Chiesa di Santa Toscana - Verona

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Chiesa di Santa Toscana

Verona / Italia
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Cenni storici

Età romanica. Epoche che si succedono nella fede e nel riscatto civile. Un fervore intimo scuote le anime dei santi, dei predicatori, dei guerrieri; i servi della gleba si affrancano, gli architetti innalzano mura e basiliche; partono i crociati alla volta di Gerusalemme. Sembra quasi che le città, i castelli sperduti tra le verdi colline d'Italia, esultino per la venuta di un tempo nuovo, rinnovato nelle gesta cavalleresche, E la storia ci racconta i suoi episodi magnanimi, ci squaderna le sue pagine più prorompenti di vita, d’entusiasmo. È l'età delle cose grandi.

Ma, celate dal pudore tipico della provincialità, accanto alle sorelle maggiori, altre modeste opere sorgono un po' dappertutto; asimmetriche realizzazioni di un clima minore, dove si concentrano gli affetti e i sentimenti della pietà umana, oppure dove rimane vivo il ricordo di un avvenimento, di un miracolo, nella testimonianza dei simboli.

Siamo intorno al 1000, Verona, città guerriera e ricca di fede, ribattezza o dedica ex novo alla religione, alcuni importanti monumenti, le mura in particolare: quelle possenti costruzioni che, a bastione, la difendono dai nemici. E tra le mura, le porte. Così, quella modesta «pusterla» che congiungeva l'interno della città, alla contrada «extra moenia» del Batiorco, assunse il toponimo di Porta del San Sepolcro, molto probabilmente in omaggio al valore dei crociati che scesero in Palestina per liberare la tomba di Cristo.

Vicino alla porta del San Sepolcro, esisteva un piccolo ospedale gestito da un gruppo di Conversi e Converse dell'ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detto comunemente «Ospedal di Pietà».

La pia istituzione sorse nella prima metà del 1000, e ospitò da principio i Cavalieri dell'ordine di Malta; quindi estese l'accoglienza anche agli estranei, quando le fu affiancata la costruzione di una piccola chiesa rettoriale che funzionò quale cimitero privato del convento dei monaci «benedettini-neri» di San Nazaro. Tale chiesa fu dedicata anch'essa al Santo Sepolcro. Purtroppo, però, sorsero immediatamente, fra monaci e conversi, attriti riguardanti la liturgia del culto, e altre questioni di natura economica. Intervenne d’autorità il vescovo Tebaldo I, il quale costrinse l'abate dei monaci di San Nazaro, Clemente, ad accordarsi con i Gerosolimitani e concedere loro autonomia di culto e d’amministrazione.

Il lascito, però, forse appunto perché costrittivo, non placò le discordie; anzi, queste divennero talmente complesse che la causa dovette essere portata davanti al vescovo Ognibene (vescovo celebre a Verona). Questi decise a favore dei conversi, in sede provvisoria, stendendo un regolare atto episcopale nel 1159; ma soltanto nel 1178 la chiesa del San Sepolcro venne confermata definitivamente ai cavalieri di Malta, e, per opera d’intercessione dell'abate Adamo a quelli furono concessi nuovi privilegi e migliori condizioni economiche.

Per alquanto tempo l'andamento della chiesa fu regolare; essa venne riconosciuta in tutta la sua facoltà giurisdizionale e inserita tra quelle della «Santa Congregazione dei Gerosolimitani».

Il primo avvenimento importante, dopo il riconoscimento ufficiale, fu la traslazione del corpo di Santa Toscana dalla sepoltura di strada, e precisamente il 14 luglio 1342. Le sacre spoglie furono sistemate in un'arca incastonata nel retro dell'altare maggiore.

Intanto l'usura del tempo consigliò i Conversi a far restaurare convenientemente la chiesa, tentando di trasformarla, per quanto possibile, con eventuali aggiunte laterali. I lavori ebbero inizio nel 1393, ma quasi un secolo dopo, e precisamente nel 1482, si dovettero intraprendere nuovi restauri. E furono questi i principali, dato che in seguito ad essi la chiesa assunse lo strano aspetto delle due navatelle con un solo braccio trasverso, che si potrebbe considerare l'inizio di una terza navata.

L'opera di rimessa a punto fu caldeggiata al papa Innocenzo IV dal vescovo Francesco Barbadico, il quale, infine, consacrò la chiesa con una gran cerimonia ufficiale il 29 novembre 1489.

Da quella data, però, la chiesa perdette l'antico titolo del San Sepolcro per assumere quello di Santa Toscana, la santa a cui fu definitivamente consacrata. Dal 1489 in poi le strutture della facciata non mutarono più fino ai nostri giorni, cioè, fino al restauro eseguito in seguito ai bombardamenti della guerra 1940-45.

