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Dogana di San Fermo

Verona / Italia
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Nell'anno 1746 si avvia al termine a Verona, alle spalle della Basilica di San Fermo, la costruzione della nuova dogana di terra. Iniziata appena l'anno precedente, è stata costruita a tempo di record.

Ma il suo completamento, lungi dal rappresentare un momento di festa, segna l'esplodere di una polemica che vede contrapposte la suddetta Verona e la Repubblica di Venezia. Motivo del contendere, lo spirito secondo il quale Verona ha progettato e costruito l'edificio pubblico: una mai troppo celata insofferenza alla dominazione veneziana, stavolta uscita decisamente allo scoperto. Un atteggiamento che, ovviamente, la Dominante non poteva accettare passivamente: di qui un'aspra contesa che, per la Serenissima, si sarebbe conclusa con una vittoria dal sapore amaro.

Ma andiamo con ordine, ricostruendo innanzi tutto le vicende che portarono alla necessità oggettiva, per Verona e per la Repubblica del Leone, di disporre di un nuovo punto di sdoganamento e di controllo sanitario delle merci che viaggiavano via Adige. La città scaligera, da secoli nodo di vitale importanza per il commercio, aveva conservato tale ruolo primario anche in età veneziana. Eccezionale era l’importanza della via fluviale dell'Adige, corso d'acqua navigabile quasi per intero: per la sua posizione privilegiata sulle rive di questo fiume, Verona era diventata un punto d'accesso di fondamentale importanza per le merci che entravano nel territorio della Serenissima. E il suo ruolo divenne ancor più determinante dopo che, in seguito alla scoperta dell'America, i grandi traffici marittimi si andarono via via spostando verso le acque dell'Atlantico, portando ad una consistente riduzione dell'importanza di Venezia. Proprio l'Adige, infatti, divenne una via di comunicazione privilegiata nei traffici fra l'area mediterranea e il nord delle nascenti potenze commerciali, Inghilterra ed Olanda.

Tutto questo aveva progressivamente portato Verona a divenire il porto più importante (dopo Venezia) della Serenissima. "II dazio di entrata, di uscita e di transito di Verona - ha scritto a questo proposito Arturo Sandrini - fruttava alla Repubblica ingenti somme dl denaro, ed era, in assoluto, il più importante di tutti i dazi riscossi sulla Terraferma". Non stupisce perciò il fatto che, già nel Quattrocento, la città ospitasse ben cinque dogane: quelle fluviali dell'Isolo (deputata allo smistamento del traffico "discendente", ovvero in arrivo dalle regioni del Nord), del Ponte Navi (per il traffico "ascendente", cioè in partenza dal territorio veneziano) e di Badia, nella bassa veronese (per il traffico "trasversale", ossia di collegamento tra l’Adriatico e la Lombardia); quelle terrestri di Piazza Erbe ("Dogana centrale", per tutte le merci in transito via terra) e del Mercato Vecchio (riservata al commercio della seta).

Né era sufficiente smistare e tassare le merci in transito: importanza primaria, visto il perenne incombere del pericolo della peste (che si annidava, letteralmente, soprattutto tra le merci provenienti dal Nord Europa), aveva il loro controllo sanitario, e la loro disinfezione. A tale scopo esisteva una struttura specifica, denominata "Sborro", che sorgeva allora sulla riva destra dell’Adige, in corrispondenza dell'odierno ex-macello. Qui le merci erano esaminate, disinfestate e, in caso di grave sospetto di contagiosità, tenute in quarantena. Nel Seicento, in seguito all'aumentata importanza di Verona come porto commerciale, il primitivo edificio si rivelò insufficiente alla bisogna. Fu così progettato e costruito - a fianco del precedente - lo "Sborro nuovo" (1681). Così lo descrive una relazione all'Ufficio della sanità, riportata in uno studio di Arturo Sandrini: "E' una fabbrica di grande estensione, in cui sono moltissime e grandi stanze, di cadauna delle quali sono piantati all'ingresso due rastelli di ferro in congrua distanza l'uno dall'altro, acciocché nel caso di contumacia resti fra l'una e l'altra stanza impedita ogni comunicazione".

Con la costruzione del nuovo edificio, restavano inutilizzati i locali dello "Sborro vecchio". Le autorità ne concessero l'uso, sia pure (almeno in teoria) in via temporanea, ai mercanti, che vi installarono un punto di deposito e "spezzatura" dei carichi. Da qui ad intraprendere abusivi commerci al minuto il passo fu breve, e si arrivò al punto che anche parte dello "Sborro" nuovo fu adibito allo stesso utilizzo, costringendo infine le autorità, al termine di un pluriennale tiramolla, a intervenire per sgomberarlo e riadibirlo alle funzioni che lo avevano visto sorgere.

