Chiesa di Santa Maria Antica - Verona

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Chiesa di Santa Maria Antica

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Alberto della Scala fu il primo esponente della famiglia ad avvertire l'esigenza di vivere in un palazzo che rispecchiasse l'autorità e il prestigio della casata. Egli diede l'avvio alla Signoria Scaligera e volle che il suo palazzo sorgesse nella zona più vitale di Verona, quella zona che già aveva rappresentato il punto nevralgico della città romana. Il sito occupava, infatti, l'area dell'attuale cortile del Tribunale, poco distante da piazza Maggiore (piazza delle Erbe) che, in età romana, aveva ospitato il Foro.

Il luogo, posto nel quartiere di Santa Maria Antica, già nel 1235 era denominato hora illorum de Scalis: quartiere dei della Scala. Gli Scaligeri resteranno sempre fedeli a questo sito posto nelle immediate vicinanze del Cemeterium di famiglia presso la chiesa di Santa Maria Antica e perciò carico di un pregnante significato simbolico. Nel 1277 Mastino vendette al fratello Alberto la "pecia terre cassate, murate, capate et salariate iacentis in guaita Sancte Marie Antique" ("un terreno edificato con una casa in muratura provvista di tetto con tegole e solaio posto nel quartiere di Santa Maria Antica"). Il sito si trovava non lontano dalla Domus Filarorum. Nel 1285 Alberto fu autorizzato da una aggiunta agli Statuti a costruire edifici fortificati sull'area di sua proprietà, benché questa si trovasse nelle vicinanze del palazzo del Comune. L 'autorizzazione era necessaria, perché, per intuibili motivi di sicurezza, ciò di norma era vietato e anzi, una posta del libro III degli Statuti del 1276, la LXII, stabiliva che dovessero essere abbattuti gli edifici dai quali fossero stati scagliati dardi contro il palazzo del Comune ("ut hedificia diruantur ex quibus iactantur contra palacium").

Il palazzo di Alberto era prospiciente l'attuale via Arche Scaligere. I dati dei recenti scavi archeologici condotti da Peter J. Hudson per la Soprintendenza Archeologica del Veneto hanno dimostrato che l'edificio aveva probabilmente una struttura a "L" e occupava l'angolo sud-orientale dell'area del cortile del Tribunale, con un avamposto verso nord al centro del cortile stesso. Era munito di due torri. La prima fu costruita probabilmente grazie all'autorizzazione del 1285, ma potrebbe averla preceduta. La clausola aggiunta agli Statuti del 1276 che già abbiamo menzionato, infatti, sollevava Alberto dall'obbligo di rispettare le norme che regolavano l'edificazione nelle immediate vicinanze del palazzo del Comune "in domibus factis et faciendis", vale a dire per quanto riguardava le costruzioni già ultimate e quelle la cui edificazione era in corso. Nel 1295 fu costruita la "domus a revoltis" (casa con porticati).

La seconda torre fu aggiunta nel 1298. Quest'ultima, situata in un angolo dell'edificio, guardava verso ponte Nuovo. Secondo I'Hudson era probabilmente collocata lungo il lato meridionale del palazzo, ma non si può escludere che si trovasse lungo l'attuale via Arche Scaligere. Potrebbe, in questo caso, essere identificata con quella ancora esistente nell'angolo tra via Arche Scaligere e piazza Indipendenza. Sappiamo anche che il palazzo di Alberto era dotato di un pozzo spesso citato nei documenti antichi, la cui vera sarebbe quella oggi visibile nel cortile del Tribunale (Mellini).

A causa della perdita degli archivi scaligeri è difficile documentare gli interventi edilizi successivi a quelli voluti da Alberto. Ai tempi di Cangrande gli Scaligeri possedevano quattro dimore distinte nel quartiere di Santa Maria Antica.

