Chiesa di Santo Stefano - Verona

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Chiesa di Santo Stefano

Verona / Italia
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Nella Verona di un tempo elementi salienti del paesaggio urbano atesino erano anche le chiese nate sul fiume: San Lorenzo, Santa Eufemia, San Giorgio in Braida, l'oratorio del Cristo, la stessa Cattedrale, Santo Stefano, Santa Libera, Santa Anastasia, il Redentore, San Faustino, Santa Maria in Organo (sul canale dell'Acqua Morta) e San Fermo. Alcune insomma fra le più belle chiese di Verona, oggi purtroppo in qualche caso scomparse e, le superstiti, comunque immiserite, per quel che è il loro significato ambientale, dalla costruzione dei muraglioni e dalle conseguenti operazioni di pulizia che attorno a loro si volle fare, con la distruzione delle casette loro addossate o costituenti "le spine" ad esse adiacenti, nonché con la sparizione dei molini galleggianti sulle acque del fiume.

Anche la chiesa di Santo Stefano di Verona subì la sorte di molte altre. Non c'è più la piazzola che gli stava davanti, cui si giungeva da porta San Giorgio attraverso una strada delimitata da due schiere di case. Un’intera schiera di tali edifici, quella fra la strada e l'Adige, cadde, infatti, a cura di un a piccone demolitore e "risanatore" di una settantina d'anni fa, poco meno, dopo di che si aggiunsero altri abbattimenti per mettere in luce il fianco della stessa basilica.

La situazione ambientale ci ha guadagnato, ci ha rimesso? Era meglio quella precedente gli sventramenti e le liberazioni o l'attuale? La risposta non è concorde, anche perché su tali questioni il margine di discrezionalità è spesso ampio. A molti Santo Stefano poteva dunque piacere di più prima, a molti piace di più adesso. Ma questo soltanto per quello che si riferisce agli esterni, poiché sul fatto che la chiesa abbia invece guadagnato dai restauri e dalle pulizie operate al suo interno, non c'è discussione.

La fondazione della chiesa di Santo Stefano - una delle antiche basiliche paleocristiane di Verona - è senza alcun dubbio connessa con la scoperta delle reliquie del protomartire e la loro diffusione nei territori già conquistati alla nuova religione cristiana. Varie sono le leggende circa la sepoltura di Stefano. Secondo alcune fu lo stesso Pilato che raccolse le spoglie del Santo e le seppellì nella tomba di famiglia dalla quale furono in seguito miracolosamente traslate a Kefar-Gamla. Secondo altre versioni invece fu Gamaliele che si fece consegnare dagli Apostoli il corpo del martire e lo trasferì nel suo villaggio di Kefar-Gamla, che si trovava a trenta miglia da Gerusalemme. Quello che pare più sicuro è che il ritrovamento delle reliquie di Stefano avvenne nel 415 per opera del prete Luciano di Kefar-Gamla, che avrebbe avuto in sogno l'indicazione del luogo del sepolcro. In quel frangente una piccola parte delle spoglie di Stefano sarebbe stata lasciata a Luciano, che n’avrebbe fatto poi dono a vari amici. Di qui la diffusione delle reliquie, anche se la maggior parte del corpo del Santo fu invece traslata provvisoriamente a Gerusalemme nella chiesa di Sion. Il vescovo della città santa, Giovenale, fece poi costruire una basilica sul presunto luogo della lapidazione di Stefano e tale chiesa fu solennemente incoronata nel 439.

Nel quinto secolo, con l’"invenzione" del corpo e la distribuzione delle reliquie in ogni parte del mondo cattolico, il culto di Santo Stefano si diffuse ì dovunque. La sua fama di taumaturgo incrementò maggiormente la venerazione del martire, tanto più che sull'esempio di Sant'Agostino s’incominciarono a redigere racconti degli avvenuti prodigi. Soltanto a Roma nel Medioevo si contavano una trentina di cappelle e chiese in onore del protomartire: la più famosa è quella di Santo Stefano Rotondo, sul monte Celio, eretta sotto Simplicio (486), dove i Papi si recavano ad onorare la memoria del martire nel giorno della sua festa.

Anche Verona non volle allora essere da meno d’altre comunità cristiane: è possibile assegnare, infatti, al secolo quinto l'impianto e le murature laterali di tale chiesa, eretta dalla pietà dei veronesi su di un'area cimiteriale, posta appena fuori della cinta di mura romane che, salendo sul colle, includevano nella città l'arce e il sottostante teatro.

