po' dure, e così anche la statua di dimensioni maggiori, la quale si erge elegantemente sulla colonnina. Questa statua rappresenta la Vergine col Bimbo ed è nello stile della scuola veneziana. Il grande portale sembra sia stato costruito da Pietro da Porlezza verso il 1462. Le due imposte di legno sembrano del sec. XV.

La colonna centrale presenta verso la sua metà, tre altorilievi, posti rispettivamente sulla fronte e sui due lati. L'altorilievo di fronte rappresenta San Domenico con il simbolo della stella, sotto i suoi piedi; quello di sinistra rappresenta San Pietro Martire e quello di destra presenta la scena di San Tommaso, che istruisce un giovane monaco. San Tommaso tiene nella sua sinistra un libro, a lui spettante come dottore e con la destra regge una chiesa. Sotto al rilievo di San Tommaso è scolpita la luna, e sotto a quello di San Pietro Martire, vediamo il sole.

Del campanile si hanno poche notizie; si innalza svelto, leggero su l'ultima Cappella alla sinistra di chi guarda l'altar maggIore. La cella Campanaria ha per ogni lato una grande finestra trifora; al di sopra corre tutto intorno un poggiolo, costruito di mole piccole, esili ed eleganti colonne; dal piano del poggiolo, s'innalza il cono con cui termina il campanile. Lo stile è del primo 400 e i pochi dati che possediamo ci rimandano appunto a quell'epoca, tuttavia non è da escludersi l'ipotesi che sia stato iniziato anche prima del sec. XV.

Abbiamo appena un documento che ne parla, ma è d'età avanzata e perciò non ci interessa per sciogliere la questione. Solo sappiamo che nel 1414 non era ancor compiuto. (Vi è un documento del Notaio Antonio de Cavaion - del 1433 -col quale i Padri vendettero per 50 ducati una casa dipendente da un livello istituito da Giovanni Montebello impiegando la somma per il campanile).

Tre piccole pietre incastonate si trovano ai tre lati dove si leggono ancora a malapena i caratteri del principio del sec. XV "Christus Rex / Venit in pace / Deus et Homo / factus est". Il campanile fu restaurato nel 1555 perché colpito da un fulmine ed un secolo dopo, nel 1661, colpito nuovamente da un fulmine. Fu poi restaurato.

L'INTERNO

L'interno della maestosa chiesa - da dodici grandi colonne di marmo bianco con i capitelli gotici - è diviso in tre navate congiunte da volte a crociera. Le quattro colonne, componenti la prima e la seconda coppia dall'altar maggiore, hanno l'arma Castelbarco con leone rampante. Si devono quindi alla munificenza del signore trentino che, a sue spese, aveva fatto costruire anche il pontile, oggi distrutto. La pianta della chiesa è a croce latina, con una grand'abside fiancheggiata da quattro cappelle.

Accanto alle due prime colonne si notano le celebri acquasantiere sorrette dai due gobbi: quello a sinistra dicesi di Gabriele Caliari padre dell'immortale Paolo Veronese; quello di destra, si ritiene di Alessandrino padre di G. Battista Rossi detto il "gobbino"; ma il Pellegrini afferma che fu scolpito da Paolo Orefice.

Piegando quindi nella navata a destra dopo il battistero e la lapide col busto del poeta Bartolomeo Lorenzi, incontriamo via via

ALTARE DEL REDENTORE

Qui un tempo c'era la Cappella di S. Croce; ora s'innalza il celebre altare dei Fregoso, capolavoro di Danese Cattaneo da Carrara. La statua di mezzo rappresenta il Redentore ed è pregiata per le sue forme delicate e strettamente rispondenti all'anatomia umana. La statua che, nell'altare, sta a sinistra di chi guarda, è un ritratto nel quale si riconosce Giano II, generale del sec. XVI.

