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Antonio della Scala fu l'ultimo signore di Verona e gli anni della sua signoria furono percorsi da sempre più fitti ed evidenti presagi dell’ineluttabile fine: ma le sorti precipitarono dopo la disfatta del 2 marZO 1387, quando, nella battaglia combattuta tra le località di Castagnaro e Castelbaldo, Antonio perse cinquemila uomini, duemila dei quali morti in combattimento.

Nei mesi che seguirono s’infittirono le trattative dei fuoriusciti con gli alleati anti-Scaligeri per cercare di evitare alla città inutili stragi. E Verona si consegnò quasi spontaneamente ai nemici d’Antonio, che vanamente aveva corso la città gridando «Viva La Scala!» appena seppe che gli eserciti erano alle porte. Era il 18 ottobre 1387; tre giorni dopo Verona era nelle mani del duca Giangaleazzo Visconti, che si affrettò a realizzare una poderosa e complessa serie di fortificazioni e di adattamenti di quelle già esistenti, ben conscio che, cessato l'odio dei cittadini nei confronti d’Antonio della Scala, sarebbero risorte le antiche rivalità interne, e all'esterno si sarebbero rifatti vivi i propositi dei suoi attuali alleati.

A Giangaleazzo dobbiamo, quindi, una serie d’interventi che è opportuno riassumere, prima di analizzarli partitamente: sulla destra-Adige la costruzione di quella che anche allora si chiamò "Cittadella" e interventi minori ad alcune porte; sulla sinistra-Adige la costruzione di una seconda cittadella, che non assunse mai, però, questa denominazione, nel punto molto strategico rappresentato dal colle di San Pietro e dalla valle della chiesa di San Giovanni; la costruzione, a monte di questa zona, di un altro castello, intitolato a San Felice, dal nome di una chiesetta che, per allora, n’ostacolò i lavori; e una serie minore, ma non meno importante, d’aggiustamenti intorno soprattutto al più tardo bastione di Santa Toscana.

Di tutte queste opere fortificatorie rimangono imponenti resti com’è il caso di quanto rimane di castel San Pietro, che era parte portante della seconda cittadella e che, abbattuto in parte dai Francesi nel 1801, mostra ancora oggi le sue poderose mura e le sue massicce torri. O come il caso di Castel San Felice che, essendo tutt'oggi una servitù militare, per ovvi motivi di sicurezza è precluso sia al restauro artistico storico, sia alla visione di studiosi o anche di semplici visitatori.

Partiamo proprio da questa costruzione, per analizzarla nelle sue forme finali, ricordando che ad esse è arrivata attraverso una lunga serie d’interventi protrattisi, praticamente, fino ai nostri giorni.

Dal rapido schizzo a penna di Marin Sanudo (B.U.PD. Ms. 996, c. 77), nel quale già si può individuare la futura forma del castello, ai disegni progettuali del '500, alla splendida incisione in rame di P. Frambotto del 1648, alle varie piante di Verona come quella che compare nella "Verona illustrata" di S. Maffei (ora nel retro-frontespizio dell'edizione anastatica dell'edizione milanese del 1826), alle preziose e documentate pagine che V. Jacobacci dedica al Forte-Castello San Felice (V. Jacobacci « La piazzaforte di Verona sotto la dominazione austriaca 1814-1866 ", Verona, 1980), questo Castello ha occupato gli interessi degli addetti ai lavori per la singolarità della sua planimetria che si allunga a Nord in quei due puntoni, quasi immani chele di un mostruoso scorpione acquattato sulle colline a ridosso di Verona a sua inespugnabile guardia, che i Veronesi ben conoscono e ammirano e ad una delle quali, per l’evidente somiglianza, hanno dato la denominazione di "la nave".

Dell'antico castello iniziato e lasciato incompiuto da Giangaleazzo per l'opposizione della città all'abbattimento della chiesetta di San Felice, non resta pressoché nulla, e anche delle quattro torri indicate nelle successive progettazioni o raffigurate nei disegni e nelle pitture più tarde, nulla rimane: restano, invece, i muri perimetrali interni e rimane intatta la struttura settecentesca che gli Austriaci, a partire dal 1837, rinforzarono con la costruzione di un rivellino dotato di quattro bocche da fuoco, collegato al castello da un corridoio protetto, mentre addossarono altre caserme d’acquartieramento alle antiche mura viscontee. Oggi dal vallo, in gran parte percorribile a piedi sia a nord sia a sud, è possibile ammirare esclusivamente la potenza degli interventi austriaci oltre alla solida porta veneziana aperta fin dai primissimi tempi della dominazione veneta.

Passata, infatti, Verona dai Visconti alla Serenissima, i Veneziani ruppero ogni indugio causato dalla necessità di demolire la chiesetta di San Felice: la chiesetta fu ricostruita presumibilmente nelle antiche forme all'interno del castello, dove rimase in piedi fino al XVIII secolo, e terminarono rapidamente i lavori lasciati incompiuti da Giangaleazzo.

A questo primo periodo di lavori, seguiranno una serie d’interventi di rafforzamento in momenti successivi: nel 1523 fu aggiunto a Nord un grosso bastione; nel 1528 fu costruito quel punto che è oggi chiamato "la nave"; e nel 1546 si costruì anche il secondo puntone, che sarà interamente rimaneggiato dagli interventi austriaci dopo il 1837. Tutti questi lavori, se si esclude il puntone de "la nave", non hanno alterato la struttura iniziale del castello e sono rimaste intatte la sua posizione e la sua funzione all'interno del periplo urbano, così come la individuano le carte e i disegni già ricordati e come si può, ad esempio, vedere nelle numerose vedute settecentesche o nella copia di A. Bisesti: un prezioso ingrandimento di quella particolareggiata pianta di Frambotto che abbiamo sopra menzionato.