Nel 1684, in occasione di una festività della congregazione gerosolimitana, fu aperto il sepolcro della santa, estratto un omero e spedito a Malta, centro della congregazione stessa.

Nel 1713 alcuni elementi della soldataglia violarono la santità del tempio, spargendo sangue all'interno, ma la pronta riconsacrazione ripristinò l'esercizio del culto. Dieci anni dopo, e precisamente il 14 settembre 1723, si procedette alla compilazione del primo inventario mobiliare, e il 14 settembre 1724, Domenico Perini, architetto della diocesi, disegnò dal vero, in scala, una pianta delle strutture murarie.

Le strutture murarie e l'esterno

La chiesa di Santa Toscana, nata in un'epoca tutta stili, non conobbe elementi stilistici particolari. Sorse modesta, chiesa di un cimitero monastico; una costruzione che non aveva quindi bisogno di lusso o di pretese per adempiere la sua funzione liturgica. Né tali pretese affiorarono in seguito, quando fu officiata dai cavalieri di Malta; né in epoche più recenti. Rimase sempre un tempio umile, silenzioso. Ma non per questo, meno interessante; anzi, per noi moderni, rappresenta un esempio considerevole di quel particolare complesso di costruzioni antiche che va sotto la denominazione di «Architettura minore».

Ogni epoca, vicino alle grandi realizzazioni, dovute al genio o all'ingegno superiore dell'arte, allineò costruzioni più modeste, elementari: tipiche dell'anonimato, in cui però si conservarono i segni tangibili di una mentalità particolare. Ed è assai utile considerare queste fabbriche minori perché esse ci parlano con linguaggio spontaneo e familiare; ci accorgiamo che questi muri, rozzi, mal calcinati, questi serramenti imperfetti, queste coperture, respirano l'atmosfera della consuetudine specialmente, in un'epoca tanto dibattuta quanto quella romanica; età straordinariamente fertile nell'architettura ricavata dalle piccole, misconosciute fabbriche religiose.

L'età romanica si affacciò alla storia com’età di un preciso rinnovamento artistico, nato da un precedente rinnovamento civile e sociale. Riabilitazione delle istituzioni politiche e religiose, in un’atmosfera d’attesa, o di sistemazione già in atto. Accanto alle cattedrali, alle basiliche ricche di marmi e d’altre decorazioni, si allineano fabbriche di nessun interesse artistico, ma di particolare economia funzionale.

L'architettura minore ci viene incontro, col suo apporto di tecnica e di documentazione, col suo mondo che ha limiti più ristretti, e quindi più controllabili. In essa noi troviamo maggiore libertà d’evoluzione strutturale, una più disincantata atmosfera di passaggi, di adattamenti, di restauri, di sistemazioni ecc.

Sotto tale luce vediamo anche la chiesa di Santa Toscana, nata senza storia, ma che la sua storia ha definita col passare degli anni, dei secoli addirittura, in vista di un sempre più progredito aspetto di edilizia e di estetica. Attraverso un continuo rinverdimento, questa chiesa si è andata lentamente trasformando, prima in modesta vicaria, quindi, con lo stesso potere legislativo, in chiesa vera e propria, definita da una precisa articolazione.

Si ritiene che la costruzione, originariamente, sia consistita in una sola nave e con una breve zona absidale, quel tanto da poter accogliere la mensa su cui celebrare. Soltanto più avanti, in seguito a mutate esigenze di culto e di ambientazione, essa fu arricchita della navatella laterale; e, in un terzo momento, si pensò anche di equilibrarla con la costruzione della nave sinistra.

Il progetto a destra fu eseguito felicemente, mentre l'altro rimase incompiuto dopo la prima campata, forse per difficoltà di ordine pratico. Non ci si spiegherebbe altrimenti l'asimmetria del piano regolatore, e quei segni di imposte arcali a destra, ormai perfettamente definite quali strutture portanti. Così pure, intravediamo nelle due prime campate laterali rivestite con copertura a vela, l'intenzione di un successivo approfondimento stilistico, di un'età nuova che si stava imponendo con le sue originali concezioni architettoniche.

Attraverso queste continue incompletezze, possiamo illuminarci sul cammino percorso dalla costruzione.
Attualmente la chiesa si presenta con la navata centrale affiancata da una minore a sinistra e da un troncone a destra. La spartizione avviene mediante pilastri, squadrati rozzamente, su cui s’impostano archi a sesto ribassato, con campate notevolmente lunghe.