ALTARE DI S. VINCENZO FERRERI

L'altare, in origine, era ornato colle armi dei Manzini e dei Maffei. Esso era dedicato alla SS. Trinità. La pala rappresenta S. Vincenzo dipinto da P. Rotari. Nel muro, a sinistra dell'altare, vedesi un monumento piccolo, ma non inelegante, eretto dalla città alla memoria di Vincenzo Pisani podestà di Verona (1757); fu scolpito da G. A. Finali su disegno di A. Cristofoli. È costituito da un'urna con genietti sorretta da leoni e sormontata dal busto.

ALTARE DELL'IMMACOLATA

Dapprima era dedicato a Santa Maria Maddalena: fu eretto da P. Bonaveri. I bassorilievi che n'ornano la volta devono ascriversi alla fine del sec. XV.
Il fresco che ammirasi nella lunetta è del Liberale. Sull'altare stava l'ancona, che (ora appesa vicino alla porta laterale della chiesa) rappresenta la Maddalena, Santa Caterina, Santa Toscana. La cappella, esternamente, è decorata con gli affreschi della Deposizione e della Gloria degli Angeli. Il gruppo dell'Immacolata, da cui s'intitola adesso l'altare è scultura del bassanese Orazio Marinali e fu trasportato qui al principio del sec. XIX dall'Oratorio della Concezione presso la chiesa di Santa Maria in Chiavica. Gli stipiti e l'arco sono in marmo con i finissimi intagli del sec. XV, in tutto simili a quelli dell'altare precedente. Sulla destra è la tomba di Ornano Francesco (appartenente ad un'illustre famiglia della Corsica), che ebbe molta parte nelle guerre della sua patria.

ALTARE DI SAN MARTINO

La Porta che immette in via Sottoriva era fino al finire del sec. XVI dov'è ora l'altare di San Martino che fu fatto costruire nel 1541 da Florio Pindemonti come appare dall'iscrizione posta sulla tomba Pindemonti a destra (di chi guarda). L'altare è un'imitazione lontana dell'antico Arco dei Gavi. La pala di San Martino che regala il mantello al povero e la Madonna in alto è di F. Caroto; ma è opera stanca e si capisce, degli ultimi anni.
Forma la mensa dell'altare una grand'arca di marmo rosso con croce in rilievo su un capo, ove riposò il Vescovo Pietro della Scala (1295) la quale era prima sotto una delle scale del pontile.

A destra, infisso al muro, fu eretto un piccolo monumento in onore di Isotta Nogarola Pindemonti, con l'epigrafe laudatoria.

Su una delle colonne della navata, affreschi del sec. XIV raffiguranti la Madonna tra Santi.

Fra l'altare di San Martino e quello successivo di S. Rosa, trovasi appesa in alto, a sinistra della porta, l'ancona che rappresenta la Maddalena e due Sante (Santa Caterina dalla ruota e Santa Toscana): il dipinto è di Liberale da Verona.

ALTARE DI S. ROSA DA LIMA

Un altare alquanto barocco è quello che segue, dedicato a s. Rosa da Lima, quasi senza importanza né storica né artistica. Deve essere stato costruito nel 1592 dalla famiglia Mazzoleni. Nel sec. XVII l'altare era dedicato a S. Raimondo di Pennafort; ma già alla metà del sec. XVIII era intitolato a S. Rosa. Anche qui, sull'antistante colonna, affreschi del secolo XIV, con Santi.

Prima di entrare nella seguente Cappella del Crocefisso, vedasi un affresco sulla lesena di sinistra; è un ex voto, rappresentante la Vergine; ai piedi sta inginocchiato un frate domenicano. Il dipinto forse è della seconda metà del sec. XV.

CAPPELLA DEL CROCEFISSO

Bei prodotti della nostra scultura ornamentale del sec. XV sono le lesene e l'arco della fronte della Cappella. Alquanto meno sciolta è la scultura nel monumento rappresentante il S. Sepolcro con il gruppo della Pietà e che manifesta un'arte antica e vicina al trecento. Vi è sepolto Gianesello di Folgaria (1433). Sul basamento della Pietà stanno incisi a bassorilievo otto apostoli.
Il Crocefisso è squisita opera d'intaglio in legno, forse del sec. XV; le proporzioni dell'insieme, il realismo bene inteso delle parti, l'abbandono della morte egregiamente espresso, costituiscono beni non comuni.
Il Crocefisso che era sul pontile davanti all'altar maggiore, allorché questo venne disfatto, fu posto nella presente cappella.
Nei restauri promossi da Jacopo Biadego neanche questa cappella fu trascurata: un bel dipinto in tavola attribuito al Benaglio venne di qui levato e collocato nella cappella Cavalli. Nel centro della cappellina c'era una tomba a terra, con l'arme dei Pellegrini e la data: "anno 1572".

