Frà Giocondo - Verona

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Frà Giocondo

Trarre, dal groviglio delle svariate opinioni che, a mano a mano, si sono intessute attorno alla figura del frate domenicano Giovanni Giocondo, un curriculum d’arte e di vita che risulti completo, non è compito facile.

Non tutti gli anni della vita di questo glorioso personaggio furono storicamente seguiti, né le sue opere, persino quelle che gli eventi non hanno tolto alla nostra ammirazione, possono essergli assolutamente attribuite.

Certo è che la fama di grande umanista, d’architetto insigne sia di costruzioni civili che militari, di promotore d'importanti studi d'idraulica che lo accompagnò durante la non breve esistenza, gli fece assumere incarichi che, di solito, sono appunto riservati ai grandi.

Non si può, pur desiderando dipanare da quest’aggrovigliata matassa un solo filo conduttore, prescindendo dalle discordanti opinioni di chi volle, dopo accurate ricerche, riconoscergli o no la paternità di molte opere.

La fonte prima, la più doviziosa di notizie intorno all'architetto veronese, è quella lasciataci dal Vasari nelle pagine delle «Vite»: non di meno se vogliamo stabilire la data di nascita di Fra’ Giocondo, bisogna rifarsi ad una lettera che, in data 1° luglio 1514, Raffaello Sanzio inviava allo zio Simone Ciarla, per informarlo d'essere stato nominato architetto della Basilica di San Pietro. Scriveva, infatti, tra l'altro l'Urbinate: «Mi ha dato (il papa Leone X) un compagno, frate dottissimo e vecchio più de octanta anni...; ha nome Fra Jocondo».

Niente c'impedisce di credere che, invece di uno o due, il Veronese avesse tre-quattro anni più degli ottanta attribuitigli da Raffaello; ma in mancanza d’elementi che lo provino irrefutabilmente, noi ci uniamo al parere dei più che stabiliscono l'anno di nascita di Fra’ Giocondo appunto tra il 1432 e il 1433.

In nota alle più importanti edizioni delle «Vite» del Vasari, si può leggere che Fra’ Giocondo non vestì primieramente l'abito di Domenicano (nella cui veste venne raffigurato, alcuni anni prima della sua morte, in una pittura della Sala di Verona); ma giunse a far parte di quest'ordine dopo essere stato prima sacerdote, come afferma il Budeo; poi Francescano, come attestano il Paciola e Giulio Cesare Scaligero.

Fu Fra’ Giocondo, secondo la giusta definizione del biografo Aretino, “uomo universale”, ché oltre ad avere una profonda conoscenza delle lettere, della filosofia, della teologia, e ad applicarsi con intenso amore allo studio del greco (fatto assai raro in quell'epoca in Italia), ebbe anche a dimostrarsi eccellentissimo architetto.

Buona parte della sua giovinezza il Nostro la trascorse a Roma, dedicandosi, con infinito amore e rara perizia, alla ricerca d’antichità e, particolarmente, delle iscrizioni dei sepolcri e dei monumenti classici. Quest’assiduo lavoro lo indusse a visitare moltissimi luoghi dell'Italia e, finalmente, alla compilazione di un volume che donò in seguito a Lorenzo il Magnifico; volume che, purtroppo andò perduto.

Sembra fuor di dubbio che la «Loggia del Consiglio» in Verona, splendido monumento della rinascenza veneta, non debba essere attribuita ad altri che a Fra’ Giocondo. I lavori di detta opera architettonica ebbero inizio nel 1476 e terminarono (escluse le decorazioni che vennero eseguite soltanto nel 1493) nel 1491.

Il frate veronese, pur creando una struttura alquanto semplice, seppe dare al susseguirsi delle arcate quella varietà e snellezza di stile che fanno del monumento un esempio di leggiadria architettonica. Lo stilobate, interrotto da due cancelletti d'entrata, funge da base a sei colonne delimitanti otto archi. Le colonne, divise a tre a tre da un pilastro centrale elegantemente decorato, sono delimitate da altri due pilastri stilisticamente eguali a quello anzidetto. Questi tre pilastri, oltre a dar respiro al ritmo delle otto arcate, hanno il precipuo ufficio di sostegno del piano soprastante il quale è suddiviso in quattro campate (in ognuna delle quali si apre una finestra bifora a tutto tondo) da cinque decoratissimi pilastri, tre dei quali corrispondenti a quelli sottostanti, e gli altri due poggianti su due mensole foggiate a capitello. Tutto l'insieme, compresa la ricca cornice che separa le due parti, presenta una sfarzosa decorazione sculturale e pittorica di gusto esclusivamente veneto.