Strettamente collegato con questo castello, attraverso il sistema murario di Cangrande e, successivamente, attraverso anche i rinforzi veneziani, è il Castello di San Pietro, che prende nome dalla chiesetta un tempo in esso incorporata. Il colle di San Pietro era stato la sede della Verona pre-romana e ai piedi di esso, non lontano dalle declinanti magnificenze del Teatro, il re Berengario aveva fatto costruire la sua reggia-fortilizio. Certo, sulla rocca che guarda tutta la città, sin dall'antichità dovevano esserci costruzioni, più o meno pacifiche, secondo le necessità e le possibilità dei vari momenti, e non è improbabile pensare anche ad una fortificazione, il cui ricordo, mescolato alla leggenda, è presente nell’errata denominazione di "castel di Teodorico" dato ai resti della costruzione viscontea.

E' appunto questo il castello che Giangaleazzo fece costruire appena divenuto padrone di Verona: era un potente fortilizio dotato di una solida cinta esterna quale ancora oggi si può ammirare per i tre lati rimasti in piedi, e munito di ben dieci torri, alcune delle quali poggiavano direttamente sullo zoccolo tufaceo del colle. Il castello, come incuneato tra le muraglie di Cangrande, fu ulteriormente rafforzato dalla costruzione di un muro che ne univa la parte a sud con Il muro scaligero nel punto in cui questo deviava il suo tracciato da sud ad ovest.

Veniva così a crearsi un'altra zona recintata a difesa della città, alla quale si poteva accedere da una porta protetta, detta "Bacola" (il termine rimanda all'idea di un fossato con dentro "baculi" appuntiti) che ancora oggi si può vedere alla fine di salita San Carlo, superati gli ostacoli degli orti e delle varie costruzioni private che ne impediscono da anni l'accesso.

Con questa seconda "cittadella», altro spazio utile per un altro acquartieramento di truppe, Verona era circondata, presa in una ferrea tenaglia, a Nord e a Sud, in modo tale da evidenziare senza ombra di dubbio sia le intenzioni del Visconti sia le sue reali probabilità di tenere a lungo il dominio sulla città.

Che Giangaleazzo avesse comunque più di un motivo per diffidare, ce lo dimostra la turbolenza degli anni del dominio visconteo, in vario modo segnati dai tentativi degli Scaligeri di tornare (1388 e 1404), dalla rivolta del 1390 e da una serie di eventi naturali come il terremoto del 1397 e la pestilenza che nel 1400 uccise un terzo degli abitanti di Verona.

Sono dunque ben tre i castelli a disposizione del Visconti per dominare su Verona: Castel San Felice e Castel San Pietro, molto uniti tra di loro, e Castelvecchio, per il quale Giangaleazzo dovette pensare alla sistemazione di quella vasta parte di suolo urbano che, recintata, divenne la vera e propria "cittadella". Si trattava di un accampamento munito pressoché quadrato, ottenuto sfruttando al massimo le fortificazioni già esistenti: a nord il doppio muro comunale ed ezzeliniano che permetteva il passaggio protetto di truppe e, attraverso camminamenti sopraelevati, di arrivare direttamente a Castelvecchio; ad est basta l'Adige a difendere, insieme con le parti di muraglia protettiva intorno alla torre della Paglia; a sud c'era il muro di Cangrande nel quale fu necessario aprire una porta per eventuale ritirata o ingresso: fu aperta tra le precedenti Porta Nuova e Porta S. Croce, nella zona della chiesetta del monastero delle suore di Sant'Antonio, quivi esistente fino al 1416, quando i Veneziani sposteranno il tutto in Valverde. Ad ovest dovette invece costruire un muro nuovo e lo protesse con un fossato, l'interramento del quale darà origine a Corso Porta Nuova. Un altro fossato difendeva la "cittadella" a nord, lungo le attuali via Roma e via Pallone. Contro queste opere di fortificazione si ribelleranno i veronesi nel 1390 e la loro rivolta sarà domata nel sangue nei giorni dal 25 al 27 giugno, in cui la città fu abbandonata al saccheggio delle truppe mercenarie.

Giangaleazzo operò anche altre modificazioni minori, ma sempre di notevole importanza per la difesa della città: rinforzò il muro di Santa Toscana, nel punto in cui la muraglia di Alberto della Scala si congiungeva con quella di Cangrande: si trattava di un muro di ciottoli e di mattoni di cui è possibile rintracciare significativi resti nella zona di salita Santa Toscana. Più in alto, sempre nella muraglia di Cangrande, provvide alla chiusura della porta di San Zeno in Monte, chiusura resa necessaria per la difesa della "cittadella" di monte, quella tra castel San Felice e castel San Pietro.

Il muro costruito nella zona di Santa Toscana sarà abbattuto dai Veneziani nel 1516, ma tutte le altre opere fortificatorie di Giangaleazzo rimasero a lungo, ed è significativo, comunque, che nei suoi quindici anni di signoria il Visconti abbia sfruttato a pieno il precedente sistema fortificatorio, rinforzandolo dove gli sembrò necessario, ma riconoscendone contemporaneamente la validità, ed adattandolo ai suoi bisogni senza snaturarne la sostanza. E' un po', questo, il destino del sistema difensivo veronese fino quasi ai nostri giorni.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1983

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