La copertura della nave mediana e della laterale, fino all'ultima campata, è fatta con capriate di legno, seguendo le strutture tradizionali delle chiese romaniche in genere; la zona presbiteriale e le altre due laterali sono a vela cordonata.

Gran parte delle murature tuttavia sono recentissime, in quanto la chiesa fu colpita da una grossa bomba, all'inizio della nave centrale, durante un'incursione nella II guerra mondiale, 1940-45. Nei lavori di ripristino, però, furono mantenute le misure e le disposizioni preesistenti.

La facciata della chiesa si trova entro un recinto, limitato da cancellate, pavimentato con ciottoli in modo da formare squadrature geometriche bicolori. Tale recinto è un settore dell'antico cimitero benedettino. La struttura muraria della facciata si presenta monca sul lato destro, in corrispondenza della nave mancante; ha forma tricuspidata notevolmente bassa, il che conferisce all'insieme pesantezza e gravità. Il prospetto è poi sovrastrutturato da un aggettante altare rinascimentale, dedicato a Santa Toscana, appoggiato a due archi laterali, incornicianti le porte di accesso al tempio.

La sovrapposizione è infelice; e per il gusto, e per le proporzioni geometriche, con le quali si è cercato di inquadrare le porte stesse. Al centro dell'imposta arcale, sulla superficie maggiore, si apre un modesto rosone, con vetrata colorata girevole. Questa, e un'altra piccola apertura sopra la porta sinistra, sono le uniche sorgenti luminose di cui beneficia il tempio.

Sulla destra, in basso, troviamo un sarcofago trecentesco recante alcune iscrizioni che lo denunciano essere dedicato a certo Nicolò, giureconsulto e consigliere degli Scaligeri.

Sul muro laterale (sempre destro), incontriamo invece un antico arcosolio gotico, con resti di affreschi trecenteschi nel sottarco e nella lunetta; l'arca fu eretta in memoria di magister Pietro Drapperio, che fu fabbricante di panni e lini, e che lasciò tutto il suo patrimonio, ingente, all'antica corporazione dell'arte della lana, con l'obbligo di un ufficio funebre anniversario, perpetuo.

Sul lato sinistro, poco oltre la porta della canonica, seminterrata, si nota una lapide funeraria romana assai importante, recante inciso:

Q. ALLENI
C. F. INPR.


Nell'epigrafe è assai notevole la dicitura INPR (in proelio), giacché indicherebbe come Q. Alleno morì in battaglia. Nessun'altra lapide romana, infatti, esistente a Verona, si fregia di questa dicitura; ne risulta quindi il suo pregio di rarità.

L'interno

Entrati nel tempio dalla porta di sinistra, al centro della prima campata, troviamo ricavato direttamente nella parete, un piccolo altare, privo di mensa, dedicato a Santa Teresa del Bambino Gesù. È bene che lo si consideri come «provvisorio»; infatti, si tratta di una specie di trastullo architettonico, con la solita immaginetta della Santa; uno di quei tanti altarini anonimi, sempre lindi e puliti, che non si arrendono alla ragionevolezza di un preciso stile o gusto rappresentativo.

Una barocca finestra a piè terra, al centro della seconda campata, si apre sulla cappella del Santo Sepolcro. Consiste, in realtà, in una celletta, piuttosto bassa e umida, ove Santa Toscana passò gli ultimi giorni della sua vita, raccolta in preghiera. Quindi, il piccolo ambulacro riveste anche un significato tradizionale, di devozione. Attualmente esso accoglie un gruppo statuario in legno dipinto, rappresentante la deposizione di Cristo dalla croce. Sono sette figure in vari atteggiamenti, che esprimono o il dolore, o la rassegnazione, la disperazione, o il conforto. Queste statue sono mo to antiche: con una certa approssimazione verso la fine del Trecento; costituiscono quindi dei rari esempi di scultura lignea veronese del periodo neogotico. Per la datazione, si può essere certi che non tutte le figure appartengono all'epoca suddetta, qualcuna fu sostituita, forse quella di Nicodemo e di una pia donna; le altre sono indubbiamente originali, lo rivela lo stato attuale del legno, il particolare uso della sgurbiatura e i colori a incrostazione. Ci troviamo di fronte a un complesso disuguale, il cui pregio maggiore sta nell'abilità corale delle figure, nel loro conseguente divenire. Le figure si stagliano rozze, nei loro primi piani: affievolite, a mano a mano che la luminosità si stempera in penombra.

Una cancellata separa, racchiudendola, la terza ed ultima campata sinistra, dal resto della chiesa. Non ci rendiamo conto del perché di quest’inferriata: forse si tratta di qualche privilegio speciale di culto.

