Chiesa di Santa Chiara - Verona

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Chiesa di Santa Chiara

Verona / Italia
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Cenni storici

Il 1422 fu l'anno d'oro della predicazione di San Bernardino da Siena. Oratore colto e travolgente, infiammato da una profonda fede attinta all'esempio di frate Francesco, Bernardino giunse anche a Verona. Tali furono i frutti dell'apostolato del Santo che alcuni maggiorenti della città decisero di fondare anche a Verona un convento di suore che si ispirasse ai principi del Santo umbro e della sua sorella spirituale, Santa Chiara.

Già a Mantova, in quel tempo, fioriva un monastero di Clarisse, alcune delle quali furono invitate nella nostra città per fondarvi il nuovo istituto. I lavori d’adattamento di un vecchio fabbricato nella contrada di San Giovanni in Valle, ebbero inizio nel 1425.

Diretto artefice della fondazione fu Padre Zocolanti, il quale benedisse, con breve «radunata di cavalieri», i primi colpi di piccone il 7 giugno dello stesso anno. I lavori, quindi, proseguirono fino al 1437, anno in cui specialmente per interessamento e contributo dell'allora vescovo di Verona Guido Memo (1409-1438), si poterono iniziare le pratiche di culto. Ma ancora in quel tempo, rimaneva incompiuta la facciata che fu inaugurata solo nel 1453.

L'altar maggiore fu consacrato nel 1454 e dedicato alla santa francescana. L'intera chiesa, comprensiva degli altari interni e d’ogni altra attrezzatura riguardante la pratica liturgica, fu solennemente consacrata dal vescovo Matteo Giberti il 21 marzo del 1536, con una pubblica cerimonia, alla quale intervennero la nobiltà veronese e gran folla di popolo.

Per oltre un secolo, quindi, si protrassero i lavori di sistemazione e d’adattamento. Si trattava, infatti, di ragioni economiche. Poco tempo dopo la venuta in Verona delle suore mantovane, cioè quando già le prime donne veronesi abitarono nel convento, quello impoverì spaventosamente, lasciato in balia di se stesso da sovvenzionatori e autorità.

L'entusiasmo per il nuovo ordine era durato assai poco. Il convento fu cosi costretto a chiedere aiuti e sovvenzioni a destra e sinistra, implorando presso le autorità comunali. Queste decisero in favore, per un modesto sussidio annuo. Qualche tempo dopo, e precisamente nel 1490, uno statuto del Monte di Pietà stabilì di far depositare presso le «Povere suore di Santa Chiara», la cassa dei depositi, pagando un canone alle clarisse, in voce d’affittanza e guardia.

La vita della chiesa e del monastero proseguì senza altre avventure, in silenzio per alquanto tempo. Silenzio e povertà; anche il sussidio comunale durò del pari assai poco e ugualmente l'impegno dei depositi da parte del Monte di pietà. Cosi, fino al 1810, anno in cui Napoleone soppresse, non si sa per quale ragione, l'ordine delle clarisse. Una cronaca dell'epoca narra il triste esodo delle suore, di cui parte tornò alle rispettive famiglie, e parte, la più indigente, restò attaccata al convento, ritirandosi in poche stanze a vivere di stenti e di privazioni.

La chiesa fu trasformata in magazzino militare napoleonico prima, austriaco poi. Soltanto nel 1860, dopo insistenti lotte diplomatiche da parte delle autorità e dell'alto clero, fu ottenuto il permesso di restaurare il tempio per ridarlo al monastero delle clarisse.

Fu indubbiamente quello il restauro più importante, perché con esso prese forma definitiva il presbiterio, con l'erezione dei pilastri e delle tribune. Durante i lavori si ripulirono alcuni affreschi, già creduti del Morone e si riscontrò che invece sono di Michele da Verona; inoltre fu sistemata la cupola sopra l'altar maggiore; e si adattò il resto del tempio a funzionare come «chiesa della adorazione perpetua». Altri restauri di minore importanza furono eseguiti nel 1897, epoca in cui si aprirono le due cappelle laterali e fu riordinato il pavimento, togliendo parte delle lapidi funerarie che lo cospargevano; infine si rinfrescarono le decorazioni pittoriche.