Entrati nella crociera di destra si osservano tre sepolcri.

  • Quello mediano, opera dello stesso scalpellino che eseguì la tomba Salerni, è della fine del XIV ed è formato di un'urna con la Pietà sulla faccia, e di un archivolto gotico scolpito nell'estradosso; il fondo della lunetta è dipinto con una Madonna e devoti tra Angeli (fine sec. XIV).
  • Al centro della testata del transetto un altro sepolcro fu rimosso per la costruzione dell'altare Centrego. Sulla parete era appesa una pala del Cavazzola con San Paolo, San Dionigi e molti devoti recanti in mano un cuore su cui è scritto IS (Jesus?); ora trovasi nella Sagrestia al lato destro dell'altare.
  • Un altare di San Tomaso d'Aquino esisteva in questo luogo fin dal XV secolo, ma esso venne rinnovato dalla famiglia Centrego fra il 1488 e il 1502 circa, nello stile della rinascenza. L'altare attuale è formato da quattro colonne i cui fusti, come pure i contropilastri, sono ornati di ramoscelli e di fiori leggiadri.
CAPPELLA CAVALLI

L'affresco che si trova sopra la parete destra, è di Altichiero. L'affresco rappresenta un tempio gotico, sotto la cui volta siede, sopra un trono, la Vergine che, circondata da angeli e santi, tiene sulle ginocchia il Bambino, il quale sporge le braccia verso tre guerrieri, che genuflessi, gli sono presentati da tre santi San Giorgio, San Martino, San Giacomo.
Il fresco è fra i più notevoli della prima arte veronese ed è anteriore alla tomba di Federico Cavalli che gli sta a fianco. La tomba è in pietra rossa: nella lunetta, sotto il padiglione, è dipinta la Vergine col Bambino che accoglie Federico Cavalli. Il fresco della lunetta è pure attribuito alla scuola di Altichiero.
Due tombe incassate stanno sotto il monumento al Cavalli, e sono decorate con armi gentilizie. Le pareti sono illuminate da altri affreschi, fra i quali il più notevole è quello che rappresenta il miracolo di S. Eligio od Alò, affresco del cadere del sec. XIV che dal Simeoni è attribuito a maestro Martino.
L'altare è abbellito da una delicatissima ancona, ricca di intagli, statue e dorature; le pitture sono del Liberale. Sui dadi dei piedestalli delle quattro colonnine, il pittore dipinse Profeti e Sibille.
Da notare, in una nicchia, la statua di S. Venanzio, opera tra le più espressive.

