Chiesa di Santa Maria della Scala - Verona

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Chiesa di Santa Maria della Scala

Verona / Italia
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Il 6 settembre 1324 Cangrande della Scala donava ai Servi di Maria una casa nel centro storico di Verona, in una zona che allora non doveva essere fittamente costruita. Fu la prima di una serie di donazioni e d’acquisti che avrebbe di lì a poco concretizzato la volontà dei Servi di stabilirsi nel centro della città, mediante la costruzione di una chiesa con annesso convento, ancora adesso designata col titolo di Santa Maria della Scala.

Secondo l'erudito Giambattista Biancolini, lo storico delle chiese di Verona, la donazione sarebbe invece avvenuta l'anno appresso, quando lo stesso Cangrande della Scala, ammalatosi gravemente, avrebbe fatto voto che, se fosse guarito, avrebbe edificato una chiesa in onore della Madonna. Recuperata la salute, avrebbe sciolto il voto facendo dono ai Servi di una casa con orto, su di un muro della quale era dipinta un'immagine della Vergine. I due dati apparentemente contrastanti potrebbero però combinarsi. E', infatti, possibile che in un primo momento Cangrande pensasse di donare ai Servi di Maria soltanto il terreno per la costruzione della loro chiesa, ma che poi, l'anno successivo, fosse giunto invece alla decisione di contribuire, oltre che con il terreno, anche con larghe sovvenzioni in denaro alla realizzazione del progetto che avrebbe visto i Servi di Maria presenti in città accanto ai Francescani di San Fermo, agli Eremitani di Santa Eufemia e ai Domenicani di Santa Anastasia.

Oltre che alla donazione di Cangrande, la fondazione della chiesa e del convento veronese va ricondotta con ogni probabilità ad un preciso disegno del priore generale Pietro da Todi, al quale si dovrebbero anche gli altri insediamenti dei Servi in area veneta tra il 1316 ed il 1324: in tal modo Vicenza, Venezia e Verona potevano costituire, nel 1325 la Provincia veneta dei Servi e ciò in margine al Capitolo generale tenuto nel 1322 nella città lagunare. Si sa anche come la volontà dei Servi incontrasse difficoltà: il loro progetto, infatti, fu subito contrastato dai Francescani del vicino convento di San Fermo Maggiore che, qualche giorno dopo la divulgazione della notizia, si rivolsero al vescovo di Verona, Tebaldo, per spiegare i motivi del loro dissenso ed ottenere quindi che ai Servi non fosse concesso di insediarsi a così poca distanza da loro, ledendo diritti che da qualche tempo avevano acquisito. Lunga fu la vertenza, nel merito della quale non si entra: una trentina di pergamene - dal 1324 al 1329 - sono comunque le fonti alle quali si è rifatto chi ha trattato la questione, per ricostruire le varie fasi di questa controversia. Si sa pure che i Servi, avendo avuto in dono da Cangrande questo ed altri terreni, vinsero via via le resistenze di chi si opponeva al fatto che costruissero la loro chiesa ed il loro convento nella contrada di San Quirico e Sant' Andrea. Dopo quasi cinque anni la spuntarono, infatti, sui Francescani di San Fermo, anche se costoro vantavano un privilegio papale, a suo tempo ottenuto, in forza del quale alle loro chiese, entro lo spazio di trecento canne, non dovevano essere costruiti né chiese regolari, né chiese secolari, né tanto meno ospedali, senza speciale permesso della Santa Sede.

La primitiva cappella dovette subito dopo la sua costruzione essere ampliata, occupando gran parte dell'area sulla quale si estende anche la chiesa attuale. Pare che su una delle terre oggetto di donazioni e di compravendite insistesse già, disposto sull'attuale vicolo Scala, un maestoso porticato le cui vestigia, inglobate quindi nella chiesa, si sarebbero potute rilevare nei lavori di scrostamento del fianco esterno di questa, fatti eseguire nel 1922. In particolare, fra il pilone della facciata e un altro suo corrispondente sul vicolo, si sviluppa un arco gigantesco di ben 12 metri di diametro: esso sarebbe parte del porticato lungo il quale avrebbe dovuto estendersi la nuova chiesa.