Il giorno 25 novembre 1499 crollava a Parigi il vecchio ponte vicino alla cattedrale di Notre Dame. Il re Ludovico XII commissionò a Fra’ Giocondo - che allora si trovava in Francia - la costruzione ex-novo del ponte che venne ultimato nel settembre del 1512. Molti sono coloro (e fra questi si trova il Marietto) che tolgono a Fra’ Giocondo la fatica e l'onore di questa magnifica opera; ma a contrastare queste voci viene in aiuto il celeberrimo distico del Sannazzaro, inciso sul ponte stesso:

Jocundus geminos posuit tibi Sequana pontes.
Hunc tu jure potes dicere Ponteficem


al quale furono apportate alcune varianti durante la restaurazione del ponte avvenuta nel 1660.

Assieme al Vasari attribuiscono a Fra’ Giocondo la costruzione di un altro ponte sopra la Senna, individuato nel «piccolo» ponte, il Sannazzaro e G.C. Scaligero.

Nell'«Elogio di Fra’ Giocondo», il Tipaldo attribuisce inoltre al frate veronese, il disegno del Castello di Gaillon in Normandia; edificio costruito in stile gotico, proprietà del Cardinale d’Amboise, poi dimora dei Vescovi di Rouen e che fu distrutto, durante la rivoluzione.

Intorno al 1506, ci dà notizia il Vasari, i Signori di Venezia, essendo stati avvertiti che gli immani detriti portati dal fiume Brenta in quelle lagune, col passar degli anni si sarebbero accumulati nel fondo delle stesse, mutando conseguentemente la caratteristica fisionomia al sito, preoccupatissimi chiesero pareri e progetti ai migliori ingegneri ed architetti dell'epoca. Tra i molti progetti presentati fu preso in maggior considerazione e quindi scelto, quello di Fra’ Giocondo. A lui furono affidati i lavori di «riparo» che consistettero propriamente nell'incanalare la metà delle acque del Brenta e farle sfociare, con un lungo giro, nelle lagune di Chioggia.

I vantaggi anche a favore del Chioggiotto furono considerevoli; infatti, i detriti aumentarono l'estensione di terreno, cosi che, dove una volta erano soltanto acque, sorsero fertili campi e ville.

Per questi lavori gran lode ottenne da tutti Fra’ Giocondo, e in modo speciale dal suo amico messer Luigi Cornaro, gentiluomo di Venezia, noto autore del libro «Della Vita Sobria», del quale il Vasari riporta la seguente affermazione: « ...che se non fusse stato l'avvertimento di Fra Jocondo, tutto quello atterramento fatto nelle dette lagune di Chioggia si sarebbe fatto, e forse maggiore, in quelle di Vinezia, con incredibile danno e quasi rovina di quella città»,

Questo è quanto ci riferisce il biografo aretino; ma il Temanza, con documenti alla mano, ha dimostrato, in seguito, che i sopra descritti lavori di «riparo» erano stati iniziati nel 1488 e ultimati nel 1495 dall'ingegnere Alessio Aleardi e che Fra’ Giocondo c'entra soltanto per essere stato, appunto nel 1506, chiamato a Venezia ad esprimere il suo parere su quanto era già stato fatto.

Nel 1509 il frate veronese veniva chiamato a Treviso, che nel lontano 1388 s'era spontaneamente data a Venezia, affinché costruisse attorno a quella città un giro di mura, lungo circa cinque chilometri, atto a difenderla dalle soldatesche di Leonardo Trissino che voleva occuparla, durante la lega di Cambrai, per l'imperatore Massimiliano. Le mura sorsero e vennero in seguito completate dall'Alviano.
L'attività di questo artista non conobbe soste; dedicò a Giuliano de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, un'opera nella quale erano state raccolte alcune osservazioni sui «Commentari» di Giulio Cesare, con incluso un disegno esplicativo del ponte fatto costruire da Cesare stesso sul Rodano, ponte che, così com'è descritto nei «Commentari», era mal capito in quei tempi.

Moltissimo si avvalse Fra’ Giocondo, per i suoi studi d'architettura e d'antiquaria, dell'opera «De Architectura libri X» dell'architetto e ingegnere romano del I sec. a.C., Vitruvio; anzi fu tale la passione per lo studio di detto compendio che vi seppe trovare e correggere, agevolato nel compito dalla sua profonda conoscenza del latino, non pochi errori.