Nel recinto troviamo alcune cose assai interessanti: anzitutto, appoggiato alla parete perimetrale, un gran polittico di sculture, databile presumibilmente alla seconda metà del Quattrocento. L'architettura di questo polittico è composta di uno svolgimento lineare di arco rinascimentale, distinta in due piani sovrapposti; quello superiore lasciato alla pittura, e quello inferiore occupato da sei statue. Al centro, nella luce di ancona a pieno sesto, la parte superiore è riservata a un modesto tondo in vetro colorato, con la figura della colomba; la parte centro-inferiore accoglie la scena della Crocifissione. Si tratta ancora una volta di un'opera assai importante, per la rarità della scultura in legno. Infatti, questo tipo di esecuzione plastica non trova immediati riscontri con altre sculture contemporanee, se non come derivazione minore.

Da sinistra notiamo: il riquadro alto del primo settore porta dipinti alcuni serpenti; la figura sottostante rappresenta San Giovanni Battista. Nel secondo settore, in alto, un calice con la sacra ostia e due pavoni laterali; manca la statua. Al centro, vetrata circolare con la colomba (Spirito Santo) e la Crocifissione; questa comprendente le figure della Madonna, di San Giovanni Apostolo. Il Crocifisso in particolare, non è legato assolutamente alle restanti sculture del polittico, essendo stato portato in chiesa antecedentemente. Vi è, infatti, la seguente leggenda, meglio tradizione: un pellegrino tedesco, assai devoto alla Croce, durante i viaggi portava sempre con sé un gran Crocifisso di legno, per il quale nutriva una commovente devozione. Venuto nella nostra città, e sentendosi ormai prossimo alla fine della sua passeggiata terrena, volle lasciare alla chiesetta di Santa Toscana il Crocifisso, affinché altri pellegrini potessero inginocchiarsi dinanzi ad esso e pregare come aveva fatto lui un tempo. Dalla presenza del Crocifisso, venne poi l'idea di corredarlo con altre figure.

La figura del Cristo è una bella scultura, degna di particolare attenzione, e autentica opera d'arte, priva di artifizi espressionistici. Una scultura in cui il colore sembra assorbire la moderata luce della navatella, per farsene aureola di delicata poesia. Il disegno che libera le forme dalla materia del legno è nobile, sicuro, un disegno maestro cui l'indugio ha scavato momenti di stupenda realtà.

Il settore seguente ha dipinta la cicogna, e sotto è accolta la statua di San Pellegrino; vivacissima statua che ricorda lo spirito dell'arte veronese con piena aderenza ai temi della fantasia popolaresca.

Per ultimo, il riquadro dipinto mostra l'agnello, «Ecce agnus Dei»; e la statua di San Sebastiano, sotto. Le figure, alloggiate in semplici nicchie con mensola neogotica, sono tutte policrome, leggermente tozze, denuncianti un artigianato che raramente trova la sua catarsi artistica. Anche il colore è piatto, ma comunque vivo e fantasioso; si osservi il perizoma del San Sebastiano, a rigoni, come un moderno accappatoio o pigiama. Sic et simpliciter.

La parete di fondo è occupata da un altare di marmo, con mensa per la celebrazione, posto direttamente sotto ad un affresco rappresentante la Crocifissione, con la dicitura : MORS MEA VITA TUA. La pittura fu attribuita da vari studiosi a Francesco Morone, e certo, specialmente, per il colore terroso che la intona, vi sono in essa caratteri stilistici tipici del cinquecentesco pittore veronese; certo che se un dubbio può sussistere sulla diretta partecipazione del Morone a quest'opera, non v'è dubbio che sia della sua scuola. In realtà l'affresco non mostra alcun pregio degno di particolare interesse sia com’espressione di disegno, piatto e compositivamente inefficace, sia come colore, che è convenzionale alquanto.

Sull'arco trionfale che immette in presbiterio, è dipinta una grande Annunciazione, opera del Francolli, un pittore moderno che si è molto guardato intorno prima di intraprendere il lavoro, e quindi ha disegnato e dipinto con gli occhi d’altri artisti del passato. Ne è risultata una composizione puramente descrittiva.

Il presbiterio comprende pochi metri quadrati di superficie, delimitati da una balaustra comune verso il corpo della chiesa, e dai muri absidali sul fondo: al centro l'altar maggiore. La cosa più importante da vedere è il Crocefisso, al centro tra le due finestre monofore dell'abside, che ha forma lineare. È una discreta pittura, a toni freschi e suggestivi, dovuta a mano ignota del XVI secolo, probabilmente, però, opera del Morone. Vi si riscontrano infatti alcune precise caratteristiche del noto pittore veronese. In questo affresco il pittore mette in risalto la sua tipica facoltà di narratore forbito, legato ad un filo di tradizione prettamente umanistica; là dove forse ci si può facilmente allontanare dall'ambiente veronese e creare un genere d'arte più giustificatamente esteso alla regione veneta.

