Giardino di Palazzo Giusti - Verona

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Giardino di Palazzo Giusti

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Via Giardino Giusti, 2 - Verona Estate: 9,00 - 20,00 - Inverno: 9,00-17,00 Ingresso a pagamento.
Attraverso il cortile merlato che si apre oltre l'atrio del palazzo, si accede al giardino, che nei secoli subì numerose trasformazioni. Il giardino ha inizio con un vasto parterre sistemato ad aiuole geometriche, che comprende la zona in piano e quella in lieve pendenza che sale fino alla grotta scavata sotto il gran mascherone centrale.

La parte più antica del giardino, concepita già nella seconda metà del Quattrocento come un hortus conclusus, ossia come uno spazio definito, e impostata con gusto geometrico attorno alle fonti d'acqua, è quella in piano, che si concludeva con una fila di cipressi disposti nel senso della latitudine. Tale disposizione del giardino è bene documentata dalla stampa pubblicata da Christian Volkamer nelle sue Esperidi (Norimberga, 1714), la quale fissa l'immagine del giardino agli inizi del sec. XVIII. Durante il Settecento, per dare maggiore respiro al giardino, fu eliminata la fila trasversale dei cipressi e il parterre fu ampliato alla zona intermedia che sale dolcemente verso la collina, in precedenza libera da ogni vegetazione.

Verso la metà del Settecento furono collocate nel giardino cinque statue di divinità pagane (Adone, Apollo, Diana, Giunone, Venere), tuttora esistenti, scolpite dal veronese Lorenzo Muttoni (1726-1778), attorno alle quali furono piantate aiuole a disegno geometrico e a volute, secondo la nuova moda dei giardini "alla francese" rifluita in Italia dopo le famose realizzazioni di André Le Nôtre (Paris, 1613-1700) nella regione parigina (Versailles, Vaux-Ie-Vicomte, Chantilly), nei parchi reali britannici di Whitehall, di Greenwich, di Hampton Court, e, in Italia, nel giardino del palazzo reale di Torino (1698-1700).

Un lungo viale centrale, fiancheggiato da alti cipressi, che collega il varco di accesso al giardino - a sua volta assializzato sul portale d'ingresso del palazzo - con la grotta del genius loci e il sovrastante mascherone, divide l'ampio parterre in due sezioni, a loro volta ripartite in settori quadrangolari, al centro dei quali si aprono fontane e si ergono statue.

SEZIONE ORIENTALE DEL PARTERRE.

Lungo il viale trasversale che conduce al muro di cinta orientale, è collocata una raccolta di epigrafi antiche, ma qualche lapide è "dispersa" in altri punti del giardino. Dietro al viale si aprono due quadrangoli tenuti a verde. Il primo è formato da quattro aiuole di forma triangolare, le quali, con le loro ipotenuse concave, lasciano libero al centro uno spazio circolare nel quale è alloggiata una vasca ottagonale. La vasca è alimentata da una fontana in marmo rosso di Sant'Ambrogio: l'acqua zampilla da una piccola valva di conchiglia rovesciata che conclude il fusto della fontana; scendendo, l'acqua si raccoglie in due conche ottagonali sovrapposte e quindi tracima nella vasca.

Il secondo quadrangolo, separato dal precedente da un piccolo sentiero, è occupato dal famoso labirinto in siepi di bosso. Non si tratta dell'originario labirinto cinquecentesco, fatto costruire da Agostino Giusti, anche se ne occupa l'area. Quello attuale fu disegnato nel 1786 dall'architetto veronese Luigi Trezza, che modificò, semplificandolo, l'antico percorso del labirinto; questo del giardino dei Giusti è uno dei rari esempi di labirinto esistenti nel Veneto: i due maggiori esempi si trovano, rispettivamente, nei giardini delle ville Pisani di Strà (Venezia) e Dona dalle Rose di Valsansibio (Treviso). Il labirinto, la cui tradizione data dall'età minoico-micenea, fu uno degli elementi architettonici più diffusi nei giardini antichi. Come organismo spaziale esso ricomparve in età umanistica nei disegni del Filarete (Firenze, 1400 - Roma, 1469), che servirono come modelli per le numerose realizzazioni nei giardini rinascimentali. Il difficile percorso del labirinto aveva il valore simbolico di una rituale iniziazione ai misteri di un aldilà dal quale si sarebbe potuti tornare solamente a patto di possedere o di acquisire prerogative o conoscenze.

SEZIONE OCCIDENTALE DEL PARTERRE.

La sezione occidentale del parterre è geometricamente scompartita in quattro quadrangoli tenuti a verde, allineati con i due della sezione orientale. Essi sono divisi da un vialetto centrale, che sale verso la collina parallelo al viale dei cipressi, e da alcuni viottoli trasversali. Procediamo in senso antiorario.
Il primo quadrangolo, quanto alle aiuole, è strutturato in maniera analoga al corrispondente settore orientale. Le uniche diversità sono rappresentate dalla vasca centrale, che è a pianta polilobata, e nella fontana. L'acqua zampilla da una piccola coppa che si trova sulla sommità del fusto della fontana, si raccoglie nella sottostante conchiglia, sulla quale sono scolpiti quattro delfini che sembrano scivolare verso l'ampia conca inferiore, dalla quale l'acqua tracima nella vasca.