Un ultimo - e non felice - ritocco fu dato nel 1906 dal Benciolini (massacro estetico). Finalmente, il 2 febbraio 1907, la chiesa tornò al suo antico ufficio e fu riconsacrata pubblicamente con particolari cerimonie religiose, Il monastero delle povere suore di San Francesco, tornava a vivere.

Le strutture murarie e l'esterno

La struttura muraria della chiesa è semplice, geometricamente elementare. Si tratta di una fabbrica che ha conosciuto momenti di felice impulso costruttivo, alternati a momenti di stasi, a battute d’arresto vere e proprie. Il risultato di questa mancanza di continuità è però meno evidente di quanto possa sembrare a prima vista; caso mai ne andò di mezzo l'economia estetica, l'impossibilità di raggiungere, nell'evoluzione architettonica dell'edificio stesso, risultati superiori. Perché, bisogna dirlo subito, l'architettura di Santa Chiara risponde con notevole soddisfazione, a precise indicazioni di stile, e quindi di proprietà.

L'autore del progetto della chiesa, siamo nella prima metà del Quattrocento, è ancora influenzato per buona parte dalla straordinaria validità che godette in Verona lo stile dell'architettura neogotica; quel modo specifico del costruire con ragionate spazialità, archetipo nella basilica di Sant'Anastasia, e caratteristico quindi, in seguito, degli ordini monastici.

Altri esempi: l'abside di San Fermo; gli archiciechi dl Sant'Eufemia.

Il neogotismo fu per Verona un’architettura di gusto narrativo, fiorita in modo particolare nella seconda metà del Trecento. In essa l'indagatore scoperse un mondo nuovo dello spazio; trovò l'applicazione di un vero e proprio sistema di rappresentazioni geometriche; ma tanta scienza vide tradursi facilmente in serena distesa emotiva, armonia di ritmi che si rincorrono nelle trilobe decorazioni rampanti, o si stemperano sulle superfici scabre di mattoni.

È facile intuire allora la portata psicologica di tale concetto espressivo e giustificare l'entusiasmo che esso suscitò nei vari architetti dell'epoca. Ed ecco anche spiegato il perché delle strutture di Santa Chiara. In effetti, la chiesa e la facciata in modo particolare, rappresentano qualcosa di più che una semplice imitazione, e per le proporzioni dei singoli elementi costruttivi, e per l'uso corretto e felice dei materiali. Un’architettura, insomma, che ha tutti i documenti in regola per inserirsi degnamente tra le consorelle maggiori, rappresentanti ufficiali dello stile neogotico veronese.

Non esistono però coordinamenti o sviluppi veri e propri tra l'esterno e l'interno. L'interno del tempio, infatti, sembra totalmente diverso, un mondo che non ha conosciuto il suo precedente architettonico, il crisma dell'opera d'arte compiuta. Noi partiamo dalla considerazione che una qualunque architettura debba rispondere a precisi criteri di spazialità; esterni, in quanto geometria dello spazio maggiore, cioè dell'atmosfera che crea volumi particolari, inseribili in particolari momenti storici o dialettici; interni, in quanto realizzazione di un clima architettonico che risolva l'ambiente esterno, in una perfetta continuità o svolgimento di stile. In una parola, l'architettura non può essere come taluni soprabiti che esternamente sono di stoffa e internamente di gomma.

Le risoluzioni ambientali, anche in seguito ai vari rimaneggiamenti, sviarono o addirittura deformarono le primitive intenzioni del progettista. La chiesa primitiva, doveva essere indubbiamente meglio articolata della attuale; si pensi, per esempio, alla tradizionale concezione della parete sinistra perimetrale, piegata: (omaggio alla piega del corpo di Cristo sulla croce. La tradizione di questo particolare architettonico, fu assai viva nel XV secolo, specialmente realizzata nelle chiesuole dei monasteri: oppure, fra l'altro, si consideri la cupola che sovrasta l’altar maggiore (una specie d’altare della confessione, o una «cuba major» enormemente sviluppata).

E’ evidente il netto contrasto con le condizioni attuali. L'architettura ufficiale della chiesa di Santa Chiara quindi, si ferma alle strutture esterne dell'edificio, lasciando per l'interno, l'illusione di un mondo potenziale, derivato e inconcluso.