Anche in vista di quest’espansione della chiesa e dell'annesso convento - parte del quale sarà addirittura costruito sul lato opposto di Via Stella - già in data 8 aprile 1326 era stato stilato l'atto di compravendita che sanciva l'acquisto da parte dei frati di Santa Maria della Scala di una casa con orto in contrada Sant'Andrea, da Nicolò di Sant'Andrea, per venticinque lire veronesi; e ciò per erigere due chiostri, la cucina ed il refettorio, mentre sempre accanto a quest'area, il 23 settembre del 1329, i Servi ebbero in dono, da Alberto e Mastino della Scala, un'altra casa con orto che pur potevano servire ad ampliare il convento.

La costruzione di una prima chiesa doveva essere a buon punto nel 1329 se in quell'anno, al 6 del mese di dicembre, essa poté essere consacrata, fornita com'era, oltre che di proprio cimitero, di due altari, uno dedicato a sant'Eligio e l'altro a santa Marta. Altri cronisti c’informano che nel 1353 erano già stati costruiti il coro e la nuova porta; che nel 1362 fu ultimata la cappella di destra, si terminò il campanile e si rinnovò l'altare della Beata Vergine per la munificenza dei Da Cerea; che nel 1371 era già collocato un organo con relativa cantoria, mentre, davanti alla chiesa, sulla strada, era stato costruito un nuovo portico.

Ancora, sappiamo che un dormitorio del convento andò distrutto a seguito di un incendio verificatosi domenica 8 marzo 1338: doveva trattarsi di un dormitorio ricavato nelle fabbriche conventuali annesse alla chiesa, sullo stesso lato di Via Stella. Nel 1341 poi, sotto il reggimento di fra’ Pietro da Parma, furono fabbricati il chiostro e la sagrestia, e ciò va messo evidentemente in relazione alle distruzioni provocate dall'incendio di tre anni prima.

La decisione di costruire un secondo convento - articolato in origine oltre Via Stella - sarebbe invece da collocarsi dopo il 1350 e prima del 1382. In quest'anno, il 15 febbraio, i frati ottennero da Antonio della Scala, dietro esborso di un'ingente somma di denaro, di scavalcare la strada con una passerella per unire appunto al convento la nuova ala che si andava erigendo sull'altro lato di Via Stella, e la cui costruzione sembra essersi protratta per diversi decenni, perché solo nel 1423 sarebbe stato realizzato il secondo chiostro e terminato il nuovo dormitorio. Parte del nuovo convento doveva essere pressoché approntato per il Capitolo Generale dei Servi di Maria che qui fu ospite nel 1383, quando vi trovarono vitto e alloggio, per l'intera durata della grand’assise, tutti i padri capitolari con il loro seguito: un'occasione importante, atta a suggellare la conclusione dei lavori trecenteschi per la fondazione del convento servitano veronese.

Ma anche la costruzione del secondo chiostro, risalente al 1423, è probabilmente collegabile ad altro importante avvenimento: la decisione presa in quello stesso anno dal priore generale dei Servi di fondare a Verona, nel convento di Santa Maria della Scala, un noviziato per i giovani aspiranti della Germania e dell'Italia, facendone dunque un punto di collegamento fra conventi al di là e al di qua delle Alpi. Intanto la chiesa si andava completando ed abbellendo secondo una logica del costruire e dell'arredare che vedeva un tempo i cantieri di tali edifici sempre aperti, o solo momentaneamente chiusi in attesa di essere riaperti. Anche i frati di Santa Maria della Scala, come quelli che abitavano altri conventi cittadini, nutrivano l'ambizione di vedere la loro chiesa sempre più bella, sollecitando vari devoti a contribuire alle spesso ingenti spese cui via via si sarebbe andati incontro.

Il fenomeno di questo continuo intervenire in edifici sacri già costruiti da tempo non deve stupire. Si rinnovano, infatti, sempre a cavallo fra il Quattro ed il Cinquecento, anche le facciate delle chiese di Santa Eufemia e di San Tommaso Cantuariense; si dotano di protiri laterali le chiese di San Fermo e San Lorenzo, e così via: "E' illuminante per la tendenza a rinnovamenti nel XV secolo - scrive a tal proposito Gunter Schweikhart - che anche chiese già esistenti venissero dotate di portali nuovi, di protiri oppure finestre nelle facciate. Così fu possibile non solo aumentare la dignità dell'edificio coinvolto, ma anche applicare forme contemporanee. AI di là dell'ordinamento dell'edificio tali interventi ebbero pure un'importante funzione urbanistica, in quanto contribuirono al decoro dell'intera città".