Gli scavi condotti dall'Hudson hanno documentato anche la costruzione del palazzo di Cansignorio, compiuta entro il 1364. Egli inizialmente visse "satis oscure", abbastanza modestamente, assieme alla madre Taddea da Carrara nel palazzo di Santa Maria Antica, ma decise in seguito di ingrandirlo. Le antiche cronache riferiscono che furono edificati un broilum (giardino), un revoltum (porticato) ed il puteum (pozzo). Il giardino fu circondato da "alte e forte muraglie" (Saraina). Il preesistente palazzo di Alberto fu in effetti ingrandito verso ovest, fino a via Dante, e arricchito di tre nuove torri che s'affacciano su piazza dei Signori, via Dante e piazza Indipendenza. Una quarta fu aggiunta annettendo al palazzo la casa torre che si trovava di fronte alla facciata di Santa Maria Antica. La quinta è quella che potrebbe essere stata edificata già da Alberto e della quale abbiamo detto.

Per rendere possibile la realizzazione del suo monumentale palazzo Cansignorio dovette abbattere vecchi edifici e forse anche alcune I torri che si trovavano lungo la strada che conduceva da piazza Erbe a ponte Nuovo, strada che venne inglobata nel broilum del palazzo stesso. (Sull'entità delle demolizioni ordinate da Cansignorio gli stu- diosi non sono concordi. Critiche alle supposizioni dell'Hudson sono state rivolte in particolare da Francesco Arduini.) Lavori di demolizione furono eseguiti anche all'interno del cortile dove fu abbattuta la casa torre attribuibile ad Alberto e due case che si trovavano nella parte occidentale di esso. Più problematico è ricostruire i limiti orientali del palazzo di Cansignorio, perché la chiesa di Santa Maria Antica era, secondo l'Hudson, proprietaria di parte degli edifici adiacenti che la separavano dalla torre di via Arche Scaligere.

II giardino di Cansignorio trovò spazio sul sito della attuale piazza Indipendenza e fu circondato, come si è detto, da un muro turrito. All'esterno il palazzo, che si può considerare una vera fortezza urbana, venne secondo gli archeologi rivestito di blocchi di marmo bianco e rosa di Verona. II palazzo di Cansignorio comprendeva anche l'edificio che oggi ospita la Prefettura, dove si trovavano la "Sala Magna" e la loggia, tuttora esistente. Per affrescare la "Sala Magna " fu chiamato un artista a detta del Vasari "famigliarissimo de' signori della Scala": Altichiero. Egli vi dipinse alcuni episodi della guerra combattuta dall'imperatore Tito contro Gerusalemme. Assieme all' Altichiero lavorò anche l' Avanzo che fu autore di due trionfi che si trovavano sul fondo del porticato a pianterreno.

"Tra que palagi / tra l'altre gli è una sala per certano / tutta depinta con magne figure / a l'istorie de Tito Vespasiano / et si ricca d'oro e de pinture / con le figure tanto naturale / che tutta Italia non un'altra tale": così la descrisse nel 1476 Francesco Corna.

L'opera, che fu lodata anche dal Mantegna, è andata purtroppo perduta. Si sono salvati solo alcuni lacerti degli affreschi dei sottarchi della loggia al primo piano, raffiguranti uomini e donne celebri nell'antichità. Si tratta, secondo il Mellini, cui si deve la loro scoperta, "di una serie di medaglioni romano-imperiali che sono la più antica testimonianza monumentale di tale iconografia nel Medioevo". I medaglioni della "Sala Magna", oggi perduti, erano probabilmente completati da una didascalia: a questi ritratti di personaggi illustri del XIII e XIV sec. sarebbero infatti da connettere gli Epigrammata composti da Antonio da Legnago (Avesani). L'opera contiene il ritratto di 19 personaggi illustri coevi di Antonio o scomparsi nella prima metà del XIV secolo. Fu composta tra il 1375 e il 1381. Vi sono celebrati tre Scaligeri: Mastino Il, Cansignorio e Cangrande I.
Sappiamo che nel palazzo di Cansignorio doveva trovarsi anche una cappella privata, dove egli assisteva alla messa: era probabilmente quella che in seguito fu chiamata chiesa di San Bastianin.

