Chiesa di Santa Caterina alla Ruota - Verona

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Chiesa di Santa Caterina alla Ruota

Verona / Italia
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Chiesa e monastero di Santa Caterina alla Ruota sono, senza dubbio alcuno, fra gli edifici più significativi di Via Marconi, il rettilineo che a Verona, in prosecuzione di via Cattaneo e via Ponte Manin, conduce da Piazza degli Arditi fino all'Ospedale Militare, terminando pressoché a ridosso delle mura urbane.

Il monastero fu chiuso quasi duecento anni fa, vale a dire nel 1810, quando esso fu, assieme a tanti altri, demaniato, anche se nelle sue strutture si vennero poi collocando le Case di Ricovero e dell'Industria e, in seguito, il primo nucleo di quelli che sarebbero poi diventati gli Ospedali Civici Riuniti. La chiesa invece esiste ancora, essendo sempre rimasta al servizio dei vari istituti d’assistenza e beneficenza che qui, nel tempo, si sono succeduti.

Il monastero di Santa Caterina era stato rifondato già dai primi decenni del secolo XVI, in alcune casette che le monache ebbero in precedenza modo di acquistare sull'attuale Via Marconi, e dietro le quali stava una buona parte di terreno adibito ad ortaglia. Le casette acquistate dalle monache in quest’occasione non coprivano peraltro tutto il fronte attuale: con ogni probabilità esse, partendo dall'angolo della chiesa, si affacciavano su Via Marconi fino a circa poco più oltre la mezzeria dell'attuale facciata. Casette e ortaglia (quest'ultima probabilmente guardata da un muro di cinta su Via Santa Caterina) servirono per alcuni decenni, con pochi adattamenti, alle monache quivi alloggiate, finche nel 1563 si dette mano ad un ì radicale restauro, o meglio forse ad un rifacimento di tutto il complesso.

Le monache che nel Cinquecento qui si trasferirono provenivano dal monastero di Santa Caterina alla Ruota, in località San Martino del Corneto, presso San Pancrazio, non lontano dalla città: esso era stato abbattuto nel 1517 per far luogo alla cosiddetta spianata, una vasta fascia di territorio completamente libera da costruzioni tutt'intorno alle mura magistrali, realizzata per consentire una miglior difesa della città da attacchi nemici.

Ce ne fa fede, fra gli altri, Gianbattista Biancolini che annota come, sotto il "reggimento" del monastero da parte di madre Elisabetta dal Fiumicello, nel 1517, per la Spianata "fu demolito detto monastero [San Martino di Corneto] onde fu costretta [la madre superiora] a ritirarsi con le sue monache nelle case da essa già acquistate nella parrocchia di San Silvestro, dove il 24 febbraio 1518 la nuova badessa sopraddetta fu confermata nella di lei dignità da Gio. Giuliani Abate Commendatario di San Fermo Minore. Quella [la chiesa] di Verona fu poi dalle stesse monache principiata allorché si ridusser nella città".

E' negli anni 1563-64 che, previo acquisto d’altre abitazioni private attorno al primitivo nucleo, vengono eseguiti importanti lavori per la costruzione - con dormitori, parlatori ed altri ambienti ad uso delle monache - della chiesa, che fu poi ristrutturata con il monastero nel secolo XVIII, ma dalla quale provengono in buona parte le suppellettili e le opere d'arte che tuttora l'arricchiscono.

Fra queste, ricordiamo una serie di undici pannelli ad olio su tela applicati al parapetto della cantoria con Storie di santa Caterina di Biagio Falcieri; un quadro d’autore ignoto con L'angelo che appare a san Pietro e ad altri tre santi incatenati; un altro dipinto di autore ignoto (seconda metà del XVII secolo) col Ritrovamento di Mosé che secondo alcuni dovrebbe essere opera di Gasparo Murari; Cristo e l'adultera, una presunta opera di Felice Cappelletti, discepolo del Prunati, vivente nella prima metà del Settecento; una Adorazione di autore ignoto; la Santa Caterina di Sante Creara (1572-1630) allievo di Felice Brusasorzi; Il Salvatore con san Mauro e san Benedetto di Domenico Brusasorzi (1516 - 1567); e un Sant'Antonio da Padova di autore ignoto del XVII secolo.

A queste opere altre se n’erano venute aggregando, ricordate da Saverio dalla Rosa nel suo Catastico: Sant'Orsola con santa Scolastica di Domenico Brusasorzi; quattro quadri con Quattro visioni dell'Apocalisse di Francesco Lorenzi, altri Fatti dell'Apocalisse di Giambattista Lanceni.