E' in tale contesto che si colloca l'edificazione della Dogana di San Fermo. Dopo questi ultimi avvenimenti, infatti, i mercanti continuarono a premere presso il Consiglio Cittadino perché fosse loro concesso un nuovo ambito dove svolgere le proprie attività. Si decise allora di provvedere alla costruzione di un nuovo edificio, dove la Serenissima contava di concentrare il controllo di tutte le merci in transito. Alla sua realizzazione fu destinato un terreno nei pressi della basilica di San Fermo, acquistato dai padri dell'omonimo convento. Ma in brevissimo tempo, il Consiglio della città di Verona trasformò quella che doveva essere un'iniziativa di carattere puramente funzionale in un'operazione dal chiaro significato politico.

Per gli edifici di carattere pubblico, Venezia aveva stabilito che fossero seguiti criteri di semplicità e praticità, escludendo «pompa e magnificenza». Una direttiva da seguire soprattutto nell'edificare una dogana, «per eccellenza - scrive ancora Arturo Sandrini - luogo del potere istituzionale veneziano, dispositivo di controllo gelosamente custodito, ingranaggio di una macchina fiscale caratterizzata da un rigore quasi persecutorio nel reperimento delle entrate».

Ma il Consiglio Cittadino di Verona ignorò del tutto queste disposizioni. Tra i progetti presentati, infatti, fu scelto quello del conte Alessandro Pompei, che aveva proposto un edificio grandioso, nelle forme e anche nei costi: la nuova dogana si sarebbe sviluppata attorno ad un cortile rettangolare, con un peristilio con porticato a due piani sui lati minori e ad uno solo, dalle colonne altissime, sul lato prospiciente all'ingresso. Iniziata all'insaputa di Venezia, la costruzione fu condotta a tempo di record, tra il 1745 e il 1746: e subito dopo la sua conclusione, divamparono le polemiche. La ferocissima critica delle autorità veneziane arrivò puntuale. In primo luogo, fu ritenuta inopportuna la strutturazione dell'edificio: assurda la disposizione su due piani, che rendeva molto difficoltoso lo stivaggio delle merci; troppi piccoli ambienti, e nessun grande magazzino, a significare praticamente una "presa di possesso" da parte dei privati di un edificio che nasceva come struttura pubblica. Letteralmente stroncato il porticato aperto, inadatto alla conservazione delle merci, che rimanevano esposte alle intemperie. Inaccettabile l'esistenza di una Cappella: inutile e inopportuna, inserita nel progetto, a detta dei veneziani, solo per permettere l'apertura domenicale della Dogana, e dare quindi vita a commerci illegali.

Ma forse quello che più urtò fu la "superbia" della città di Verona, espressa in un'iscrizione subito censurata dalle autorità veneziane. Sulla fronte del grande portico campeggiavano, infatti, le insegne della città, e la scritta «Extraneis mercibus tutius ac commodius reponendis distrahendisque civitas veronensis a solo fecit»: si rivendicavano in questo modo la proprietà ed il merito dell'edificazione, senza neppure accennare alla Serenissima o al fatto che la fabbrica fosse pagata con denaro pubblico.

Tanto più che Verona non si era limitata a questo: si era anche data un nuovo regolamento daziario che le concedeva (come riporta ancora Arturo Sandrini) «un sommo et intiero esercizio di autorità e di dominio per gravissime ragioni incompetente, inusitato e pericoloso, con grave pregiudizio dell'universale giurisdizione, indipendenza e autorità della Repubblica». Altre dogane avrebbero potuto pretendere la stessa autonomia: e per la Repubblica del Leone sarebbero stati guai.

Per i Veneziani, al danno seguì la beffa: perché l'unico modo per riprendere in mano le redini della situazione fu di farsi carico delle spese sostenute da Verona (ben 36.000 ducati contro i 12.000 preventivati), riappropriandosi così indiscutibilmente della nuova Dogana.

AI completamento dell'opera mancava ancora, nonostante fosse stata prevista fin dall'inizio, la costruzione di un approdo sul fiume, che rendesse autonomo il nuovo complesso doganale, La nuova "Dogana d'acqua" fu eretta quasi cinquant'anni dopo, nel 1792: paradossalmente, quando era ormai troppo tardi. Il commercio fluviale atesino, già in difficoltà da qualche tempo, era entrato in una crisi inarrestabile: e la Repubblica di Venezia stava per scomparire dalla scena della storia.

Dal racconto di questi avvenimenti, sono trascorsi ormai più di due secoli. Le Dogane di terra e d'acqua, tuttavia, sono ancora in piedi, anche se al giorno d'oggi accolgono attività ben diverse da quelle che le hanno viste nascere. La Dogana di fiume, scomparso ormai ogni tipo di traffico commerciale, è ora l'approdo dei colorati canoisti che saettano tra le onde dell'Adige. La Dogana di terra, che tanto irritò Venezia, è oggi per tutto il Veneto un motivo d'orgoglio: dopo un lungo restauro, ospita, infatti, la sezione veronese della Soprintendenza ai beni artistici e storici, e soprattutto il Laboratorio regionale di restauro ad essa collegato, Un centro prestigioso, nel quale possono trovare asilo le opere d'arte venete bisognose di cure e di attenzioni.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1994

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