Chiesa di Santa Chiara (e convento) - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Chiesa di Santa Chiara (e convento)

Verona / Italia
Vota Chiesa di Santa Chiara (e convento)!
attualmente: 04.00/10 su 2 voti
Sull'asse viaria Porta Vescovo-Teatro Romano, in sinistra d'Adige a Verona, in quella porzione di città chiamata comunemente Veronetta, la chiesa di Santa Chiara prospetta, dietro un piccolo cortile d'accesso, sulla via omonima. Per due lunghi periodi la chiesa, con annesso convento, ebbe ad ospitare le suore Clarisse che peraltro - una volta per ordine di Napoleone Bonaparte e recentemente di propria volontà - se n’allontanarono.

Oggi il complesso torna ad essere nuovamente utilizzato, dopo che il Comune di Verona n’aveva intrapreso, qualche tempo fa, almeno un parziale recupero, a prezzo di laboriosissimi restauri che rilevarono l'alta antichità d’alcune sue porzioni edilizie. Purtroppo però la chiesa, spogliata d’ogni suo arredo, è stata nel frattempo oggetto d’incursioni vandaliche.

LE CLARISSE A VERONA

Le suore Clarisse, cosiddette dell'Osservanza (vale a dire con regola riformata, cioè ricondotta in qualche modo allo spirito della fondatrice), s’installarono qui, in un gruppo d’edifici d’origine medioevale (la c.d. “corte del duca” d’ascendenza longobarda), nei decenni a cavallo fra la prima e la seconda metà del secolo XV, riassettando gli edifici che già esistevano, ma costruendo ex novo la chiesa dedicata appunto a Santa Chiara, loro fondatrice.

A completa se pur sempre sommaria informazione sulla presenza delle Clarisse a Verona (non ovviamente quelle cosiddette dell’Osservanza che verranno poi), va ricordato che suore di quest’ordine francescano erano a Verona fin dal terzo decennio del XIII secolo, ed è tradizione che al nascere del primo monastero – quello di Santa Maria delle Vergini che si trovava in Campomarzo (Corte delle Maddalene), detto anche delle Minorite o delle Damianite di Verona – sovrintendesse la stessa Santa Agnese, sorella di Santa Chiara, inviata, sempre secondo la tradizione, a fondare parecchi monasteri dell’alta Italia, come quelli di Venezia nel 1234, o di Mantova nel 1238.
Comunque siano andate davvero le cose, il primo atto relativo alla chiesa ed al monastero femminile francescano di Santa Maria delle Vergini in Campomarzo risale al 1226. Il 3 marzo di quell’anno, a Verona, nel palazzo episcopale, Giacomo Breganze, vescovo di Verona, donava ad Ugolino, cardinale di Ostia e Velletri, amico e protettore del movimento francescano e poi papa con il nome di Gregorio IX, il luogo detto in Campomarzo, che il Comune di Verona aveva concesso all'ordine delle povere dame – cioè alle discepole di santa Chiara – perché queste vi costruissero un monastero in onore della Vergine Maria, nel quale potessero vivere secondo la forma "vite vel religionis pauperum dominarum de valle Spoleti sive Tuscia" (della congregazione delle povere signore della Valle di Spoleto e di Tuscia).

Pochi anni appresso il monastero doveva essere già edificato, se in un documento datato da Perugia il 9 maggio 1234 - con il quale papa Gregorio IX, sottraendo le monache alla giurisdizione del vescovo di Verona e ponendole sotto la protezione della Santa Sede, n’assegnava il governo ai Francescani di San Fermo Maggiore - si ricorda il monastero della Beata Vergine Maria come costruito in "Ioco ubi dicitur in Campo Martio" dandone anche le coordinate topografiche: "ab uno latere Campo Martius, ab alio latere murus dicti Campi Martii, ab uno capite iura ecclesie Sancte Marie Magdalene, ab alia ridus Campi Martii et predictus Campus Martius" (da un lato il Campo Marzo, da altro il muro di Campo Marzo, da un capo i diritti della chiesa di Santa Maria Maddalena e da altro il rio di Campo Marzo, vale a dire il fiumicello di Montorio che, proveniente da San Nazaro, lungo l'attuale vicolo Terrà, attraversava l'attuale via XX Settembre, costeggiava il convento di San Cristoforo per entrare poi nei terreni stessi del monastero delle Clarisse).