La consacrazione della chiesa cinquecentesca avvenne domenica 23 gennaio 1564 da parte del vescovo di Teano, Gerolamo Nichesola, su mandato del vescovo di Verona, cardinal Bernardo Navagero; gli altari erano tre, di cui il maggiore dedicato a santa Caterina e gli altri due rispettivamente a san Martino e a sant'Orsola.

Se la chiesa e il monastero vennero quasi interamente ristrutturati nel Settecento, sussiste invece ancora intatta, del vecchio monastero e dell'interno di esso, nei pressi della chiesa, un splendida doppia loggia, con l'ordine inferiore ad archi e quello superiore trabeato. La sua costruzione pare senz'altro seicentesca e fa parte di tutti quei lavori che le monache qui progressivamente condussero, da quando vi s’insediarono a tutto il Settecento, vale adire fino all'epoca delle demaniazioni napoleoniche allorché come si è detto, anche questo complesso monastico venne soppresso.

Lavori senza sosta quelli fatti qui condurre per due secoli dalle monache: protrattisi per parecchi decenni, essi dovettero portare alla struttura edilizia che si mantenne sostanzialmente immutata - salvo interventi di minor conto - fino ai rifacimenti settecenteschi.

Fortunatamente c’è stata conservata memoria grafica del complesso, così come si presentava fino al 1732, in un disegno eseguito allorché le monache, proprio in quell'anno, dettero il via ad una serie di iniziative che portarono a sostanziali modificazioni della chiesa, dei prospetti su via Marconi, su via Steeb e sulle aree prospicienti via Valverde. Il monastero, che a questa data era ancora circondato su due lati dell'isolato (e cioè su via Steeb e via Valverde) da due spine di case appartenenti a privati, si presentava articolato in due corpi di fabbrica paralleli affacciantisi l'uno su via Marconi, l'altro su un cortile interno.

I due corpi di fabbrica erano fra loro collegati da tre edifici a quelli perpendicolari e fra di loro sostanzialmente paralleli, che vennero a determinare, all'interno del complesso, due cortili: più precisamente, un cortile ed un chiostro.

L'area sulla quale sorge la chiesa - la cui facciata settecentesca è dovuta a disegni dell'architetto bolognese Giuseppe Montanari - era anche nel 1732 occupata da tale struttura con relativo campanile, che è probabilmente quello tuttora esistente. Sull'angolo opposto di via Marconi era una pregiata costruzione secentesca, ad uso di abitazione privata già di proprietà Serpini, che le monache acquistarono per l'ampliamento e la riforma della facciata del monastero, pure affidato all'architetto Giuseppe Montanari.

Gli scultori Angelo Finali, Ambrogio Pagani, Pietro Maderna e Giuseppe Rangheri, il pittore Michelangelo Prunati, lo stuccatore Giuseppe Antonio Galetti e i maestri murari Giovanni e Pietro Pozzo sono gli artefici del rinnovamento settecentesco del monastero.

Tuttavia in prima linea, e mente progettuale di tutto il complesso intervento, va considerato appunto il bolognese Giuseppe Montanari (1702-1775). Pittore quadraturista, scenografo ed architetto allievo di Ferdinando Bibiena, giunto a Verona probabilmente intorno al 1735 con l'equipe di artisti bolognesi cui era stata affidata la decorazione, oggi scomparsa, di palazzo Pellegrini "nuovo" (lì è infatti ricordato tra gli aiuti di Vittorio Bigari, figurista, insieme a; Stefano Orlandi, Giuseppe Orsoni e ad un non meglio identificato Mattioli) e che dopo quella data non interruppe più i suoi rapporti con la città, dove si stabilì definitivamente.

Scrive di lui Diego Zannandreis: "In varie case di Verona lasciò ne' soffitti prove del suo pennello ed ingegno, secondo la moda allora corrente di riquadrare a cartellami le stanze, qui pure da lui e dall'Orsoni portata dalla detta città; e diede anche saggio della sua intelligenza in architettura delle fabbriche innalzate sui suoi disegni, quali sono la facciata della chiesa già di San Tommaso Apostolo, or convertita in teatro, che guarda verso il Ghetto e che ancor sussiste; e la marmorea facciata di Santa Caterina detta della Ruota, in cui fu criticato per avervi introdotto le colonne incassate, esempio certamente non lodevole, né da seguirsi; ma che per altro quanto al tutto insieme e alla forma non è dispregevole".

Il fondo archivistico del monastero presso l'Archivio di Stato di Verona nulla ci restituisce relativamente ai lavori settecenteschi condotti sulla chiesa, ma conserva ancora, datato 1754-1755, il "libro contenente le scritture et accordi fatti di materiali, legname, pietre, ferramenti et altro per occasione della fabbrica nuova [del monastero] sotto il governo della reverendissima madre Alba Celeste Marioni, dignissima abadessa".