Fu così che nel corso del Quattrocento, dopo la costruzione della chiesa e dell'annesso convento, i lavori di abbellimento non ebbero mai sosta, con la costruzione di una nuova facciata, di varie cappelle e di nuovi altari, fino ai primi anni del Cinquecento, quando la nuova facciata in cotto fu arricchita di un rosone centrale, di due finestre laterali e della bella porta della Rinascenza dovuta con tutta probabilità all'architetto Francesco da Castello - che troviamo attivo in questi frangenti al servizio dei Servi di Maria - e non, come in passato è stato scritto, a fra' Giocondo. Di dove venga la notizia che il portale sia di fra' Giocondo - il celebre frate che operò nella Roma dei Papi alla progettazione di San Pietro in Vaticano e nella Parigi dei Re di Francia alla progettazione di un ponte della Senna, oltre che in altri celebri capitali europee di allora - è difficile dire. L'attribuzione si trova già agli inizi dell'Ottocento, nella guida di Da Persico. Molto probabilmente si era una prima volta confuso fra' Giovanni Giocondo con fra' Giovanni Olivetano, architetto pur esso, oltre che maestro di tarsie ed autore fra l'altro del portale di accesso al convento di Monteoliveto. Gli altri autori di guide ripeterono il nome e l'attribuzione, anche se qualcuno fra questi - Luigi Simeoni ad esempio - avanzò seri dubbi sulla paternità dell'opera.

E' in fase di cantiere quattrocentesco che nasce e viene arricchita di sculture e di affreschi la cappella Guantieri, salvatasi dai bombardamenti subiti nel corso dell'ultima guerra e recentemente restaurata.

La splendida cappella fu destinata intorno al 1432 ad accogliere la tomba di Paolo Filippo Guantieri, facoltoso borghese datosi alla carriera politica e morto nel 1430 quando era podestà di Firenze. Oltre alla bell’arca funeraria scolpita - come ricorda Gian Maria Varanini - dal padovano Bartolomeo Crivellari che è lapicida attivo anche a Santa Anastasia, il sacello fu interamente affrescato con Storie di San Gerolamo - a margine di un contratto stipulato il 15 luglio 1443 - dal pittore Giovanni Badile. Qui l'artista avrebbe realizzato, secondo Licisco Magagnato, "il monumento di più schietto lombardismo a Verona" poiché "nessuno come Giovanni Badile ricalca così da vicino le forme di Michelino da Besozzo e degli Zavattari, operosi del resto in quegli stessi anni", sicché "confronti con le storie di Monza sono talora stupefacenti".

Ricorda Mauro Cova che "quando Giovanni Badile accetta l'incarico di dipingere la cappella Guantieri con Storie o Fatti della vita di San Girolamo, è artista ormai affermato nel pieno della sua maturità. Era nato a Verona nel 1379 circa, e quindi doveva avere all'epoca sui 64 anni, età per quel tempo ragguardevole. Giovanni muore nel 1451 ed è ritenuta proprio questa l'ultima la sua opera a noi pervenuta o almeno a noi nota. Quest'impresa costituisce anche una "summa" poderosa e variegata di tutti i suoi precedenti interessi verso altri pittori che qui Giovanni rivela appieno, in modo talvolta persino contraddittorio. Comunque l'affrescatura di questa cappella ha valso la fama a Giovanni ed è proprio per quest'impresa che egli viene ricordato dalla critica come una figura eminente del primo '400 a Verona, se non proprio come comprimario dei più noti Stefano, Michelino e Pisanello, come un artista "laterale" - così lo definisce Fiocco - dotato di una sua propria riconoscibile personalità ed individuabilità, in un momento - quello appunto del cosiddetto "gotico cortese" o "internazionale" - in cui riescono talvolta sottili certe divisioni di paternità per opera di ambigua decifrazione critica".

Nel secolo XVIII la chiesa, che era sempre stata ad un'unica navata, fu innalzata tutto attorno di circa cinque metri onde consentire la costruzione di dieci nuovi finestroni che dessero luce all'interno, in sostituzione delle aperture quattrocentesche, chiuse sui lati in occasione della costruzione di varie cappelle.