Nel 1511, in Roma, curava infatti una prima edizione del «De Architectura libri X», dedicandola a papa Giulio II, e, nel 1513 e 1523, altre due edizioni, dedicate entrambe a Giuliano de' Medici. E vale aggiungere che Fra’ Giocondo fu il primo a mandare alle stampe, oltre a Vitruvio, anche Giulio Ossequente col «De Prodigiis»; Catone col «De rebus rusticis»; Amelio Vittore col «Breviarum historiae romanae».

Quando nel 1512 il ponte della Pietra in Verona, che in quel tempo era ancora in legno, dovette essere restaurato, Fra’ Giocondo trovò il modo assai lodato di rinforzare la pila di mezzo, sì che per l'avvenire non potesse più cedere.

In riguardo, così scrive il biografo aretino, spiegandoci non solo lo stratagemma del Veronese, ma anche le ragioni che lo indussero a fare in quel modo:

« ...egli, (Fra’ Giocondo) ordinò che detta Pila si tenesse fasciata intorno di doppie travi lunghe e fitte nell'acqua d'ogn'intorno, acciò la difendessino in modo che il fiume non la potesse cavare sotto; essendo che in quel luogo.. dov'è fondata.. è il principal corso del fiume, che ha il fondo tanto molle che non si truova sodezza di terreno da potere altrimenti fondarla. Ed in vero fu ottimo, per quello che si è veduto ».

Sempre a Venezia, nel 1513 il Rialto, luogo nel quale erano “i raccetti delle più preciose merci, e quasi il tesoro di quella città”, veniva distrutto dalle fiamme. L'importanza del luogo non poteva non essere presa in considerazione e, sebbene le forze materiali e morali di Venezia fossero debolissime, a causa della lunga ed estenuante guerra sostenuta contro la lega di Cambrai, fu stabilito che venisse ricostruito al più presto.

Assieme ad altri progetti, il giorno 5 di marzo 1514, Fra’ Giocondo presentò il suo. Aveva, l'architetto veronese, ideato una costruzione che l'eguale non si trovava per ingegnosità e grandezza di stile. Il Vasari ne parla con ammirazione:

«che chi vede oggi il bellissimo disegno che di quello fece Fra Jocondo, afferma che non si può immaginare, né rappresentar da qualsivoglia più felice ingegno o eccellentissimo artefice, alcuna né più bella né più magnifica, né più ordinata di questa».

Nonostante ciò il progetto di Fra’ Giocondo fu scartato e venne senz'altro preso in considerazione quello «sgangherato» dell'architetto Antonio Scarpagni, detto lo Scarpagnino e dal Vasari, per scherno, Zamfragnino.

Sorse un piccolo scandalo, sostenuto poi dallo stesso Vasari il quale riferisce che venne preferito a quello di Fra Giocondo il progetto dello Scarpagnino soltanto perché questi ebbe l'appoggio di un gentiluomo di gran nome e potenza, interessato particolarmente nell'affare.

Il Temanza, invece, scagiona l'architetto Scarpagni, affermando che non per fare un torto all'artista veronese venne preferito il progetto del primo, ma perché la sua realizzazione, date le «cattive acque nelle quali navigava» la Repubblica, mostravasi meno impegnativo e richiedeva una minore spesa.

Lo scandalo, sta di fatto, si concluse con la fuga da Venezia dello sdegnatissimo frate, il quale, pur dolente, giurava che non avrebbe più rimesso piede in quella città.
Nel 1514, Giovanni Giocondo veniva chiamato a Roma dal Papa Leone X, affinché, con la collaborazione di Raffaello e S. Gallo, chiarisse i disegni del Bramante, e continuasse i lavori della Basilica di San Pietro. Il frate si dedicò all'attuazione di questa grandiosa opera, ma un anno dopo, la morte giungeva a troncare tanta veneranda senilità.

A nulla valsero le cure materiali e spirituali prodigategli dal Papa; egli si spegneva assai rimpianto, lasciando al Maderna e al Bernini la possibilità di realizzare il magnifico progetto. Le parole del Vasari racchiudono insieme un po' di mistero e una pennellata di poesia:

«Morì finalmente vecchissimo, ma non si sa in che tempo appunto, né in che luogo, e per conseguenza né dove fusse sotterrato».
Fonte: Vita Veronese – 5/1956

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