L 'imponenza dei palazzi scaligeri, il cui aspetto oggi è diverso da quello originale a causa dei restauri che vi furono apportati in questo secolo sotto la direzione dell'Avena, è espressione di una vocazione architettonica che sembra presentare una peculiarità prettamente veronese. Secondo gli studi di Francesco Doglioni, infatti, il tessuto edilizio della città "è totalmente percorso da inquietudini, irregolarità, accidenti murari", da una complessità che sfugge alle schematizzazioni e non trova riscontri nelle altre città venete, dove nel Medioevo sorsero le tipiche "case a schiera", caratterizzate da fronte stretto e lotto allungato e dai portici che a Verona sono pressoché assenti. Il tipo di casa più diffuso a Verona nel Medioevo è, invece, quello "a corte", derivante dagli antichi moduli delle costruzioni romane. Il Doglioni ipotizza che la diversità di Verona rispetto alle altre città venete e padane possa spiegarsi con il fatto che essa sia stata solo marginalmente interessata alla cosiddetta fase della "città di legno" e "comunque in epoca più antica". Verona avrebbe, insomma, ereditato dall'epoca romana una spiccata vocazione alla costruzione di edifici in muratura. Ciò spiegherebbe anche l'irregolarità e la complessità del suo tessuto urbano: nel corso dei secoli, infatti, gli edifici subirono numerose trasformazioni e, per motivi di economicità (costruire in muratura era più costoso di quanto lo fosse edificare in legno), si cercava di limitare la demolizione delle murature preesistenti, inglobandole nella nuova costruzione. Ciò, tuttavia, era possibile solo a patto di adattare il nuovo progetto alle strutture che non si intendeva abbattere. A ragione, dunque, l'Anonimo del Versus de Verona descrisse la città definendola "murificata firmiter": egli si riferì forse non soltanto alle mura che la cingevano, ma anche alle sue solide costruzioni in muratura. Un'altra interessante caratteristica della città fino al sec. XIV era il fatto che "il perimetro degli isolati era articolato da pieni e vuoti in alternanza, vuoti che potevano consistere sia in corti private cinte da muro, ma volte verso la strada anziché verso l'interno dell'isolato, come avverrà sovente nelle epoche successive, sia in spazi e passaggi pubblici e semipubblici, a formare viabilità interne all'isolato più controllate e difese".
È interessante notare che all'interno dell'isolato potevano trovarsi edifici non meno importanti di quelli che si affacciavano sull'esterno.

Immaginando l'aspetto della Verona scaligera non possiamo, inoltre, prescindere dalle torri o case torri che le conferivano, con la loro differente altezza, un profilo discontinuo e, con la loro possanza, un aspetto di severa autorevolezza. In questi edifici all'ultimo piano il tetto veniva lasciato a vista. Ne risultava la caratteristica "copertura a capanna a due falde inclinate". Questi ambienti erano spesso riccamente decorati da affreschi che, nel sottotetto, seguivano e sottolineavano il profilo delle pareti, formando un frontone.

Lo spazio interno restava il più delle volte indiviso oppure, come nel caso di palazzo Pellegrini Trabucchi, poteva essere ripartito in più locali da sottili strutture in legno e intonaco affrescato. Gli ambienti I "a capanna " furono sostituiti nel XV secolo da quelli a solaio piano, più funzionali proprio perché più facilmente suddivisibili in stanze.

Dall'esigenza di collegare le torri di uno stesso palazzo nacque il "pontesel" un camminamento in legno posto sul muro di cinta e protetto da un tettuccio. In seguito il semplice "pontesel" divenne una loggia, anch'essa per lungo tempo realizzata in legno. Esempi di tali logge si possono ancora osservare a San Fermo, nella corte attigua alla chiesa di Santo Stefano e in quella della casa interna in vicolo Due Mori. La loggia veronese è diversa dalla "loza" veneziana: quest'ultima è rivolta verso l'esterno, mentre quella veronese si affaccia sulla corte interna, per permettere alle case di essere ben protette in tempi in cui il problema della sicurezza doveva essere molto sentito.

Una visita a quello che fu il quartiere degli Scaligeri ci regala profonde suggestioni. Lì i Signori della Scala eressero le loro torri, e lì vollero costruire i sepolcri da cui ancor oggi ci guardano le loro statue, simboli di un ideale di gloria cavalleresca sensibile non solo al valore delle armi, ma anche alla celebrazione della cultura, dell'arte, della munificenza, di uno stile di vita di aristocratica raffinatezza.
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