Le pareti laterali del presbiterio sono anch’esse dipinte, ma in seguito ai bombardamenti dell'ultima guerra, si sono notevolmente scrostate, e delle pitture del Francolli, soltanto la Resurrezione è rimasta abbastanza conservata.

Gustose, nella loro veste ornamentale, le pitture del soffitto.

Una cancellata di ferro racchiude la Cappella di Santa Toscana. Sul lato sinistro della nave centrale, il troncone iniziale della terza nave minore, fu trasformato recentemente da sacrestia in cappella, dedicata a Santa Toscana. Infatti ivi fu trasportata l'arca della santa, che fino a poco tempo addietro si trovava sopra l'altar maggiore; per l'occasione, anzi, si scoprirono le rare pitture (firmate) di Domenico Tolmezzo (1853), nel soffitto. Sul muro si leggeva:

DOMENICUS TOL. (Tolmezzo)
DOCTUM CECIDISSE CACOMEN


rappresentanti quattro tondi a fresco, con le immagini di San Bernardino, San Giovanni Battista, il Beato Enrico da Bolzano e Santa Toscana. Si tratta di buone pitture ornamentali, decorative, ottenute mediante una leggera sfumatura coloristica che conferisce a tutto il soffitto caratteristica d’insieme, legato e persuasIvo.

Sopra l'altare fu posta l'arca, in marmo rosso bruno: semplice, con una sola croce gerosolimitana in rilievo, e con sul bordo la scritta:

HIC IACET CORPUS BEATE TOSCANE ORDINIS
S. IOHANNIS GEROXOLEMITANI


Il sarcofago è databile alla fine del Trecento, probabilmente esso fu eseguito in occasione dei lavori d’ampliamento della chiesa (1393).

Sulla parete destra della cappella, fu sistemato un trittico pittorico, anch'esso proveniente dal presbiterio (copriva la crocifissione del Morone) opera bellissima d Liberale da Verona. Questa pittura rappresenta un punto d’arrivo, una meta artistica nella carriera del pittore. Il Liberale, infatti da quell'artista tumultuoso e anticlassico che spesso era riuscì in quest'opera a creare un tipo particolare di pittura: sintetica, scabra, rinsaldata dalla preziosità intensa di talune avventure cromatiche. Un Liberale, insomma, senz'altro profondo per temperamento ideativo, costruttivo e per facilità di realizzazione. Si può dire quasi che in questo trittico un po' come gli succederà per quello San Metrone in Santa Maria del Paradiso, egli esprima tutto un mondo pittorico, proteso alla ricerca di una verità superiore, statica non corrosiva.

Antonio Avena, nella sua Guida ai capolavori dell'arte veronese, scrive: « ...Sempre la solita vigoria di linearismo, che scava i piani, li contorce, li esalta nel colore intenso e contrastato. Così è il San Pietro, che per la saldezza plastica ricorda certe sculture dei goticheggianti veronesi; tutto un blocco saldo è la figura di Santa Toscana ispirata a certe pie donne delle crocifissioni romaniche e gotiche; ma nel San Giovanni il modello non può meglio indicarsi che nei San Giovanni lignei di Donatello. Vari dunque, gli influssi, ma il carattere definitivo della visione rimane sempre e schiettamente personale». Parole che chiariscono in pieno il vertice rappresentativo di questa pittura « statuaria».

Il trittico è completato in basso, nella predella, da sette quadretti, un tempo anche quelli opera di Liberale, ma incamerati (more solito) da Napoleone e sostituiti da altrettante copie. In essi è rappresentata per succosi episodi, la vita di Santa Toscana. Il tutto, poi è alloggiato in una magnifica cornice di legno intagliato e dorato, classica esecuzione dell’artigianato veronese.

Seguendo ora la parete della nave maggiore, all'altezza della seconda campata, troviamo un semplice altarino dedicato a Maria Immacolata. Pure senza particolari note d’arte è l’altare dedIcato al Sacro Cuore, al centro della prima campata. Prima dei recenti restauri, quest'altare era dedicato alla Madonna; aveva un bell’alzato in legno e si illustrava con una significativa pala (rappresentante la Vergine e il Battista), opera di C. E. Cignaroli.
Fonte: Le Guide 19

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