Un cancello di ferro, incardinato su due tronconi di muro libero lavorato, introduce il visitatore alla zona sacra, dal piano stradale. Sulle estremità dei tronconi stanno due statue in tufo; una, a destra, rappresentante San Francesco, e l'altra, a sinistra, rappresentante Santa Chiara: omaggio ai due santi fondatori dell'ordine.

Un breve vestibolo scoperto, cinque gradini, e quindi la facciata. Questa è innalzata completamente in cotto, è monocuspidata (cioè presuppone una sola nave all'interno) secondo i canoni dello stile neogotico, limitata ai lati da due contrafforti aggettanti, e incorniciata, sui lati obliqui, da modanature in rilievo. Tale decorazione segue con fedeltà quella di Sant'Anastasia e di talune zone absidali di San Fermo; è composta di una fascia larga di mattoni incrociati a x, sotto la quale si stende, ideale merletto, una sequenza d’archetti ciechi trilobi intrecciati, i piedritti dei quali hanno per sottofondo un’intonacatura che li fa pittoricamente risaltare.

Al centro dell'imposta arcale, troviamo un bel rosone marmoreo, di squIsIte proporzioni, a tre ordini di strombature: dadi scambiati, cordone, foglie d'acanto ritorte. Probabilmente, è questo il migliore elemento costruttivo della facciata; unico forse in tutta l'architettura del primo umanesimo veronese. Notiamo, in particolare, il giro delle foglie, carnose e ben modellate, caratteristiche nei capitelli dei pilastri di Sant'Anastasia, e più ancora, in quelli del Duomo. Un confronto sull'uso delle modanature, può essere proficuo osservando le ghiere degli archi della cattedrale, anch'esse eseguite seguendo lo stesso schema: dadi, cordone, e foglie raccordate.

Sotto il rosone, è incastonato nella facciata il portale. Esso riprende lo schema decorativo precedente, compiendosi in leggera ogiva, nella cui lunetta sta un altorilievo raffigurante Santa Chiara in atto di accogliere sotto il suo manto misericordioso coloro che, oranti, la implorano. Scultura non molto importante, se pure ottenuta con un certo gusto di larga modellazione. Sull'architrave sottostante si legge l'iscrizione:

S. CLARAE ANO DOMINI MCCCCLIII


Ai lati del rosone, ancora, sono ricavate due monofore trilobe di lineare struttura; mentre nella zona inferiore della facciata se ne trovano altre quattro più piccole, cieche, ospitanti ciascuna una pittura di modesta esecuzione, opere di Luigi Marai.

Vi sono tre lapidi murate sulla facciata che ne menomano l'armonia. Esse recano incisi versi di mediocre fattura che invitano alla adorazione.

L'interno

L'interno della chiesa non corrisponde, stilisticamente, alla struttura della facciata, ed è il risultato di quanta più arbitrarietà costruttiva si possa immaginare. Pare che dalla severa concezione dell'esterno, si sia passati ad una realtà immaginettistica, povera e sconclusionata; un mondo privo di suggestione. Consiste in un vasto salone, squadrato e suddiviso in settori geometrici, da lesene e paraste grigie, dorate con discutibile gusto; sul fondo, nascosta dalla soffittatura posticcia, si nasconde la cupola, sovrastante l'altar maggiore.

Bisogna dire che l'idea fondamentale con la quale si organizzarono gli ultimi restauri, era certamente nobile: fare di tutta la chiesa un solo ciborio: tutta la chiesa un tabernacolo, in cui la preghiera, l'adorazione, avrebbero dovuto trovare esaltazione più accesa e significativa. Ma la concezione, si frantumò contro le vere esigenze dell'architettura; contro lo spazio, ingrato e prepotente. Si tolse così alla chiesa il suo necessario, antico stupore: il ritmico susseguirsi delle condizioni stilistiche.

Entrando, a sinistra, troviamo subito un passaggio che immette nella cappellina dedicata alla Madonna di Lourdes. Si tratta, meglio, di un piccolo oratorio, adattato nel 1899 a grotta; mèta della devozione di moltissimi fedeli. Nulla di interessante da dire riguardo all'altare, la cui mensa è aperta a vetrina-urna e accoglie il simulacro di Santa Chiara defunta.