Da questo si può apprendere che i tagliapietra Ambrogio Pagani e Pietro Maderna eseguirono per il nuovo parlatorio grande "cinque finestre ad uso di grada e due ornamenti o sia tellari de roda", il tutto in marmo "mandolato lustro della miglior e perfetta qualità che si ritrova" (e vennero retribuiti con 1.084 lire); che il tagliapietra Giuseppe Rangheri eseguì gli elementi in pietra della facciata e cioè tre porte grandi "a tenor del dissegno fatto dal signor Giuseppe Montanari architetto", una portina, le finestre del primo e del secondo piano e il cornicione con il suo architrave (spesa complessiva lire 4.525, soldi 14); che lo stuccatore Giuseppe Antonio Galetti decorò le quattro facciate interne e il soffitto del nuovo parlatorio grande (per un totale di 1482 lire).

Dalla stessa fonte apprendiamo che Giovanni Angelo Finali, "della Val Solda principato di Milano, scultore statuario" eseguì la statua di san Benedetto di pietra di Incaffi, e due armi di pietra gallina (lire 440) nonché "altre due statue indicanti la Fortezza e la Prudenza di pietra di Incaffi, poste sopra il remenato della porta di mezzo a sedere, accordate per scudi 70" e una lapide con iscrizione (il tutto per lire 820); che a Michelangelo Prunati pittore "per accomodar il quadro di Paulo pittore che contiene San Tadeo e San Francesco e per li due quadri Sant'Antonio e Mauro fatti dal signor Marini" vennero date 44 lire; che ai maestri murari Giovanni e Pietro Pozzo, per il rifacimento dei parlatori e della facciata del monastero con altri lavori di adattamento, vennero consegnati 10.669 lire e 14 scudi; e che l'architetto Giuseppe Montanari fu liquidato per il suo disegno e l'assistenza ai lavori con 352 lire.

La chiesa, come si è detto, non fu in quell'occasione, con tutta probabilità, completamente rifatta: il perimetro suo dovrebbe essere ancora quello della chiesa precedente, della quale è sopravvissuto, almeno fino ad una certa altezza, anche il campanile. Ma certamente rifatto fu il monumentale prospetto interno dell'altar maggiore, opera egregia di Giacomo Rangheri con statua di Daniele Peracca. E certamente nuova è anche la facciata della chiesa, tutta in pietra, quadripartita, coronata da frontone spezzato, arricchita di statue e che, pur nella sua "pesantezza" barocca, ottiene slancio sia dalle lesene impostate su alto basamento sia dalla croce acroteriale che, con base assai mossa, si spinge parecchi metri sopra il timpano.

Sopra la porta, in un ovale, sta l'effigie della santa con la palma e la ruota del martirio; ai fianchi, entro nicchie, due santi pontefici; sui cornicioni del timpano due figure allegoriche; sul fastigio due figure di santi, opere pregevoli di Francesco Zoppi (1733-1799).

Così Antonio Sandrini ne ha recentemente scritto: "Decisamente improntata ad un lessico tardo barocco è anche la facciata della chiesa di Santa Caterina alla Ruota (1754-55), opera del bolognese Giuseppe Montanari cui si devono pure i disegni del prospetto e dei parlatori dell'antico monastero. S'è detto come l'opera del Montanari, allievo di Ferdinando Bibiena e fedele assertore dell'illusionismo barocco della scuola bolognese, calata in un contesto fortemente rispettoso della tradizione come quello veronese, non avesse mancato di suscitare aspre critiche e polemiche. Tuttavia va pur rilevato come, al di là delle scelte di gusto, la solida preparazione professionale di cui disponeva gli consentì di dar vita ad una originale "macchina" architettonica, dove l'accentuato gioco chiaroscurale creato dall'arredamento della zona centrale della facciata, nonché l'esuberante plasticismo - con le consuete forme del repertorio tardo barocco: timpani spezzati colonne d'angolo incassate ecc. - infondono al complesso un felice effetto scenografico".

L'interno, a unica navata fu - probabilmente il occasione dei lavori settecenteschi - coperto con volta a botte ad arco ribassato, con lunette entro le quali si aprono le finestre semicircolari del fianco sinistro, che ne scandiscono l'intera lunghezza in quattro campi, più un campo centrale più ristretto. I due altari laterali, tra loro identici, e l'altare maggiore, con il completo rivestimento marmoreo della parete frontale, conferiscono unità stilistica all'insieme. Ai fianchi dell'altare maggiore e lungo il fianco destri (su due ordini) sono ancora le finestre che munite di grata, consentivano alle suore di assistere alle funzioni religiose; anche la cantoria sovrastante la porta d'ingresso è muniti di grate.