CAPPELLA PELLEGRINI

Un bel sarcofago di marmo, decorato delle insegne gentilizie della famiglia Pellegrini, adorno di sculture, sta appoggiato al muro di sinistra entrando. L'affresco dipinto al di sopra della tomba rappresenta il Pellegrini inginocchiato davanti alla Vergine e Santi. L'arte con cui l'affresco è condotto lo fa collegare alla scuola di Altichiero.
Di fronte al sarcofago del Pellegrini se ne vede un altro assai bello, d'epoca non molto diversa. Lo decorano le armi delle famiglie Pellegrini e Bevilacqua. Lo stupendo affresco rappresenta tre personaggi segnati con l'arma Bevilacqua che si prostrano davanti alla Vergine col Bambino. A sinistra di chi guarda sta inginocchiato un guerriero, alla parte destra un altro guerriero sta orante, e dinanzi a lui vedesi inginocchiato un ragazzo pure vestito delle armi.
Il monumento viene attribuito o al principio del sec. XV o alla fine del sec. XIV. Sulle pareti della Cappella si trovano le celebri terrecotte. Esse rappresentano ventiquattro quadri della Vita, Passione e Morte di Cristo. Sono del 1400 circa e vengono attribuite da alcuni a Michele da Firenze, o alla scuola di Lucca della Robbia.
Il Venturi dice che il nome del Maestro della Cappella Pellegrini, rappresenta piuttosto che un artista isolato, l'opera di una schiera di artisti popolari di Toscana e del Veneto. In questa Cappella vi è poi il monumento del Barone Guglielmo De Bibra. Esso presenta un cavaliere in rilievo, con armamento completo, l'azza nella mano sinistra, a destra un elmo nel cui pennacchio si crede di ravvisare dei castori. Ai piedi del cavaliere un leone riposante, dai due lati stemmi di origine imprecisabile.
La fronte esterna della Cappella Pellegrini presenta il famoso affresco del Pisanello con il ritorno di San Giorgio dalla sua grande impresa: la liberazione della principessa di Trebisonda dal demonio.
Purtroppo il dipinto va sbiadendo con gli anni, tanto che il meraviglioso paesaggio di sinistra non è oggi quasi più visibile. Spicca invece ancora la deliziosa figura della principessa che sembra uscire da quel mondo di incanto e di fiaba che fu il gotico internazionale. Accanto al possente scorcio del bianco cavallo si nota il volto del giovane San Giorgio incorniciato dai biondi capelli, mentre fiori capricciosi e piccoli animali adornano il terreno. Sui pilastri esterni si vedono quattro apostoli (Pietro, Giovanni, Andrea e Paolo) ritenuti del Mantegna. Le restanti pitture sono della Scuola di Altichiero.

ALTARE MAGGIORE

L'abside è stata restaurata negli anni Cinquanta. L'altare maggiore è dedicato a San Pietro Martire. Un grande altare barocco con tabernacolo era posto nel centro della Cappella il 22 marzo 1592. La mensa dell'altare era di bel marmo giallo chiaro. Ancora nel secolo XVII serviva invece da mensa una grande pietra rossa collocata poi nella base del medesimo, con la fronte verso il lato posteriore dello stesso.
La pala rappresentante il martirio di San Pietro (opera del Torelli) fu racchiusa in un grande cornicione di marmo e levata e posta in sagrestia sopra il portale nell'interno, mentre la cornice di marmo venne data ai Padri Camilliani di S. Giuliano ed attualmente orna il loro altar maggiore. La nuova costruzione dell'altare - aderente allo stile della Chiesa - il nuovo pavimento, il trasporto del coro, hanno messo in luce le antiche fondamenta del primitivo altare, sicché l'attuale poggia su dette fondamenta; quella che anticamente era mensa dell'altare è attualmente mensa dello stesso.
Intorno all'antica mensa gira la Cornice formata da un toro e da un listello; reca sull'orlo posteriore una scritta: "Lapis iste pro anima Bonaventurae" datata verso la fine del duecento.
Col ritorno alle forme primitive, a destra del presbiterio venne messo in luce un maestoso affresco nel quale si rappresenta il Giudizio Universale attribuito a Turone (1350). Il Giudizio universale occupa una superficie totale di mq. 34,35. In alto il Giudice tra la Vergine e il Battista e gli Apostoli in due gruppi sei per lato; in basso: nel centro la croce fra due angeli; ai lati gli eletti seguiti da angeli (a sinistra per chi guarda); e a destra i reprobi seguiti da demoni.
Gli elementi per datare questo dipinto, oltre che dalle scritte, sono dati anche dalle vesti dei reprobi che ci portano in un Trecento ben maturo.

