Dolcè - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Dolcè

Verona / Italia
Vota Dolcè!
attualmente: 06.00/10 su 2 voti
E' il primo Comune della provincia di Verona che s'incontra venendo da Trento. Giace all'inizio della Vai Lagarina, sulla sinistra dell'Adige. Oltre al Capoluogo, il Comune registra anche i centri di Ceraino con Chiusa e stazione di Ceraino, Peri con Ossenigo e Volargne con Colombare.

D'origine assai antica - essendo il territorio passaggio obbligato per chi raggiungeva dal nord attraverso il Brennero la Pianura Padana - è I'antropizzazione dei vari siti. Ritrovamenti di oggetti e di manufatti, assegnabili alle varie età della Preistoria, sono da segnalarsi a Peri, a Monte Batucian, a Carotta, a Colle del Prete, a Riparo Soman e nel Capoluogo.

Di particolare importanza gli scavi che Alberto Broglio e Michele Lanzinger, con Luciano Salzani, vanno conducendo a Riparo Soman, nei pressi di Ceraino, con interessanti serie stratigrafiche che coprono un intervallo cronologico il quale va dalla fine del Palelolitico superiore all'inizio del Neolitico, terminando con sporadiche frequentazioni più recenti. Sempre nel Comune di Dolcè sono segnalate almeno sei località dove sono avvenuti rinvenimenti archeologici di età romana, quando con tutta probabilità anche oltre la Chiusa, e con verosimiglianza fino ad Ossenigo, si estendeva quel Pagus degli Arusnati identificabile, grosso modo, con l'attuale Valpolicella. L'antica antropizzazione di questi siti è del resto giustificata dall'importanza che ha sempre avuto, a livello di comunicazioni fra l'Europa centrale e il Bacino Mediterraneo, l'Adige, un tempo (e fino ad un secolo fa) navigabile da Trento fino al mare: in discesa ma anche in risalita, con I'ausilio di cavalli trainanti le barche lungo una strada "cavallara" posta sulla sinistra del fiume.

L'Adige, e quindi anche la strada, passano tuttora qui attraverso lo strettissimo budello della Chiusa, fra rocce strapiombanti a picco. L'insieme ci offre uno dei più bei panorami di tutto l'intero corso del fiume. Si dice - ma senza fondamento - che la profonda spaccatura prodotta dal passaggio del fiume in mezzo ad altissime, ripide pareti rocciose, abbia ispirato anche Dante: la ruina ch'Adice percosse non sarebbe rappresentata, infatti, secondo alcuni commentatori, dagli slavini di Marco, ma proprio da questo budello, attraverso il quale il cielo della Pianura Padana si apre finalmente davanti a chi, provenendo dalle regioni del nord, trova finalmente l'annuncio di climi diversi rispetto a quelli che si lascia alle spalle.

Questi sentimenti fissa in carta, tra gli altri, anche il Da Persico, il quale scrive che Volargne, a chiunque vi giunga, sia per entrar nel Tirolo, sia per uscirne, desta nell'animo

"un forte commovimento, in questo di soave giocosità, vedendosi di fronte aprirsi la più gradevole e bella parte d'Europa; in quello di cupa tristezza, trovandosi chiuso tra le angustie di scoscese montagne, donde non pargli poterne uscire a buon fine: tale è la rotta delle rupi, che si avvicendano dall'una parte e dall'altra, per modo che dalle linee parallele de' loro strati si direbbe esservi stato un tempo in questo luogo un sol monte".

L'attuale panorama della Chiusa non dovrebbe sostituire - se vogliamo lasciar stare alcune ipotesi peregrine - un panorama precedentemente diverso. Non può accettarsi, infatti, l'ipotesi di chi ritiene - sulla scorta di quanto una prima volta ebbe ad affermare il cartografo Cristoforo Sorte - che il taglio della Chiusa sia stato, se non operato, almeno perfezionato dai Romani, i quali, ricavando dal sovrastante Monte Pastello le pietre per la costruzione dell'Arena, avrebbero con ciò reso possibile il trasporto del materiale sulla corrente del fiume, il cui primitivo corso pertanto sarebbe stato deviato.

C'è piuttosto chi suppone che in epoca pre-glaciale, l'Adige, passato Trento, divergesse nella conca del Garda e che, dopo la calata del ghiacciaio che doveva originare l'anfiteatro morenico, abbia invece inondato la Vai Lagarina, trasformandola in un lago. Trovando però la via alla pianura sbarrata dalle pendici del Pastello e dal terrazzo di Rivoli, l'acqua avrebbe cercato uno sfogo nella vallata di Caprino, formandovi un altro laghetto e da esso defluendo per l'attuale alveo del torrente Tasso fino a Sega.