IL CONVENTO DI SANTA CHIARA

Mentre la vita del monastero delle Maddalene continuava a scorrere, fu nel secolo XV, come si è già accennato, che si dette mano alla fondazione in Verona di altra comunità di Clarisse, da quello assolutamente distinta: a Santa Chiara appunto, e ciò per iniziativa di alcuni nobili cittadini i quali, in seguito alla predicazione di San Bernardino da Siena, desideravano avere in città un convento di Francescane, secondo la riforma. La chiesa era già finita alla metà del secolo XV, e la data del 1453 incisa sulla porta può credersi appunto quella della fine dei lavori a suo tempo iniziati. E del resto l’altar maggiore fu consacrato nel 1454, l'anno successivo.

Le case attorno erano nel frattempo state acquistate per adibirle a convento, e sempre per mezzo di offerte di nobili cittadini, da Galeotto a Giordano Radici. Erano le case che, secondo una tradizione raccolta dallo storico cinquecentesco Ludovico Moscardo, sarebbero state la residenza dei duchi longobardi. Gli fa eco due secoli appresso un altro storico locale, quel Giambattista Biancolini che così annota: "Questo palazzo è appunto quello il di cui prospetto si vede delineato nell’iconografia di Verona, da me pubblicata nelle Dissertazioni sopra i nostri Vescovi e Governatori; ed è cosa molto probabile che esso Palazzo edificato fosse per abitazione dei Duchi de' Longobardi, sì in riguardo alla magnifica sua ampiezza che apparisce tuttavia dalle mura che circondano il Monastero, nonché dalla di essa rozza struttura longobarda; e sì ancora perché in quel vicinato corre tuttavia il nome di Corte del Duca, con quel nome si identifica e circoscrive un certo luogo anche nel Testamento del Vescovo Nocterio".

La chiesa delle suore ebbe subito un cappeIlano residente per la celebrazione della Messa e l'amministrazione dei Sacramenti, sempre stando alla documentazione pubblicata da Giambattista Biancolini, che aggiunge: "Secondo l'Istituto delle monache di Santa Chiara doveano elle essere assistite da un cappellano Prete Secolare; ma queste di Verona non avendo come supplire al di lui mantenimento, perciò dal Pontefice Eugenio IV, fu ad esse l'anno 1437 conceduto che di certa porzione di denaro, ricavato dei Beni che furono delle Monache di Santa Maria di Arcarotta, fosse istituita una Cappellania, nella Chiesa col gius di eleggere esse stesse il Cappellano, il quale dovesse ivi celebrare la Santa Messa ed altri divini Offici".

"Quando, e come - continua lo storico veronese - abbiano cominciato ad ingerirsi nella Spiritual direzione di quelle Monache i Frati Minori Osservanti di San Francesco nol so precisamente io; ma siccome del sunnominato Pontefice con suo Breve dato in Firenze l'anno 1438, Idibus Augusti [...] tutte le Monache dell’Ordine di Santa Chiara furono sottratte a jurisditione et superioritate Ordinariorum etc.; perciò è probabile che circa quel tempo anche queste di Verona abbiano cominciato ad esser dirette e governate prima da que' Frati di Santa Maria di Arcarotta, e poi circa l'anno 1452 da questi di San Bernardino, restando indi quel cappellano semplice Rettore della Chiesa colla sola obbligazione di celebrare la Santa Messa, e col gius dei Funerali di chi venisse sepolto nella medesima, ritenendo egli per sua abitazione l'annessa consueta Casa, come tuttavia l'odierno Cappellano si ritiene, e due de' suddetti Frati Direttori furono collocati in altro appartamento con Orto più vicino alla Chiesa, per maggior comodo di ascoltare le Confessioni di esse Monache ed amministrare ad esse gli Altri Sacramenti".

Dopo le prime tre suore Clarisse, fatte qui giungere a fondare la comunità veronese delle Riformate dal monastero del Corpus Domini di Mantova, altre vennero qui a stabilirsi: erano nella stragrande maggioranza giovani uscite dalle migliori famiglie veronesi per nobiltà o per censo, da via via sistemare nei complessi edilizi che circondavano la chiesa e che si andavano anch'essi restaurando, mano amano che la comunità si ingrandiva.

Restauri al monastero di Santa Chiara dovettero realizzarsi per esempio verso il 1485, se Papa Innocenzo VIII concedeva licenza che parte della dotazione della chiesa potesse essere alienata per essere convertita in strutture edilizie tali da rendere più comoda la vita delle suore. Ed è datato al 10 febbraio 1484 un contratto stipulato da maestro Angelo Alberto Lapicida del fu Giovanni di San Quirico con Matteo Guagnini di San Sebastiano, nel quale egli si impegna a fare quattordici colonne di pietra rossa lavorata per il monastero, al prezzo di lire dodici per colonna.

