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Fortificazioni Scaligere destra-Adige

Verona / Italia
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Il fatto più importante e determinante delle fortificazioni scaligere destra-Adige è che esse corrispondono, con trascurabili modifiche, al tracciato che verrà ripreso dalla monumentale impresa sanmicheliana e giungerà pressoché intatto fino a noi con l'aggiunta di quelle splendide porte, insigne esempio di grand’architettura rinascimentale, e con quelle sostanziali modifiche di spessore e strutturazione rese necessarie dall’invenzione e dall'uso della polvere pirica (bastioni, terrapieni, rondelle ecc.) e dal progressivo sviluppo della potenza degli armamenti fino alla dominazione austriaca.

Di una parte di queste fortificazioni, il complesso costituito da Porta Catena e Porta Fura, si è trattato in apposita voce. Vediamo ora di tracciare una più precisa indicazione dell'opera di Cangrande I della Scala e, trent'anni circa più tardi, di Cangrande Il. Ricordiamo subito il Secondo Cangrande, perché è a lui che dobbiamo la parte oggi restante più cospicua del sistema difensivo destra-Adige: Castelvecchio e il suo ponte. Guardando alla storia di Verona fino al 1866, si ritiene, infatti, legittimo considerare – all’interno di un generale piano di fortificazione e di difesa – sia il castello sia il ponte, anche se è evidente e noto il fatto che essi vennero commissionati e costruiti non per difendere la città, ma per la sempre più precaria posizione dei signori scaligeri, bisognosi di difendersi dai loro stessi concittadini e da sempre più frequenti alleati che si trasformavano in nemici ed invasori.

A queste constatazioni d’ordine storico pensiamo si debba aggiungere anche la considerazione che la sua locazione sui resti dell'antico fortilizio romano, di cui non conosciamo l'esatta consistenza, ancorandolo al già esistente sistema difensivo comunale proprio nel punto di passaggio a fiume, la Postierla del Morbio, là dove già da un paio di secoli esistevano forme difensive, anche se aleatorie e fragili, come fratte, piccoli terrapieni, palizzate irregolari, questa sua locazione ne indica la continuità con le opere munitorie scaligere e con il modo di procedere degli architetti e maestri di corte, da Francesco Bevilacqua a Giovanni da Ferrara, a Jacopo di Gozzo o a Giovanni di Rigino, non nuovi al lavoro di ricostruzione e ammodernamento dell'antico.

E c'è infine la non meno valida testimonianza dell'uso che del castello venne fatto non solo dagli Scaligeri, ma dai Visconti e quindi dai Veneziani e dagli Austriaci nell'800, anche se, è ovvio, la sua importanza strategica diminuisce progressivamente.

Le mura di destra-Adige, dunque, iniziate nel 1321 ed ultimate nel 1325 (sono quattro anni d’intensa attività militare di Cangrande) sempre per opera dell'architetto Calzaro, al quale si intitolerà pure una porta, non facevano che seguire una serie di varie fortificazioni che già da più di un secolo proteggevano periclitosamente la città al di là del fiume, come aveva dimostrato, ad esempio, la guerra con Mantova. Quivi sorgevano da tempo antico borghi importanti per consistenza e per ricchezza, nati in varie epoche attorno ai monasteri foranei e alle principali vie di accesso alla città, cioè agli antichi tracciati delle vie consolari: la via "Gallica" proveniente da Milano, la via "Postumia" dalla Padana inferiore e la via "Claudia-Augusta" da Ostiglia, Modena e Bologna. Erano i borghi sorti intorno all'antichissima San Procolo e alla potente abbazia benedettina di San Zeno, vera e propria fortezza, le cui mura perimetrali, delle quali esiste una parte tuttora individuabile, erano in più occasioni servite come difesa per l'intero quartiere.

Fra la via "Gallica" e la "Postumia" sorgevano inoltre i borghi di San Zeno in Oratorio e di Ognissanti: fra la "Postumia" e la "Claudia-Augusta" si erano formate le borgate di San Silvestro e quelle sorte intorno ai monasteri di Santo Spirito e della SS. Trinità, la cui chiesa, quasi segno di divina volontà, era stata l'unica che il terremoto del 1117 non avesse minimamente lesionato. A questi borghi bisogna aggiungere una serie di piccole corti e raggruppamenti minori perché non si trattava di quartieri omogenei: fra essi restavano ampi spazi di verde, di orti, di campagna vera e propria.

Non è improbabile che proprio la possibilità di sfruttare questi terreni colti, insieme con l'evidente necessità di difendere anche questa che ormai si doveva considerare parte integrante della Città, abbiano convinto Cangrande l a fortificare in modo continuo ed organico quel tracciato che dai tempi di Ezzelino si trovava allo stato pratico di indicazione di un possibile percorso murario.