Il monastero continuava intanto ad ingrandirsi Nel 1760, ad esempio, le monache inoltrarono al Senato Veneto, con esito positivo, una supplica per ottenere il permesso di acquisto di quattro case in contrada San Silvestro: erano case semidiroccate su tutto il fronte dell'isolati su via Valverde, che esse intendevano rifare ad uso di abitazione da cedere in pigione, su progetto dell'architetto veronese Adriano Cristofoli. Queste case oggi non esistono più: la fetta di terreno prospiciente via Valverde venne infatti ceduta nel secolo XIX dall' Amministrazioni della Casa di Ricovero - succeduta alle monache - all'Istituto delle Sorelle della Misericordia, fondato da don Carlo Steeb, che provvide ad abbattere quelle casette per costruire l'attuale casa madre delle suore. Due mappe furono comunque compilate in quella occasione dal Cristofoli con lo stato della situazione, rispettivamente prima e dopo l'intervento.

Di lì a poco lo splendido complesso - solo adesso e da pochi anni recuperato per mezzo di laborioso restauro condotto dagli Istituti Ospitalieri - subì, dopo la soppressione napoleonica, varie manomissioni edilizie, e ciò per renderlo sede delle Case di Ricovero e dell'Industria, la prima destinata ad alimentare i poveri della città impotenti a qualsiasi occupazione, la seconda a dar lavoro ai capaci che non ne avevano.

A completamento della storia del complesso va ancora ricordato che nel 1829 venne eretta, all'interno del Ricovero, su disegno dell'architetto ingegnere Giuseppe Barbieri, una grandiosa fabbrica attrezzata ad accogliere duecento fanciulli. La spesa, ammontante a 25 mila lire, fu sostenuta per oltre una metà dall'erudito e benemerito rettore e cappellano del Ricovero, il celebre letterato padre Camillo Cesare Bresciani, che qui ebbe a trascorrere diversi anni della sua lunga esistenza.

Nato a San Pietro di Legnago il 23 marzo 1783, alunno e quindi professore di umane lettere nel collegio degli Accoliti della Cattedrale di Verona, precettore in casa Buri, membro dell'Arcadia Romana, direttore spirituale della Casa di Ricovero e del Civico Spedale, padre Camillo Cesare Bresciani concepì qui la sua rinascita sul lombardo-veneto dell'Ordine dei Ministri degli Infermi trasferitosi poi nel convento di Santa Maria del Paradiso, in Veronetta.

E' infatti del 1828 la sua decisione di accettare la carica di direttore spirituale del Ricovero e dell'Ospedale, quando aveva ormai quarantaquattro anni. Ma la sua vocazione all'assistenza agli ammalati aveva radici lontane, risalendo al 1801 l'adesione da lui prestata alla Santa Fratellanza dei Preti e Laici Ospedalieri, l'associazione fondata da don Pietro Lonardi nel 1796 allo scopo di migliorare l'assistenza spirituale e corporale degli ammalati, soprattutto negli ospedali.

Qui, nell'ambito degli edifici dell'ex monastero, padre Camillo Cesare Bresciani aveva già avviato, nel 1837, una piccola comunità costituita da tre sacerdoti, due studenti di filosofia e tre laici. Tutti abitavano, narra lo stesso Bresciani in una sua lettera, una "piccolissima casa di un sol piano fabbricato sopra un terreno di proprietà del ricovero, separata però dal medesimo perché situata all'estremità di un lungo terreno arborato".

Rapidi e concisi i cenni sul metodo di vita: "Noi siamo camilliani senza averli mai veduti. La nostra regola è la vita di San Camillo che leggiamo ogni giorno. Si può dire che la vocazione ci è venuta con la lettura. Lavoriamo giorno e notte, vestiamo e mangiamo molto poveramente". Si sa poi che i sacerdoti e parzialmente gli studenti esercitavano il ministero spirituale, mentre i laici quello infermieristico, giorno e notte in due infermerie.

A conclusione di questo veloce excursus sulla storia del complesso di Santa Caterina alla Ruota va ancora annotato che l’Ospedale qui rimase fino ai primi del novecento, quando venne aperto quello di Borgo Trento. Continuò invece a funzionare in locali dell'ex monastero il Ricovero per anziani, soppresso una trentina d'anni fa per lasciare il posto ad uffici amministrativi dell'Istituto Ospitaliero, mentre sul lato meridionale del cortile interno veniva costruita una grande casa di riposo.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1998

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