Tornati in chiesa, seguendo la parete sinistra, incontriamo un Crocefisso, grande al vero, di gesso colorato: forse opera seicentesca, ma di ben scarso valore artistico.

Più avanti s'innalza l'altare dell’Addolorata. E’ questo il più pregevole altare di tutta la chiesa, valido specialmente per le belle pitture di Michele da Verona, eseguite nel 1508, e scoperte tali soltanto dopo i restauri del 1860. Esse consistono in un grande arco trionfale, affrescato in modo da incorniciare l'altare sottostante che si lega alla pittura attraverso la scompartizione degli spazi, ottenuta con paraste candelabrate.

Nei quattro riquadri laterali sono dipinti gli evangelisti; a sinistra Luca e Giovanni, a destra Marco e Matteo. La zona centrale, sopra i due tondi di santi, pennacchi della volta, rappresenta l'Eterno Padre accompagnato da due angeli. Si tratta in verità, di rare pitture di Michele da Verona, un artista che ha lasciato scarsissime testimonianze della sua arte; che non doveva essere di bassa lega a considerare questo ciclo pittorico.

Michele è un emotivo; un artista pieno di talento, capace di elaborare con infinita pazienza i temi lasciati insoluti da tanta arte a lui contemporanea. E specialmente guardò al Falconetto, per quel suo grande stemperare sulle pareti, affreschi in prospettiva: elementi architettonici, vere costruzioni fantastiche. Dove Falconetto mancò, nel colore, Michele raggiunse invece, atmosfere più vive, intense, dai toni vellutati e preziosi; il suo colore guarda oltre i confini di una realtà puramente descrittiva: raccoglie il misterioso fascino della luce crepuscolare, in cui le figure e le cose si avvolgono, si intridono, si trasfigurano.

Tanta validità coloristica, però, non sempre è controllata ed equilibrata dal disegno. La mano di Michele è dura, un po' legnosa; a tratti si lascia prendere dalla curiosità degli atteggiamenti, si indugia ad illustrare il perché dialettico delle forme che disegna. Così nella figura di San Luca, dal gran manto giallo antico; o, meglio ancora, quella più lievitata ed estemporanea di San Marco, in cui il largo gestire conferisce autorità, e allo stesso tempo, puntigliosità nelle cadenze aperte.

Alla pittura di Michele, pare che manchi il senso dell'approfondimento: una cultura storica efficace e psicologica, dalla quale scaturiscano i valori intimi di quella poesia che suggestiona, o convince. Comunque, gli affreschi di Santa Chiara rappresentano un lodevolissimo compito dell'autore, e una segreta speranza di poter trovare, un giorno, altre opere di Michele da Verona, più manifestamente risolte sul piano del sentimento.

La cinquecentesca pittura, si conclude nell'arco che scava l'altare. I candelabri dipinti richiamano quelli scolpiti, meno intelligentemente, sulle paraste di marmo rosso-bruno. Ma anche questi non sono disprezzabili: notevole è l'uso del trapano in leggeri intarsi, e decorosa l'impostazione delle figure.

Entro l'arco sta l'altare, barocco, con una finestra centrale, vetrinata, in cui si osserva la Vergine Addolorata: una scultura vestita con panneggi reali.
L'altare maggiore si trova direttamente sotto la cupola; una graziosa cupola, rivestita internamente da posticci cassettoni classici, digradanti, e conclusa con una non meno attraente lanterna. Questa costruzione, indubbiamente felice, date le condizioni attuali della chiesa, è quasi resa inservibile e inosservabile: quindi scaduta in un certo senso, nel suo pregio fondamentale. Degno di nota è il leggero e svelto salire dei «concentrici», e la riuscita impostazione del tamburo. Nei pennacchi si trovano quattro tondi con dipinte figure di santi. L'altare è costruito in marmo rosso assai pregiato, e sormontato da un modesto ciborio in legno, dipinto e dorato. Notevoli sono le due scalette che dal piano del presbiterio lo raggiungono: eleganti opere dell'artigianato moderno: agili e simpatiche: bianche come lo scapolare delle clarisse.