Resta ad ogni modo più scientificamente assodato che il fenomeno della Chiusa è frutto dell'azione che i ghiacciai del Quaternario hanno esercitato sulla barriera lessinica che chiudeva la valle: i ghiacciai dal basso e l'acqua a cascata dall'alto, avrebbero determinato nel corso dei millenni l'apertura della breccia attraverso la quale si è incuneato il fiume.

Ma lasciamo le questioni geologiche agli addetti, per tornare invece ad affermare che comunque - fin da quando la Chiusa divenne praticabile e cioè I' Adige in qualche modo navigabile - il valore strategico del luogo fu giustamente e appieno riconosciuto. Ai tempi di Roma - dopo che mille anni prima di Cristo gli Atestini erano arrivati alla Chiusa e gli Arusnati (popolazione di origine retico-etrusca presente nella Valpolicella) si erano poi qui insediati -nei pressi della Chiusa, secondo la tradizione, il proconsole Quinto Lutazio Càtulo avrebbe atteso nel 102 a.C. l'avanzata dei Cimbri, disperdendoli. Di qui passarono poi anche i Visigoti, gli Svevi, i Vandali, gli Unni (con Attila nel 451), gli Eruli (con Odoacre nel 476), e gli Ostrogoti.

C'è tra gli altri episodi anche quello del quale riferiscono le cronache di Federico I. Esse narrano che tornando l'imperatore in Germania, giunto l'esercito imperiale nell'ottobre del 1154 alla Chiusa, là dove l'Adige scorre incassato fra il Pastello e il Baldo, questi trovò la strada sbarrata da Alberigo e da alcuni veronesi i quali occupavano la sommità di una rupe che costituiva la chiave della Chiusa. Per quattro giorni l'imperatore restò inoperoso fino a quando due veronesi, dell'ordine dei militi che si trovavano nel suo esercito e che lo avevano seguito fino a Roma, non gli insegnarono una ripida via, per la quale un manipolo di tedeschi poté prendere Alberigo alle spalle.

Andrea Castagnetti, in un suo volume stampato per conto del Centro di Documentazione per la Storia della Valpolicella e relativo alla Valpolicella dal periodo longobardo all'età dei Comuni, s'intrattiene in più punti e giustamente su questa zona occidentale della valle provinianensis oltre che su quell'estremo lembo della Valdadige, attorno alla Chiusa, che con la denominazione di Clusa Gardensis rappresentava, attraverso Rivoli, la chiave di accesso al distretto gardense.

Volargne, che appare documentata per la prima volta nel 1070, come situata nella valle provinianensis è legata già da quel periodo alla località di Ponton posta più a sud, mai definita villaggio, ed inclusa, fin dalla prima documentazione che concerne il secolo decimosecondo, nel distretto di San Giorgio.

Difficile in questa sede seguire il Castagnetti, nell'esame delle vicende e della Chiusa e dei suoi paraggi in questo periodo. Ricorderemo fra l'altro con lui come

"dopo la scomparsa di Federico I il figlio Enrico IV, nell'ambito di una politica diretta alla conquista effettiva del regno di Sicilia, che necessitava di ingenti finanziamenti, procedette anche alla alienazione dei diritti dell'impero sul comitato di Garda. Fra gli atti relativi alla cessione uno concerne direttamente il castello di Rivoli".

Soggiunge il Castagnetti:

"Orbene (...) alla presa di possesso dell'arx di Rivoli, effettuata dal podestà veronese, che vi fece issare il vessillo del comune, furono chiamate le universitates, oltre che di Rivoli, di Chiusa e Volargne, due località che non avevano mai fatto parte del distretto gardense né erano state in qualche modo ricordate in connessione con Rivoli. Eppure esse dovettero essere state, in un momento antecedentemente indeterminato, coinvolte direttamente negli obblighi relativi alla custodia e alla difesa dell'arx di Rivoli, non potendosi in altro modo spiegare la loro presenza ad un atto pubblico così importante e così solennemente celebrato. La spiegazione va, a nostro giudizio, ricercata nel periodo immediatamente precedente".

Sempre seguendo il Castagnetti, accenneremo anche ai contrasti sorti fra le comunità rurali di Chiusa e di Volargne all'inizio degli anni venti del secolo XIII:

"La contestazione da parte degli abitanti dei due paesi, se non verso la signoria in sé, verso alcune modalità di esercizio della giurisdizione, era iniziata a un tempo imprecisato: essa si inseriva in un processo da lungo tempo in atto nelle campagne padane e particolarmente intenso nel territorio veronese, movimento che trovava la base principale nell'esistenza di un ceto di uomini liberi, dotati di propri beni terrieri, ma che investiva anche le comunità con larga presenza di uomini di condizione non libera".

