Chiesa di Santa Maria in Organo - Verona

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Chiesa di Santa Maria in Organo

Verona / Italia
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Affacciata sul canale dell'Acqua Morta (ora interrato) la chiesa di Santa Maria in Organo, con la piazzetta antistante, era angolo caratteristico, fino a cent'anni fa, di una Verona acquatica. Proprio di fronte alla chiesa un ponte, gettato attraverso il canale, le creava un accesso anche dall'Isolo, la grande lingua di terra che iniziava alla Giarina e finiva al Ponte delle Navi. Alle spalle le stava, già dalle origini, la trafficatissima via Postumia.

Ora il panorama è cambiato. Interrato il canale, distrutto il ponte, la piazzetta antistante la chiesa ha perso ogni suo significato, piccola appendice, come si ritrova ad essere diventata, del grande informe slargo cui sarà ardua impresa dare un senso.

Anche il monastero - con più chiostri - ha perso buona parte dei suoi connotati: quello che resta, infatti, di uno dei complessi più importanti della Verona sacra è in parte adibito a sede di altre istituzioni. Sommerso dal traffico, il complesso non è insomma oggi nelle condizioni migliori per essere appieno apprezzato. Eppure basta varcare la soglia della chiesa per ritrovare in buona parte ancora incontaminata l'atmosfera di un tempo: dalla penombra si ha ancora l'illusione che possano venirti incontro, fra santi e sante che occhieggiano dagli altari, i monaci - benedettini prima e olivetani poi - che officiarono il tempio, i primi dalla fondazione fino all'autunno del medio evo, gli altri da questi decenni fino alla soppressione napoleonica.

Se poi nella visita alla bella chiesa - una delle più interessanti fra le molte di cui va fiera Verona - ti sarà di soccorso una buona guida, allora il soffermarsi fra queste navate e fra queste cappelle, si tradurrà senz'altro in un’esperienza culturale fra le più stimolanti: un vero e proprio tuffo nella storia religiosa e artistica nostrana, con esiti degni d'esser presi in considerazione.

Di questa chiesa - che pare esistesse già nel secolo VI (ma maggior credibilità siamo disposti a dare ad un documento che la dice fondata in età longobarda dal duca Lupo e dalla sua consorte Ermilenda) -, si potrebbe discorrere per una vita, tanto quanto cioè sono durate le ricerche d'archivio, non ancora concluse, e delle quali non può che fornire una sintesi, peraltro non corriva.

Monastero benedettino, costruito allora fuori della cinta urbana di Verona ("quod situm est non longe a civitatem Veronam ad portam organi") sulla riva sinistra dell'Adige, in prossimità del ramo del fiume noto più tardi come "Acqua morta", esso sarebbe dunque il più antico di cui si abbia notizia per la città di Verona, lo stesso monastero zenoniano essendo stato fondato nell'anno 806.

Annesso al cenobio - un lato del quale confinava con la Postumia diretta ad Aquileia - era fin da allora uno xenodochio, vale a dire uno dei tanti ospizi per pellegrini di cui andava ricca la Verona di un tempo, posta come ben si sa sulle principali vie dei pellegrinaggi ed in particolare sulla più importante fra tutte: la via che da Gerusalemme giungeva a Santiago de Compostela.

Difficile riferire qui di tutte le vicende del monastero e della sua chiesa, rifatti entrambi dopo il terremoto del 1117 e di nuovo ricostruiti dalla metà del quattrocento alla metà del cinquecento dagli Olivetani che - dopo la dilapidazione scaligera e viscontea - erano stati chiamati dal cardinale Correr in una con lo zio Eugenio IV a reggere l'abazia, decisi con altri a riformare la chiesa in capite et in membris facendo rivivere la vita claustrale.

"Il compito che attendeva gli Olivetani a Verona - ricorda molto opportunamente il Rognini - presentava notevoli difficoltà. Gli edifici del monastero, rimasti per lungo tempo quasi disabitati, erano cadenti; il patrimonio immobiliare era molto depauperato dopo le spogliazioni scaligero-viscontee. Si rese necessaria una seria amministrazione per risanare le finanze, ottenendo anche esenzioni da gravezze...". Ma gli Olivetani non erano certamente gente da perdersi d’animo: impiantarono, infatti, qui uno dei più grandi cantieri fra quelli nati, nel torno di quegli stessi anni, per il rinnovamento della Verona sacra, in buona parte delle sue strutture materiali, accanto dunque ai cantieri della cattedrale, di San Giorgio in Braida, di San Nazaro, di San Bernardino, di San Gerolamo, di Santa Maria della Vittoria, pure attivissimi.