MONUMENTO A CORTESIA SEREGO

Il maestoso monumento a Cortesia Serego fu eretto negli anni 1424-1429. Gli ultimi ornamenti, ed in ispecie le pitture con i Santi domenicani che circondano il mausoleo, ebbero compimento alcuni anni appresso. La statua di Cortesia Serego a cavallo è attribuita a Nanni di Bartolo detto il Rosso (discepolo di Donatello). L'Annunciazione è attribuita a Stefano da Zevio. Ai fianchi, in basso, ritte su zoccoli a finto marmo stanno due figure: San Domenico e San Tomaso.
I lavori di scoprimento del grande affresco incominciarono verso la fine del 1941 e terminarono alla fine di aprile 1942.
A sinistra presso la figura dell'Arcangelo si vedono murati due grossi ganci di ferro, uno sopra e l'altro sotto il tralcio scolpito. Servivano a reggere una cassa di legno contenente spoglie mortali, come i ganci della parte opposta.
Prima della porticina che si trova nella parete di sinistra, vi è un piccolo vano nei cui sguanci continua la fascia dipinta: esso era stato aperto in modo da consentire la visione del sacerdote celebrante sull'altare maggiore a chi si trovava nell'attigua cappella aveva servito da carcere.

CAPPELLA DI SANT'ANNA

Si trova al lato di sinistra di chi guarda l'altare maggiore. Tuttora in perfetta conservazione, si ammira un elegante ma anche troppo pesante sarcofago appoggiato alla parte destra, con due graziosi genietti che sostengono le insegne gentilizie della famiglia Lavagnoli. Sono in stile classico, ma il barocco è alle porte. Alla parte opposta della parete sta un altro monumento sepolcrale; l'arma familiare ha il motto "fatis agimur". Gli affreschi sono del secolo XVI. La parete si divide in due ordini: nel superiore abbiamo la Crocifissione e nell'inferiore vedesi il Cristo fra due personaggi del secolo XV-XVI.

CAPPELLA SALERNI

Fu restaurata nel 1879-1881. Le pitture parietali sono della fine del 1300 e dell'inizio del 1400; sono di un discepolo di Altichiero. Da altri furono attribuite al Boninsegna e a Stefano da Zevio. La cappella fu dapprima di proprietà della famiglia Salerni poi dei Molinari e Mugnai; ed alla fine ricadde al convento. A sinistra di chi entra si trova il monumento sepolcrale, della fine del sec. XIV; ivi trovasi la tomba di Giovanni Salerni. La famiglia Salerni è di origine pistoiese, venuta a Verona per cause politiche. La cappella costituisce un piccolo museo di affreschi eseguiti fra il cadere del sec. XIV e la primà metà del sec. XV.

SAGRESTIA

Alla Cappella Salerni segue la porta d'ingresso (stile gotico) della Sagrestia. Sulle pareti esterne vediamo quadri del Farinati (Miracolo di S. Giacinto) del Turchi (Deposizione) e la Santa Cecilia del Liberale. Sul portale di entrata a destra si vede la tomba di Giacomo Beccucci (forse un fiorentino). Pure al sec. XIV appartengono gli affreschi ai lati della porta.
La sagrestia dapprima era riservata a terreno per le sepolture. Fu costruita dalla famiglia Giusti nel 1453. La pala dell'altare è di Felice Brusasorzi. Le grandi vetrate si attribuiscono al 1460 circa; spicca sopra una di esse l'arma dei Giusti.
Agostino Giusti nel 1600 collocò in questa cappella il prezioso deposito di alcuni oggetti che tradizionalmente si riguardano come appartenenti a S. Elisabetta, regina di Ungheria, e sono due: una cintura ed un libro. La cintura è assai lunga, fatta per venire stretta ai fianchi e lasciata pendente dinanzi come si usava nel Medio Evo. Il libro è composto di otto tavolette cerate, di cui la prima e l'ultima servono di copertura e perciò hanno lo strato di cera soltanto nell'interno.
Riguardo all'altare, la pala è di Felice Brusasorzi; in esso sono raffigurati i Santi dei nomi dei tre Giusti, insieme alla Vergine ed a S. Vincenzo.
In alto a destra, entrando, si può vedere la pala della Gloria di San Domenico con angeli attribuita al Turchi, detto l'Orbetto. Sopra il soffitto sta appesa - secondo la credenza popolare - la mascella di una balena che si dice sia stata portata dai Crociati dopo la vittoria di Lepanto come dono alla Vergine del Rosario. È un oggetto di grandi dimensioni, con parecchi chiodi; il Simeoni lo crede un timone di nave.