In quella circostanza anche la facciata fu sopraelevata e - chiusi il rosone e le due finestre che ora si ammirano - vennero anche qui aperti due grandi finestroni laterali ed un gran tondo al centro, mentre tutto il quattrocentesco prospetto fu sepolto sotto un buono strato di malta. Fu solo nel 1921 che, a seguito di un grosso temporale, essendosi casualmente staccato dalla facciata l'intonaco, si scoprì sotto di esso quanto rimaneva del vecchio paramento murario e delle vecchie decorazioni, subito ripristinate.

Sempre alla metà del XVIII secolo tutto il vecchio convento, posto al di là di via della Stella d'Oro (rispetto alla chiesa s'intende), fu demolito interamente per dar luogo ad una fabbrica, al progetto della quale venne chiamato a lavorare l'architetto Adriano Cristofoli. Ma la fabbrica del Cristofoli - giunta almeno per i prospetti esterni fino a noi - fu dai Servi soltanto iniziata e non conclusa: con la soppressione napoleonica del Convento, avvenuta nel 1806, il complesso cessò di essere di loro proprietà e venne demaniato con la chiesa per essere di lì a poco, nel 1811, acquistato da Leone Pincherle, che lo ridusse ad uso di botteghe al piano terreno e di abitazioni al piano superiore.

Con l'esecuzione dei decreti napoleonici il 18 e 27 aprile 1806, con i quali si applicavano ai conventi e ai monasteri del Veneto le disposizioni del decreto 8 giugno 1805, la chiesa, essa stessa demaniata, rischiò di essere trasformata in teatro. Fu per interessamento del sacerdote veronese don Pietro Leonardi che l'evento fu scongiurato. Egli, infatti, ottenne dal governo l'edificio sacro ed alcuni locali contigui per farne la sede dell' "Asilo dei remenghelli".

Quanto salvato da don Leonardi doveva, molti decenni dopo, andare pressoché completamente distrutto. Nel corso della seconda guerra mondiale, infatti, anche la chiesa di Santa Maria de!la Scala fu colpita in pieno da un grappolo di bombe. Di qui la ricostruzione che, pur recuperando quanto non era stato distrutto e amorosamente provvedendolo di opportuni restauri, alterò ulteriormente l'interno della chiesa.

Gianfranco Benini in una sua opera sulle chiese di Verona, ebbe recentemente ad annotare che se "i gravissimi danni subiti dai bombardamenti del 4 gennaio 1945 causarono la perdita di molte insigni opere d'arte; [e] rimasero abbastanza indenni soltanto l'abside centrale e quello di destra, parte della facciata e del muro laterale", e se "nel progetto di ricostruzione (architetti Bari, Manzini, Vincita) si pensò di scaricare il peso del tetto su quattro grandi arcate trasversali interne poggianti su pilastri indipendenti, alleggerendo così i carichi sui muri perimetrali", tuttavia "il progetto di sincera moderna evidenza, eliminando il soffitto piano, provocando l'effetto di restringimento della navata e aprendo lo spazio fino al tetto posto in vista, ha conferito maggior slancio verticale all'insieme e ha inserito una sorta di navatelle laterali di notevole effetto. Praticamente nella ricostruzione si sono eliminate in gran parte le alterazioni barocche e si sono ripristinate, per quanto possibile, le strutture originarie". Nonostante le molte distruzioni, alcuni arredi sono sopravvissuti agli eventi bellici. Fra questi l'altare della Madonna delle Grazie, eretto nel 1773 su disegno di Alessandro Cristofali (1717-1780) con due gruppi (Fede e Carità) di Gaetano Cignaroli (1743-1826) e con al centro l'affresco, su altro preesistente di cui si vedono tracce, raffigurante la Madonna con i Santi Giovanni Battista e Zeno e due offerenti, forse Mastino Il e Taddea da Carrara, attribuito al Turone (c. 1362). E ancora una tela con L'Assunta di Felice Brusasorzi; una lunetta con la Madonna delle Grazie e tondi con figure dei santi di Nicola Giolfino; una tela con la Madonna e i sette santi fondatori dell'Ordine di Pietro Rotari; una Pentecoste di Nicola Giolfino; nonché alcune importanti lapidi, come quelle, ad esempio, del letterato Giambattista Pona, del pittore Andrea Voltolini, dello storico Scipione Maffei e del pittore Giovanni Caliari.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1999

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