Il monastero godeva allora di grande prestigio: negli statuti del Monte di Pietà, fondato nel 1490, venne stabilito che la cassa dei denari del Monte fosse "messa nel monastero de le venerabil donne et monache di S. Clara qui in Verona, per esser quel loco securissimo da foco e da furti, stando nelle mani di quelle fedelissime e devotissime religiose".

Documenti d'archivio ci informano ancora - sempre per fare qualche altro esempio - come le monache, nel 1610, si fossero rivolte ai rettori di Verona perché dessero loro un soccorso per rifare il loro grande dormitorio che minacciava rovina "commosso da la vecchiaia o forse non costrutto secondo gli ordini de l'architettura", questo aveva, infatti "dato molti segni di ruina con fissure nei muri, con allargarsi et titubare del tetto, con piovere ruinazzi e con simili accidenti, talché una di queste notti gran parte di queste Vergini sacrate al Signore, spaventate dal fragor del tetto, furono costrette a fuggire chi qua, chi là per salvarsi in altri luoghi del povero monastero".

Così le religiose giustificavano la richiesta di aiuto: "Perché, quantunque noi abbiamo rinuntiato a le ricchezze, a i dilitti et alle delitie del mondo, et abbiamo volentieri abbracciato l’obbedienza, la paciencia, l'humilità et la povertà, non è però tra noi alcuna che non tremi considerando l'horrore et il danno che può apportare morte repentina et violenta. Ma sia pur sempre benedetto il Signore che amandoci ci gastiga et vuole che andiamo a la gloria sua col mezzo di molte tribolazioni et passioni".

Non è qui il caso di narrare oltre delle monache che col nome di Povere suore di Santa Chiara abitavano il convento. Accenneremo tuttavia con Antonio Pighi: "quanta stima godessero presso i nostri maggiori. Il nostro Vescovo Matteo Giberti, il riformatore della Chiesa veronese nella prima metà del secolo XVI, avendo pur dovuto riformare molti conventi di monache e sopprimere alcuni, nulla innovò nelle monache di Santa Chiara: anzi, diede loro prova evidente della sua stima, quando nel 1533 mandò quattro di esse a fondare un monastero di Clarisse nella vicina Trento".

Aggiunge sempre Antonio Pighi: "Dalle memorie dell'antico convento apparisce quanto fosse numeroso; vi abitavano ordinariamente oltre sessanta monache; al principio del secolo XVII furono centoventi ed anche centocinquanta, e tra i loro nomi figurano le più insigni famiglie di Verona, Landi, Zerbi, Avanzi, Cipolla, Fumanelli, Da Campo, Da Lisca, Maffei, Becelli, Nogarola ed altre. (...) Sappiamo che il Comune mandava ad esse un'offerta ogni anno nella festa della Santa Fondatrice, perché la celebrassero convenientemente anche alla loro mensa. Esse vi durarono fino all'epoca della soppressione napoleonica nel 1810; allora molte dovettero ritirarsi nelle loro famiglie; alcune abitarono in povere casette attigue alla chiesa, dove con varie vicende durarono fin verso la metà di questo secolo [XIX] servendosi come di Chiesa della Cappella del SS. Crocefisso: l'ultima Suor Dorotea Guglielmi morì il dì 19 Dicembre 1851. Intanto la chiesa era stata convertita ad usi profani".

LA CHIESA DI SANTA CHIARA

Ma ritorniamo, dopo questa digressione, alla chiesa che ostenta ancora la bella facciata in cotto, la porta archiacuta, con nella lunetta la santa titolare che accoglie le monache, due finestre laterali allungate ad arco trilobo e una bella finestra centrale gotica, tutte originali, anche se pesantemente restaurate alla fine del secolo XIX.

Anche l'interno della chiesa ostentava, prima della soppressione napoleonica, buone opere d'arte: una pala del Brusasorzi stava sull'altar maggiore: un'altra dello stesso artista all'altare a destra; un'altra era di Paolo Farinati, una quarta di Francesco Caroto; altri quattro quadri di Francesco Morone o di Gentile Bellini appartenenti alle monache di Santa Chiara passarono in seguito alla Galleria Bernasconi, che fu poi donata al Civico Museo. Rimasero invece in loco - e vi si possono tuttora ammirare - gli affreschi eseguiti per una cappella laterale, a carme Evangeli di Michele da Verona (1470-1536) e Francesco Morone (1471-1529) già firmati da Michele e datati "hoc fecit Michael die III augusti MCCCCCVIII". Tali affreschi adornano, esternamente ed internamente, l'intera cappella.