Alcune strade, con il consenso del Consiglio cittadino furono chiuse, e ciò per allargare l'area a disposizione dei nuovi chiostri; migliaia di mattoni furono inviati, via Adige, dalle fornaci di Pescantina; pietre da lavorare e già lavorate furono poi richieste alle cave di Sant'Ambrogio; e fu impegnata altresì, a livello di consulenza di progettazione e di direzione dei lavori, l'opera d’architetti e lapicidi famosi, a cominciare da Fra Giovanni e Gabriele Frisoni per finire a Francesco dal Castello e Michele Sanmicheli.

E nel contempo, via via che la chiesa e gli ambienti annessi venivano in tal guisa ristrutturati, pittori famosi erano pur chiamati a dare il loro contributo: Andrea Mantegna, i Morone, il Dai Libri, il Mocetto, il Liberale, i Brusasorzi, i Caroto, il Torbido, il Giolfino, il Farinati, il Turchi, in una gara che vide protagoniste anche le famiglie cui erano state assegnate le varie cappelle.

Intanto l'Olivetano Fra Giovanni, con numerosi aiuti ed in varie riprese, realizzava coro e sagrestia con stalli ed armadi intarsiati: un complesso che destò da subito l'ammirazione del Vasari (definì, infatti, la Sagrestia la più bella d'Italia) e che continua ad attirare l'attenzione di quanti visitano la bella chiesa, purtroppo un po' fuori degli sbrigativi itinerari del sempre più frettoloso turista.

Più avanti alcune di queste tele saranno sostituite, ed altre se n’aggiungeranno con apporti del Guercino, di Luca Giordano, del Torelli, del Brentana, del Balestra, del Murari, del Voltolini, del Pittoni, del Locatelli, in altari barocchi dovuti ai Ranghieri e ad altri scultori attivi in Verona e fuori Verona ed abilissimi nell'usare i molti marmi offerti dalle cave delle nostre Prealpi.

Da una relazione del 1600 si apprende che l’abazia - ormai ampiamente risarcita dalla saggia amministrazione degli abati Olivetani fra cui, nella prima metà del '500, il Cipriani - aveva un'entrata di dodicimila ducati annui, in ciò superata fra i conventi solo da quello di San Giorgio in Braida. Vi abitavano ventisei monaci definiti "cortesissimi ed hospitali" e fra questi era anche il celebre musicista Adriano Banchieri che qui compose una famosa Messa per la domenica delle Palme, festa particolarmente cara agli Olivetani del monastero veronese: una preziosa statua lignea del secolo XIV, ancora esistente, e raffigurante appunto Cristo che cavalca la mula, era portata ogni anno in processione attraverso le vie della città con gran seguito di clero e di popolo osannante e recante rami d'olivo.

Incuriositi anche dalla "Muletta" - così era stata battezzata dai veronesi la statua - e dalle leggende che le erano nate intorno, visitarono la chiesa e il monastero - all’apice del loro splendore - illustri stranieri fra i quali il Misson, il Montesquieu, i Goethe (padre e figlio), i quali tutti lasciarono scritte parole entusiastiche di ciò che qui videro prima che durissimi mortali colpi fossero inferti al complesso e al suo patrimonio economico ed artistico dall’avvento delle armate di Napoleone e dalle successive dominazioni.

Per fortuna, se il patrimonio economico fu tutto incamerato, passando quindi ad altre mani, non così avvenne del patrimonio artistico, nonostante le pur inevitabili dispersioni. La pala del Mantegna, già esulata, è ora alla Galleria di Brera, a Milano; la Deposizione di Gerolamo Dai Libri, anch'essa già esulata, è Malcesine; mentre le portelle dell'organo, dipinte da Gerolamo Dai Libri e Francesco Morone - già usate come sponde di carri militari -sono ora a Marcellise. Anche le suppellettili liturgiche (tra cui 350 chilogrammi d’argenteria), andarono in quelle circa disperse.

Ad ogni buon conto, la chiesa di Santa Maria in Organo resta ancor oggi in Verona uno dei punti di riferimento per il turista intelligente essendo paragonabile, con altre poche chiese veronesi, ad una vera e propria galleria d'arte, da visitare con la dovuta disponibilità di tempo e di mente, dopo aver assunto informazioni precise.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1987

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