Ai lati dell'altare, sul frontone dell'arco trionfale, e immediatamente sui lati esterni, stanno dipinti decorativi e di scarso valore artistico. L'altare corrispondente a quello dell’Addolorata, siamo nella parete destra, è del 1729, e dedicato a Santa Chiara. Si tratta di un poco felice barocco, con l'immagine della santa in vetrina.

Incornicia l'incasso murario invece, un bellissimo arco; con paraste color ocra secco, assai più eleganti e gustose di quelle dell'altare corrispondente. Si nota qui una maggior abilità nel disegno, un controllo più deciso di sobrietà nel linguaggio plastico; tali da poter per certi aspetti essere attribuita a Domenico da Lugo, il magnifico intagliatore delle paraste dell'altare di Sant'Agata in Duomo. Corrispondenti alle pitture di Michele, all'esterno troviamo anche qui un grande riquadro, ma di scarsa fattura.

In vari settori sono dipinte immagini di santi, tra i quali Sant'Agnese e un San Francesco. Sui pennacchi dell'altare stanno due sculture a mezzo tondo rappresentanti: a destra San Girolamo e a sinistra il Battista: opere mediocri del seicento, o forse anche più recenti. Sul trono, in alto, oltre la cimasa dipinta, è un pretenzioso altorilievo, rappresentante Il Cristo con le pie donne e due angeli. Una scultura tormentata e non priva di efficacia descrittiva.

Segue all'altare di Santa Chiara, l'edicola detta «del miracolo». In una vetrina incassata nella parete sta appeso un piccolo crocefisso, malfatto, del XVI secolo (in mezzo a una moltitudine di cuoricini ex voto). Si tratta del Cristo miracoloso. Una scritta, sottostante il vetro, spiega come l'oggetto appartenesse nel 1500 ad un certo sig. Alberto Sanguenè, il quale aveva accolto nella sua casa un giovane tedesco, venuto in Italia per apprendervi la lingua. Ma questo giovinastro, prendeva a dileggio la sacra immagine, irriverendola, fino al punto che un giorno le sparò contro un’archibugiata. Fu allora che le gambe del Cristo si contrassero miracolosamente e tali rimasero per sempre.

Subito dopo l'edicola del Crocefisso, una porta introduce nel nuovo oratorio, detto anche Cappella della deposizione. Si tratta di una costruzione regolare, parastata come una grande chiesa, con rilievi e modanature di ordine pseudo-composito, databile alla fine del XVI secolo. L'oratorio possiede balaustra e presbiterio. Ai lati di quest'ultimo, notiamo due tele di scarso interesse rappresentanti: a sinistra La pietà (che è la migliore), a destra L'incontro di Cristo con la Madonna sul Calvario.

L'altare è senza stile alcuno; ma sotto la mensa, a mo' di urna, accoglie un simulacro del Redentore deposto nel sepolcro. Detta figura fu costruita dalle monache clarisse alquanto tempo fa, usando semplicemente dei purificatoi di tela e quindi dipingendoli. Si narra che tutto il corpo del Cristo fosse ormai finito: mancava solo la testa. Il giorno dopo le suore trovarono che anche quella era al suo posto: fatta di legno. Non si seppe chi ne fu l'autore, ma, se escludiamo il fatto miracoloso, dobbiamo credere che si trattasse di un abile scultore, capace di ricavare dal legno forme delicate e sofferte; meritevoli di attenzione.

Sui lati dell'oratorio troviamo due edicole l'una dedicata alla Madonna delle grazie, l'altra a Santa Rita.

In chiesa notiamo la decorativa pittura del soffitto, rappresentante l'esaltazione del Sacro Cuore e le raffigurazioni degli apostoli, in altrettanti quadretti, disposti tutt'intorno alle pareti, al posto delle stazioni della Via Crucis. Questi dipinti, settecenteschi o del primo ottocento, sono opere intelligenti, a volte severi ritratti, dal disegno accurato e dal colore veramente espressivo; a volte, invece, pure identificazioni colorate. Si nota, in conclusione, una notevole discordanza tra gli uni e gli altri, ma tra i migliori, si gusta buona pittura.
Sopra i quadretti degli apostoli, vicini ai cantoni delle pareti, altri poco felici pannelli dipinti da Luigi Marai.
Fonte: Le Guide 19

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