Basilica cimiteriale, dunque, destinata anzi ad accogliere quasi tutti i vescovi successivi a San Zeno, dal secolo quinto fino al termine della dominazione longobarda, fra il secolo ottavo e il secolo nono, Sicché la nascita della chiesa di Santo Stefano è da mettere anche in connessione con la costruzione, sull'altra riva dell'Adige, quasi di fronte, della gran basilica paleocristiana del Canonicato, qui edificata in sostituzione della più piccola basilica che, ove ora è sant'Elena, era stata, verso il 360, qui fondata da San Zeno stesso e che può vantare quindi il titolo di prima cattedrale di Verona.

Dalla lucida esposizione del Marchini sappiamo così che la chiesa primitiva occupava la stessa area dell'attuale; non esistendo però allora, all'interno, la divisione delle navate e la cripta. Infatti, la chiesa era costituita da un'unica grandiosa aula a forma di croce, che l'occhio ricrea ancor oggi facilmente. Una semplice basilica illuminata dalle grandi finestre tuttora in gran parte superstiti e visibili dall'esterno sul fianco che guarda l'Adige.

La chiesa originale rimase pressoché inalterata per circa cinque secoli, mentre attorno ad essa andava costituendosi l'attuale borgo. Ma proprio nel secolo decimo si ricavarono, nell'interno, le attuali navate: la centrale non molto più ampia delle laterali che risultarono più basse. Fu questa rivoluzione interna che determinò la chiusura delle grandi finestre che solo nella parte inferiore avrebbero dato luce all’interno. Si aprirono allora i piccoli finestrini, più consoni anche al gusto del tempo, più tardi murati ma tuttora visibili sul fianco sud. In seguito si costruirono anche la cripta, con i muri intonacati, e la facciata del secolo XII, che fece perdere completamente le tracce della chiesa paleocristiana.

I lavori di liberazione delle fiancate della basilica paleocristiana iniziarono una cinquantina d’anni or sono e si conclusero con la messa in luce delle murature paleocristiane verso il lungadige, nelle quali sono appunto visibili le originali grandi finestre che ci riportano a quelle delle basiliche altomedievali di Ravenna: furono lavori imponenti, che valorizzarono senz'altro la godibilità degli elementi paleocristiani della chiesa, l'unica di Verona ad aver salvato con la pianta originale anche le murature perimetrali.

Santo Stefano, diversamente da molte altre chiese veronesi, non sembra aver comunque subito gravi danni a seguito del terribile terremoto del 1117: sia l'altezza abbastanza modesta dell'edificio, sia la presenza in esso di contrafforti e di volte nelle navatelle laterali, che fungevano da legamento, e delle gallerie absidali che accrescevano la compattezza di quel settore, tutto contribuì a conservarcene le sue strutture paleocristiane. E' certo invece che in tale circostanza rovinarono il tetto, gli alti muri dell'incrocio, la vecchia facciata e l'attico circostante, ma è certo anche che si provvide subito ad un risanamento di tali strutture.

Marchini ripercorre dunque tutto l'iter della Basilica dalle origini ai nostri giorni, attraverso le trasformazioni dell'età carolingia e ottoniana, la parziale ricostruzione romanica (la facciata è di quei tempi), le aggiunte d’altari e cappelle dal Tre al Settecento.

Importante sopra ogni altra la cosiddetta Cappella Varalli, episodio significativo fra i pochi che Verona può offrire d’architettura barocca, costruita per accogliere anche le ossa di cinque antichi vescovi veronesi e le reliquie di quaranta martiri cristiani, in precedenza venerati nella cripta della chiesa.

Tale Cappella, costruita tra il 1618 e il 1621, consta di un parallelepipedo sul quale s’innesta un cilindro. L'interno è fittamente decorato di stucchi manieristici d’estrema finezza, che richiamano quelli della cupola del Santuario dell'Inviolata di Riva del Garda e della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Brescia, come ha ben messo in rilievo a suo tempo la D'Arcais, che propone anche per questo complesso veronese l'attribuzione a David Reti, attivo in quegli anni, o almeno ad una bottega a lui molto vicina.

Fra i molti tesori ancora che il Marchini ci descrive sono i dipinti che arricchiscono gli altari e che costituiscono anche parte del materiale illustrativo, in bianco e nero e a colori, realizzato dal bravo Dario Busato, per questo calendario: la pala dei Quaranta Santi Martiri di Alessandro Turchi detto l'Orbetto; gli affreschi del transetto di Domenico Brusasorzi; quelli con l'incoronazione della Vergine e l'Annunciazione di Martino da Verona; quelli del catino dell'abside di anonimo artista romanico; la tela con la Madonna tra i Santi Pietro e Andrea di Giovanni Francesco Caroto; o quella con la strage degli Innocenti di Pasquale Ottino: tanto per nominarne qualcuno.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1983

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