CAPPELLA DEL ROSARIO

Uscendo dalla sagrestia e passando dalla crociera alla navata minore di sinistra troviamo subito la Cappella del Rosario.
Nella Cappella del Rosario la pala d'altare è costituita essenzialmente dal fresco del sec. XIV (stava sino al cadere del secolo XVI all'altare di San Domenico). Esso fu strappato dal muro e applicato alla tela; ma nella parte centrale fu collocato su legno; vi si vedono ancora le vestigia della incorniciatura. Troppo grande per il posto che occupa fu piegato ai margini. Rappresenta la Vergine col Bambino fra i Santi Pietro e Domenico. Di questi due Santi, quello di destra di chi guarda è San Pietro Martire e quello di sinistra è San Domenico. La pala è alta metri due e larga metri due e novanta. Presso i due santi stanno inginocchiati: Mastino Il e Taddea da Carrara, in atto di adorazione. All'orlo inferiore del manto della Vergine è ritratta la luna.
"La Gloria", nella lunetta sopra il riquadro, è del Turchi. Del medesimo. pittore è il quadro degli Angeli che sta sotto la pala, seminascosto dal tabernacolo dell'altare.
La pala di destra rappresenta la Flagellazione di Gesù ed è del Ridolfi; quella di sinistra l'Orazione di Gesù nell'orto, è di Fra Bernardo.
La cappella del Rosario ricorda la battaglia di Lepanto, vinta dalle flotte cristiane nel 1571. Gli architetti della cappella sono: Domenico del fu Curtoni, lapicida e Baron di Baroni (tagliapedra).

L'ORGANO

Dopo la Cappella del Rosario troviamo l'Organo. Il Conte Cipolla nelle sue ricerche storiche della Chiesa di Sant'Anastasia afferma che il 31 dicembre 1560, l'organo che era dove attualmente si trova la Cappella del Rosario ed al quale si accedeva per un ponticello dalla parte del Coro, fu rimosso; e la Fabbriceria diede l'incombenza a certo Padre Vincenzo Squarcialugo, veronese, domenicano; ed al 22 gennaio 1560, Giovanni Cipria di Ferrara - mastro d'organi eccellente - lo rinnovò ricevendo ventuno pesi di stagno, 120 corone e 5 termini e inoltre si doveva spesarlo con due bocche.
Nello stesso tempo il Padre domenicano Vincenzo, ordinò a Messer Andrea Scudellino, intagliatore, di far la cassa dell'organo e si spesero 578 soldi veronesi; ed il tutto riuscì eccellentemente come si vede anche oggi benché la cassa non fosse ancora indorata, e si compì l'otto ottobre del medesimo anno.
Infatti, nel mezzo appare bene intarsiato lo stemma domenicano, sul parapetto la figura dei pontefici Innocenzo e Benedetto; ai lati il beato Alberico e Sant'Antonio. Il parapetto poggia su quattro colonne e nel mezzo vi è una porta {corrispondente a quella opposta che conduce in via Sottoriva). Più volte lo strumento subì modificazioni: ora risulta composto da due tastiere manuali di 61 note Do-Do; ha la pedaliera a ventaglio di 32 note Do-SoI. I sonieri sono di nuova costruzione per sistema pneumatico; anche la tastiera e la pedaliera e i vari comandi funzionano per sistema pneumatico tubolare. L'organo contiene circa 2500 canne sonore.

ALTARE DELLO SPIRITO SANTO

È del secolo XV; fu fabbricato dalla ricca ed illustre famiglia Miniscalchi. La tela bellissima è opera di Nicola Giolfino. La tavola rappresenta la Pentecoste, mentre nella predella è narrato un miracolo di San Domenico. L'opera è datata: 1518. Vi è una tomba a terra, spettante a Zanini De Marescal.
Sottostante vi è l'arma familiare. Pensando alla splendida generosità di Giovanni Miniscalchi che fece edificare e dotò del suo una Cappella nelle carceri di Verona (1450) si è tentati di credere che anche il presente altare debba la sua origine a quest'uomo ricco quanto pio. Di questo altare "meravigliosa opera della Rinascenza" - secondo il Simeoni - sIamo completamente all'oscuro sia per la data che per gli artisti. Si attrlbuì al Rizzo.
La tomba della famiglia Miniscalchi è alla destra dell'altare, sotto al monumento non grande, né forse di stile puro, ma tuttavia tutt'altro che da disprezzare.