L'importanza strategica della Chiusa si conservò tale anche in epoche a noi più vicine: ai tempi della guerra per la successione di Spagna, combattutasi sul territorio veronese nei primi anni del secolo decimottavo risale un altro fatto che ha per protagonista la Chiusa. All'inizio della lotta, nel maggio del 1701, essendosi l'esercito franco-ispano del maresciallo Catinati e del principe Vaudemont accampato sulla destra dell'Adige per impedire agli imperiali il passaggio della Chiusa, il principe Eugenio fece deviare le sue truppe all'altezza di Ala e per la strada della Valfredda, resa praticabile alla cavalleria ed artiglieria leggera, guadagnò Breonio e Sant'Anna sull'altipiano dei Lessini.

Assicuratosi i punti dominanti, altre truppe egli fece salire da Peri e Breonio, e di là poté discendere all'Adige attraverso la Valpantena e la Valpolicella, senza però che sul suolo di questa avvenisse nessun fatto d'arme, ma non senza gli inevitabili danni.

In relazione all'importanza del sito, anche i Comuni rurali della zona sono molto antichi: quello di Peri ad esempio ha statuti del secolo XIII. A capo del Comune stavano un gastaldo e un massaro e la vicinia (consiglio comunale) si radunava al suono di una "tavola". I documenti rimastici su Peri sono due "regole", del 1253 e del 1269, riguardanti i furti e i danni nei boschi e nei campi. Erano puniti i furti di mandorle, noci, pesche, susine, pere ed altre frutta. Cinque soldi di multa, poi, erano comminati a chi diceva ad un altro: ladro, spergiuro o cornuto.

Dolcè possedeva un castello i cui ruderi sarebbero ancora visibili in un bosco vicino all'abitato. Castello era chiamato anche Ossenigo quando fu sottratto nel 1211 a Ribaldo Turrisendo dai conti di Sambonifacio come racconta il Moscardo:

"I Veronesi nel 1211 avendo eletto, per loro podestà, il conte Bonifacio Sambonifacio e vedendo che Ossenigo, castello posto vicino alla Chiusa per molto tempo indebitamente veniva occupato da Ribaldo Turrisendo, uomo scellerato, il quale rubando e depredando quei luoghi circonvicini, gli serviva di ricovero, andarono ad espugnarlo, il che seguito lo distrussero dai fondamenti".

Non poche anche le testimonianze della presenza di un'organizzazione ecclesiastica al servizio delle singole comunità: se la chiesa parrocchiale di Dolcè, dedicata a Santa Lucia, fu totalmente ricostruita nel 1758 e consacrata il 10 settembre 1775, già nel 1456 però Dolcè risultava sede di una parrocchia con rector. E se a Peri la parrocchiale dedicata ai Santi Filippo e Giacomo fu interamente ricostruita nel 1951, dopo la distruzione subita nel corso della guerra 1940-45, essa risulta già parrocchia con cappellanus curatus nel 1553.

La parrocchia di Ossenigo, dedicata a Sant'Andrea Apostolo, fu smembrata da Avio ed eretta in parrocchia nel 1539, ma nel 1553 è usata la più vicina chiesa di Santa Maria.

Ceraino ancora - con chiesa dedicata a San Nicolò recentemente edificata su disegno dell'architetto Libero Cecchini - è parrocchia dal 1952 dopo lo smembramento fattone da Volargne.

Volargne infine - con bella chiesa neoclassica dedicata a San Martino di Tours - è parrocchia con rector fino dal 1456.

Il territorio registra anche l'esistenza di numerose ville tra cui le ville Valentini e Del Bene. Villa Valentini a Volargne, in via Brennero, è una vasta costruzione ottocentesca, senza spiccato carattere architettonico; notevole il parco, cui si accede dal centro del paese, sulla strada trentina.

Villa ex Del Bene a Volargne, in via dei Mulini, è uno dei monumenti più preziosi del Rinasci- mento veronese. Il complesso di costruzioni dei secoli XV e XVI è composto di un nucleo quattrocentesco e di altre fabbriche posteriori, rimaneggiate o aggiunte nel 1551 da Michele Sanmicheli, il quale rispettò solo, nella facciata elegantissima a portico e loggia, l'edificio principale quattrocentesco, trasformandone però l'interno e i fianchi ed aggiungendovi il solenne portale d'ingresso al piccolo cortile cintato, e la colombaia sul secondo più vasto cortile, circondato dai rustici.

Insigni maestri del Cinquecento, quali i due Caroto e Domenico Brusasorzi, decorarono la scala, la loggia, il salone centrale e le stanze interne di stupendi affreschi di soggetto sacro e biblico, di recente restaurati.

Per oltre quattro secoli questa villa, posta presso la riva sinistra dell'Adige, all'uscita dalla Chiusa di Rivoli, appartenne alla ricca famiglia Del Bene, profuga nel '300 da Firenze, che probabilmente la costruì e che si estinse al principio del Novecento. Il parco, un tempo assai bello, è in gran parte scomparso.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1991

Condividi "Dolcè" su facebook o altri social media!

Dolcè - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.