Oggi di tutta questa imponente opera scaligera ben poco rimane da vedere: le ricostruzioni veneziane, ripercorrendone il tracciato, hanno cancellato quasi tutto. Oltre ai muri nelle vicinanze di Porta Fura e Porta Catena che proseguono a tratti quasi fino allo sperone nord del bastione, è possibile scorgere resti scaligeri di quel che rimane dell'antica Porta San Zeno a lato dell'attuale omonima, e la torretta a fiume nei pressi della chiesa di San Francesco al Corso. Tra questa torre e la torre della Paglia Cangrande Il fece alzare un muro di difesa fluviale: questo, insieme con il muro occidentale lungo il tracciato dell'attuale Corso Porta Nuova, completerà la recinzione della Cittadella che Giangaleazzo Visconti utilizzerà per lo stanziamento delle sue truppe in Verona. In questo tracciato, oltre alle due porte appena ricordate, altre se ne aprivano in corrispondenza degli accessi più importanti alla città: Porta San Sisto, situata tra Porta San Zeno e l’attuale Porta Palio, si apriva in una torre come altre porte scaligere e comunali. Tra Porta Palio e Porta Nuova si apriva, sempre in una torre, probabilmente la più importante di queste porte, la Porta del Calzaro, in onore dell'architetto progettista, o di Santo Spirito, dal nome del vicino convento. E infine, tra l'attuale Porta Nuova e l'Adige, ancora in una torre, si apriva la Porta di S. Croce che dava sull'omonimo quartiere dal quale partiva, e giungeva fino a San Fermo, l'antico Corso, quello lungo il quale Dante (Inferno, XV, vv. 121-124) ricorda che si correva il Palio Verde di Verona, attraversando le mura comunali al Ponte Rofiolo.

E' all'interno di questo sistema murario che si inseriscono le possenti strutture - e per quei tempi strabilianti - del ponte di Castelvecchio e del Castello stesso che, anche ai contemporanei, non poteva apparire se non una fortezza, odiosa quanto mai in aggiunta. Si tratta di un complesso architettonico che concentra nelle sue strutture che si vogliono ideate dall'architetto di corte Francesco Bevilacqua con la collaborazione, soprattutto per il ponte, di Giovanni da Ferrara e Jacopo da Gozzo, le forme già sperimentate a Soave e in tutta quella ricca serie di antichi e recenti castelli-reggia-palazzo di rappresentanza, che vanno da Villafranca a Valeggio, da Salizzole a Torri del Benaco, da Sanguinetto a Lazise, da Villimpenta alle strutture del famoso "Serraglio". Si tratta sostanzialmente di due corpi: la reggia, a Sud, e la caserma, a Nord, unite e come ancorate al muro comunale là dove si apriva la Postierla dei Morbio e dove sorgeva quella chiesetta di San Martino in Acquaro da cui il castello si chiamò per circa mezzo secolo.

Il fossato, ancora oggi ben visibile, era riempito dall'Adigetto che le restituiva al fiume principale all'altezza della Postierla del Morbio, che venne chiusa proprio per queste necessità; le parti settentrionali del castello erano direttamente difese dall'Adige, come hanno dimostrato i restauri degli anni '60 cui Licisco Magagnato dedicò la sua preziosa opera di indagine e ricerca.

Fu un lavoro eseguito e condotto con estrema celerità: la prima pietra era stata posta il 28 maggio del 1354; e già nel 1356 la reggia e la caserma potevano essere abitate. Per il ponte il discorso è più complesso: può darsi che, già esistendo in loco una precedente costruzione, i lavori siano stati rimandati, e si possa quindi pensare ad un secondo periodo di interventi da collocarsi in quegli ultimi bagliori di splendori scaligeri che furono gli anni della signoria di Cansignorio (1359-1375), magari sviluppando un'idea già presente nel primo progetto del castello.

Come castello a difesa verrà usato molto presto, già nel 1377, dai successori di Cansignorio, Bartolomeo e Alboino, contro gli assalti delle milizie di Barnabò Visconti, alleato con Venezia. che già avevano invaso gran parte del territorio veronese. Fu questo episodio il segno che il sogno di Cangrande I era tramontato e che la grande cerchia muraria non avrebbe difeso da un pericolo che nasceva da dentro più che da fuori.

In Castel San Martino (si chiamerà "Vecchio" solo dopo la costruzione del "Nuovo" Castel San Felice) alloggerà anche Il Giangaleazzo Visconti durante i primi tempi di dominio in Verona dopo l’indecorosa fuga dell'ultimo scaligero, Antonio. I Veneziani. subentrati ai Visconti nel 1404, mantennero in uso Castelvecchio affidandone la difesa e la custodia ad un castellano, eletto ogni 16 mesi con un sistema di 4 tornate di voto. La truppa era comandata da un capitano che, a differenza del castellano, dimorava nella "Porta Nuova", che ricadeva sotto la giurisdizione di Castelvecchio. Un cappellano militare, infine, aveva diritto vitalizio di abitare nel castello e di celebrarvi Messa.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1983

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