Viene quindi il monumento funerario del matematico Pietro Cossali, disegnato dal Barbieri e, subito dopo, l'altare di S. Raimondo.

ALTARE DI S. RAIMONDO

L'altare di S. Raimondo (attualmente detto del S. Cuore o di S. Giacinto) era stato prima dedicato a S. Vincenzo e successivamente a San Paolo apostolo. Il Pellegrini attesta che la pala di questo santo si trovava nell'ospizio dei Domenicani.
Canonizzato nel 1594 S. Giacinto, l'altare gli fu dedicato e il dipinto che lo sovrasta è di Paolo Farinati: rappresenta il santo nell'atto di far risorgere un morto; ma il quadro era riuscito troppo grande e poiché la famiglia Pellegrini non aveva voluto cedere parte alcuna della sua vicina sepoltura, fu allora lasciato da parte e sostituito con la pala in onore di S. Rosa da Lima, poi levata e portata nell'altare accanto alla cappella del Crocifisso. Sicché l'altare riprese il nome di S. Raimondo di Pennafort.
Segue quindi il monumento funebre dell'illustre medico Leonardo Targa scolpito da A. Spazzi su disegno di L. Trezza.

ALTARE DI S. ERASMO

Architettura semplice ma schiettamente classica inquadra l'altare di S. Erasmo (da noi chiamato di San Giorgio). Le armi gentilizie della nob. famiglia Faella furono scolpite sui dadi dei piedestalli delle colonne esterne. Il motto è: "Incertum... certius". Gli edificatori dell'altare appartennero al ramo dei Faella di San Sebastiano. La pala dell'altare è del Giolfino; rappresenta il Divino Redentore tra San Giorgio e S. Erasmo. In distanza si scorge il martirio del santo Vescovo. Il dipinto è firmato con le tre lettere iniziali, che comprendono nome, cognome e patria del pittore N(icolaus) J(ulfinus ) V(eronensis). I colori sono alquanto alterati dal tempo.

Dopo l'altare dei Faella, infisso sul muro, sta un bel monumento marmoreo in onore di Giuseppe Torelli, matematico e letterato di vasta fama. Ne fu scultore Francesco Zoppi su disegno di M. Castellazzi.

ALTARE DI SAN PIETRO MARTIRE

E' comunemente detto altare di San Rocco ed è del secolo XV. Fu edificato dal dotto fisico Gerardo Boldieri; l'arca gli fu costruita con qualche eleganza a sinistra dell'altare, sulla parete interna della facciata della chiesa. Essa segue, nella forma, i tradizionali avelli veronesi in cui il sarcofago è quasi sempre sovrastato da un piccolo padiglione. Si noti sul coperchio la statua giacente del Boldieri; sul fronte del sarcofago è scolpita una Pietà. Si tratta di lavori artigiani, di mediocre valore artistico.
I dipinti dell'altare, in alto, rappresentanti Maria e Giovanni intorno al Crocifisso, sembra siano del Morone.
Nel 1945 la Soprintendenza ai Monumenti di Verona, a causa dello sfondamento della grande bifora (avvenuto in seguito al crollo dei ponti in questa ultima guerra 1940-1945) mise in evidenza il grande catino che sta al di sopra dell'abside, rappresentante l'incoronazione della Vergine e la stessa abside tutta ricca di fiori, dapprima ricoperta da un unico colore.
La composizione è assai sciolta e segna il passaggio dal gotico al quattrocento. La piccola abside di fronte alla quale si raccolgono le tre figure del Padre, del Figlio e della Vergine, si staglia netta nella sua limpida forma geometrica, mentre alle ali si assiepano gli angeli disposti ancora secondo il gusto caro alla pittura del trecento.
Fonte: Le Guide 13 - Simeoni : Verona, 1948

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