Ad avviso di Maria Teresa Cuppini sarebbero di Morone L'Eterno Padre, Il profeta Giosuè, Gli evangelisti Matteo e Marco e Il Redentore; di Michele invece gli Evangelisti Giovanni e Luca, Il profeta Noè e Il compianto di Cristo nella lunetta, quest'ultima apparsa nei restauri del 1969. Ma del San Luca Sergio Marinelli rende noto il disegno di modello assegnandolo senz'altro a Michele e rimettendo quindi in discussione tutto il problema attributivo, sul quale del resto si discute da almeno due secoli.

Sempre in loco è rimasto l'affresco di Domenico Brusasorzi (1515-1567) con l'Ascensione, nella volta del coro delle monache. Molto ridipinto, esso mostra un Cristo monumentale che sbuca, visto di scorcio laterale, da un cielo circolare mantegnesco. La Madonna e gli Apostoli, affacciati alla balaustra, richiamano le figure che nel 1534 Francesco Torbido, su disegno di Giulio Romano, collocava ai piedi dell'Assunta nell'abside della Cattedrale veronese: "una sortita molto coraggiosa - attesta Sergio Marinelli - per il pittore, che sviluppa le soluzioni ben note di Mantegna e Correggio in una direzione che anticipa il Veronese di San Sebastiano". Il tondo è probabilmente l'unico elemento rimasto scoperto della grande volta che fu scialbata in epoca imprecisata e che potrebbe dunque celare altri affreschi, o per lo meno decorazioni geometrico-floreali.

LA RINASCITA OTTOCENTESCA

A questo punto della nostra storia dobbiamo necessariamente tornare in Campomarzo dove nel frattempo, sempre con le soppressioni napoleoniche, anche l'altro convento delle Clarisse -quello di più antica fondazione - era stato soppresso e demaniato, ma dove nel 1845 erano entrate altre Clarisse, questa volta fondate da tale Teresa Cavalieri con la denominazione di "discepole del Sacro Cuore di Gesù", previi lavori di restauro e di ricostruzione del complesso, per riabilitarlo alla sua antica funzione. Nel giorno della solenne inaugurazione, il 19 ottobre 1845, quel monastero, così ristrutturato a trentacinque anni dalla sua chiusura, poté accogliere ventisei coriste, nove converse, dieci novizie e numerose educande alle quali nel 1848 Pio IX confermò definitivamente l'appartenenza all'Ordine di Santa Chiara.

Ma andiamo con ordine, sempre seguendo la descrizione dell'Arrighi: "Si pose mano al restauro di tutti questi luoghi [di Santa Maria Maddalena] il 10 marzo 1835, e tanto fu sollecito il lavoro che il 6 febbraio dell'anno appresso il vescovo ritornò la chiesa al culto divino: e tre giorni dopo la pia unione si tramutò dagli ex-Derelitti nel Convento di Santa Maria delle Vergini: ventiquattro erano le già vestite dell'abito ricordato di sopra, due le novizie, tre le educande: ed il 3 novembre dell'anno medesimo fu quivi aperta la scuola gratuita a beneficio delle fanciulle delle vicine contrade, con Maestre approvate, come fatto erasi negli ex-Derelitti, alle quali si aggiungea buon numero di altre, che nei dì festivi ricorrevano per sollazzo ed istruzione, come fanno anche al presente, togliendole in tal guisa in quel tempo santo da ogni pericolo e da ogni moderna distrazione",

Ed ancora, sempre secondo il nostro informatore: "II Signore non tardò a volere che si facesse qualche cosa in più, perciocché, moltiplicando Egli la vocazione alla vita religiosa, si dovette pensare a rifare un dei lati demoliti sul disegno ed ordine del Convento antico, con quindici celle a mezzodì, con loggia e corritojo lungo il coro e la Chiesa, con cinque luoghi e chiostro in piano terreno e l'opera fu compiuta il 18 settembre 1837. Né minor fu la sollecitudine nell'adornar la Chiesa di altri due altari, uno alla Beata Vergine, e l'altro dedicato a Santa Chiara. Fu abbellito il maggiore, che nell'aprimento della Chiesa erasi eretto, quivi trasportato dalla soppressa chiesa di San Mamaso".

Ma non molto rimasero le suore Clarisse ad abitare questi chiostri che furono definitivamente abbandonati nel 1898, essendosi esse trasferite da tempo, volontariamente nel monastero di Santa Chiara, del quale si sta discorrendo appunto.

