Chiesa di SS. Trinità - Verona

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Chiesa di SS. Trinità

Verona / Italia
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«In monte Oliveto» : così viene collocata, nella topografia di Verona sacra, la chiesa della Santissima Trinità donde questo toponimo. Sul monte degli ulivi: non perché qui vi fosse un uliveto, ma perché la modestissima altura posta appena fuori delle mura comunali della città, poteva ben ricordare, di questa «Gerusalemme minore», il più famoso orto degli ulivi di evangelica memoria.

Il modesto rilievo sul quale nacque questa chiesa con annesso monastero Vallombrosiano era un tempo completamente privo di abitazioni per cui il complesso vi poteva dominare e risultare assai visibile da chi si accingeva ad entrare in città dalla cosiddetta via del Corso, oggi via del Pontiere.

Pare - almeno stando al Canobbio - che la chiesa fosse edificata dal 1073 al 1077, che l'altare maggiore fosse consacrato nel 1102 (ma questa notizia non è esatta), che nel 1114 ne prendessero possesso i monaci Vallombrosiani e che infine nel 1115 il marchese Folco d'Este facesse donazione ad essa di molti beni. A queste notizie altre se ne aggiungono tratte da un codice del monastero, ora alla Biblioteca Vaticana, redatto nel 1181. Da questo codice si apprende tra l'altro che la chiesa venne consacrata nel 1117. Subì in quest'anno anche i danni di un terremoto per cui dovette essere rinnovata verso il 1130-40. Comunque - ed è sempre la fonte vaticana ad informarcene - nel 1132 venne consacrato l’altar maggiore e nel 1146 venne fatto il pozzo nel bel chiostro che fu distrutto nell’Ottocento.

Della chiesa e monastero della Trinità, dopo le molte manomissioni perpetrate in varie epoche, molti elementi originari romanici sono andati perduti. A quelli sopravvissuti si sono affiancati manufatti di varie età posteriori, talvolta fondendosi con i preesistenti, tal altra mal accostandosi a quelli. La stessa chiesa venne allungata e attorno ad essa nacquero pure case e palazzi che hanno finito col soffocarla in un abbraccio mortale. Già passata in commenda dal 1441, e spariti dunque i monaci Vallombrosiani, accanto ad essa si installarono, nei locali dell'ex monastero, varie istituzioni. La chiesa fu anche, nel secolo XIX, sconsacrata, mentre persino il tetto minacciava di rovinare.

Poi, nel 1902, la chiesa venne riaperta al culto e da quel momento iniziò il lento riscatto di quanto valeva la pena di recuperare, sia a livello di architetture sia a livello di arredi. Vari parroci si occuparono di intervenire a rendere «più abitabile» quella che nel frattempo era divenuta una topaia, a stonacare pareti per recuperare antichi dipinti, a consolidare murature, a riparare danni di bombardamenti aerei avvenuti nel corso dell'ultima guerra. Un lavoro che non ebbe mai sosta e che ha visto in questi ultimi anni anche il restauro del bel campanile romanico, per interessamento del parroco don Antonio Finardi. Il campanile della Trinità, di tufo e laterizio, diviso lungo la canna da tre cornici di archetti, di cui la terza gira immediatamente sotto le trifore, è spartito su ogni faccia - ci ricorda Wart Arslan che diffusamente ne ha scritto - da due grosse lesene angolari e da una più sottile centrale, ripetendo la ritmica, tipicamente veronese, applicata nel 1120 al campanile di San Zeno. La lesena centrale porta capitelli modanati da profili identici a quelli dell'atrio. Le archeggiature sono però più semplici, simili a quelle lungo la canna del campanile di San Zeno; e solo quella sormontante la trifora porta un unico fregio dentato formato di due filari di cotto sovrapposti: motivo unico a Verona. La trifora, serrata entro le possenti lesene angolari e traente da questa inquadratura un insolito accento, ha doppie ghiere tufacee che moltiplicano il giuoco delle ombre. Corona la cella la pina conica di cotto che accentua lo slancio verticale, mentre le lesene angolari proseguono nelle gugliette di cotto. Aggiunge sempre Arslan che: «La bellissima opera, unitaria, condotta con grande accuratezza, rivela le mani che hanno disegnato l'atrio, è certamente di quel tempo stesso»; e che «per la prima volta incontriamo qui, in un'opera superstite, la trifora delle torri venete, assai più che delle lombarde, riprese con raffinata abilità». E ancora che: «Il costruttore veronese accentua il verticalismo della torre con tutti i mezzi. Ma fa valere la trifora tra le robuste fasce chiaroscurali». «Così - conclude lo storico - dal contrasto tra l’energia ascensionale delle liste verticali e del coronamento (mitigato per altro dalle fasce orizzontali bicromate), e il giuoco chiaroscurale delle trifore la cui vitalità erompe vivace tra le strettoie, scaturisce un equilibrio, un capolavoro del romanico veronese, che ci aiuta a capire il più tardo coronamento del campanile di San Zeno. (Il campanile di San Fermo, di poco posteriore al nostro - e forse di quell’Anno che vi lavorava nel 1143 - ne ripete lo schema ma più scialbamente, mancando soprattutto della inquadratura che rende tipica la nostra torre campanaria; e del paramento bicromo». La chiesa aveva anche due chiostri annessi al monastero. Distrutti entrambi dal bombardamento aereo del 6 aprile 1945, li conosciamo oggi soltanto attraverso vecchi disegni e fotografie. Uno di questi chiostri era romanico ed era interamente decorato da affreschi trecenteschi con le storie di San Giovanni Gualberto. Gli affreschi - o meglio quanto di essi rimase - furono strappati nel dopoguerra e depositati presso il Museo Canonicale annesso alla Biblioteca Capitolare. L'altro chiostro era invece più recente. Potrebbe essere stato costruito dopo il 1538 quando i seguaci di San Giovanni Gualberto abbandonarono definitivamente la ricca abbazia - finita nel frattempo in commenda - lasciando il posto ad un istituto di donne pentite e mal maritate, dette le Convertite. Intorno al 1540 popolarono poi questi chiostri anche le Pupille della Santa Casa della Misericordia, orfane povere assistite dalla pubblica carità. Non molto dopo vi si aggiunse un educandato di Donzelle e un Ritiro di nobili matrone. E tutti questi istituti vi rimasero fino all'epoca delle soppressioni napoleoniche.
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