Qualche decennio prima era accaduto che il vescovo di Verona monsignor Benedetto De Riccabona volesse introdurre anche a Verona un'istituzione già esistente a Roma, Napoli, Torino ed altre città d'Italia, cioè l'Adorazione perpetua del SS. Sacramento. L'opera, che era stata fondata verso la metà del secolo XVII in Francia dalla regina Anna, madre di Luigi XVI, ed era stata approvata dai papi Innocenzo XI e Clemente XI, era stata altrove affidata ad una congregazione di suore dette perciò Sacramentine, e a queste avrebbe dovuto rivolgersi monsignor De Riccabona. Ma due circostanze gli fecero prescegliere le Clarisse.

La prima fu l'opportunità di riaprire al culto la chiesa di Santa Chiara e la seconda la recente restaurazione di quest'ordine nell'antico convento di Santa Maria delle Vergini. Ai desideri del vescovo coadiuvò il sacerdote don Giuseppe Turri che, parte con le sue elargizioni, parte con offerte avute da altre persone, non solo recuperò la chiesa di Santa Chiara, ma acquistò e pure restaurò insieme alcune delle case adiacenti.

Così dopo molte spese per acquisto e riparazioni, dopo molte opposizioni nel frattempo insorte, si poté finalmente restituire al culto la chiesa, erigervi l'Adorazione perpetua e, con l'approvazione della Santa Sede, affidarla alle monache di Santa Maria delle Vergini. Insieme con don Turri, fu assai benemerito di questa istituzione monsignor Carlo Mengucci canonico di Sinigallia, che offrì il magnifico trono che si ammirava sul nostro altare, un grande e ricco Ostensorio copia di quello che nel 1857 Pio IX aveva offerto in dono alla città di Bologna, ed altri oggetti preziosi.

La prima solenne esposizione del Santissimo si fece il 23 settembre 1860, decimo anniversario del giorno in cui era stato scoperto in Assisi e giuridicamente riconosciuto il corpo di santa Chiara.

Venne il 1867, e le suore dovettero sottostare alla legge della soppressione delle corporazioni religiose: ed anche l'opera dell'Adorazione perpetua, amministrata secondo la volontà del fondatore da una speciale commissione, sentì gli effetti di quella legge. Il demanio pretese che i beni di quest'opera fossero beni delle monache soppresse, e come tali se li fece consegnare. La commissione dovette allora sostenere gravissime spese per salvarne almeno una parte, finché il demanio venne a migliori consigli e deliberò di passare annualmente alla commissione una parte dei frutti dei beni già appresi ed alienati.

Le Clarisse rifondate nell'Ottocento a Santa Maria delle Vergini e trasferitesi poi a Santa Chiara qui rimasero fino a qualche decennio fa quando, per l'insalubrità del monastero da esse abitato, fu deciso di costruire il nuovo monastero di San Fidenzio, dove infine si trasferirono, abbandonando definitivamente l'antico complesso.

Da qui le suore portarono seco, tra l'altro, un Crocefisso miracoloso che si trovava in una vetrina incassata in una parete della chiesa: "un piccolo crocefisso, malfatto, del XVI secolo, in mezzo a una moltitudine di cuoricini ex voto". Si tratta di un Cristo miracoloso. Una scritta sottostante il vetro spiega come l'oggetto appartenesse nel secolo XVI al nobile Alberto Sanguenè, il quale aveva accolto nella sua casa un giovane tedesco venuto in Italia per apprendervi la lingua. Ma questo giovinastro avrebbe preso a dileggio la sacra immagine fino al punto che le avrebbe sparato contro un’archibugiata. Fu allora che le gambe del Cristo si contrassero miracolosamente e rimasero tali per sempre.

Era qui in questa chiesa anche un’immagine di Gesù morto e sepolto, che stava sotto la mensa dell'altare della cappella a lui consacrata. Si dice che il corpo, formato tutto di tela, fosse stato modellato dalle antiche monache adoperando i purificatori, che per esser logori erano fuori uso. Aggiunge una pia tradizione che avendo esse formato in questa maniera il corpo, fossero in grandi angustie per il capo, che non era di così facile fattura. Ma che, una mattina, dopo molte e molte preghiere, trovarono il capo già realizzato da mano ignota e congiunto al resto del corpo.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 2000

Condividi "Chiesa di Santa Chiara (e convento)" su facebook o altri social media!

Chiesa di Santa Chiara (e convento) - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.