Il secondo quadrangolo, che nella sezione orientale corrisponde al labirinto, presenta una serie di aiuole geometricamente distribuite attorno a una statua in posizione centrale. Un simulacro di Minerva, collocato sopra un basamento sul quale è ripetuto l'antico stemma dei Giusti, conclude il vialetto che separa nel senso della longitudine i quadrangoli occidentali del parterre.

Il terzo settore, simmetrico al precedente, presenta un'ampia aiuola a prato con la statua di Apollo liricine al centro.

A monte del secondo e del terzo settore, lungo il declivio che sale alla collina, si estendono altre due aiuole a prato, con statue al centro, sistemate in rigorosa corrispondenza con i settori in piano del parterre. Analogamente anche nella sezione orientale, a monte del labirinto, un'aiuola occupa il terreno che sale verso la collina. Le tre aiuole e le cinque statue tra esse distribuite sono frutto della trasformazione settecentesca della parte bassa del giardino.

Il quarto quadrangolo occidentale scendendo verso il palazzo è simmetrico agli altri due dotati di vasca e fontana. La disposizione delle aiuole è identica, ma nello spazio circolare centrale al posto della vasca si erge su un fusto di pietra una larga conca asciutta sormontata da una bella statua muliebre scolpita da Alessandro Vittoria (Trento, 1524 - Venezia, 1608). Si tratta della scultura più significativa di tutto il giardino.

In origine la conca sopra cui insiste la statua emergeva sopra un'isoletta al centro di un'ampia vasca rettangolare piena d'acqua, cintata da una balaustra. La cosiddetta "peschiera" era ancora presente nel giardino nel 1856.

Quando, nel secondo Ottocento, il giardino fu ristrutturato secondo il gusto romantico, la "peschiera" fu sostituita con l'attuale sistemazione ad aiuola e dal terreno fu lasciata emergere solamente la conca con la statua del Vittoria.

PERIMETRO OCCIDENTALE DEL GIARDINO.

Movendo verso Occidente, all'estremità del giardino, in parte addossati al muro di cinta, si incontrano i resti architettonici di una fontana, il cui impianto dovrebbe risalire alla fine del Cinquecento. Costeggiata la "cascina rossa", neogotica, dirimpetto alla quale sono collocati numerosi capitelli antichi, si raggiunge una scalinata che porta alla zona un tempo riservata alle serre. Lungo il muro di cinta che segue la scalinata sono collocate, due per parte, quattro statue grottesche di nani, e, in posizione centrale, un fastigio.

La presenza dei "nani" testimonia il gusto del grottesco, propria dell'incipiente Settecento, e trova puntuale riscontro nell'analoga sistemazione della muraglia di cinta del giardino della famosa villa Valmarana presso Vicenza, nota, appunto, con l'appellativo "ai Nani". È probabile che le quattro sculture dei nani siano state eseguite da Lorenzo Muttoni.

Nella muraglia, in corrispondenza con la quarta statua di nano, è infissa una tabella rettangolare in marmo rosso veronese che reca un'iscrizione lacunosa del sec. XV a documentazione della contesa circa la patria di Plinio il Vecchio, che la tradizione umanistica locale identificava in Verona.

Il muro di cinta occidentale del giardino coincide con un tratto superstite delle mura cittadine che il Comune di Verona fece costruire tra il 1130 e il 1153 a protezione dell'abitato a sinistra d'Adige. La nuova cinta comunale si sviluppava in due segmenti: il primo, partendo dal castrum teodoriciano, sbarrava la valle di San Giovanni saldandosi allo strapiombo del costone orientale della collina; il secondo tratto sbarrava la zona pianeggiante tra San Zeno in Monte e il canale dell'Acqua Morta (oggi Interrato). Da San Zeno in Monte, dove si ergeva la prima torre, le mura scendevano lungo il giardino dei Giusti e attraversavano la strada per Vicenza (oggi Via Giardino Giusti), sulla quale si apriva una porta a due fornici, per raggiungere il canale lungo l'odierna via di Porta Organa, dove si vedono ancora un tratto delle mura e il fornice della Porta.

Alle mura comunali, appunto, furono addossate le strutture delle serre per gli agrumi, la cui coltivazione era molto diffusa nei giardini del Veneto. Furono certamente gli agrumi coltivati in quelle serre e, in particolare, "l'aranzo con foglia rizza acuminata», che colpirono Christian Volkamer, l'autore già ricordato delle Esperidi.

Le serre del giardino ebbero una sistemazione monumentale, oltre che funzionale. Esse si articolavano in due corpi distinti, di cui si vedono solamente i muriccioli di sostegno delle vetrate. Ciascun corpo era riscaldato da una grande stufa in ceramica, i cui fornelli e i cui camini, ricavati nello spessore delle mura, esistono ancora.

Le serre erano scandite da tre grandi statue di divinità pagane in gesso, collocate in altrettanti nicchioni ricavati nello spessore delle mura. Due statue si conservano ancora: la prima rappresenta Bacco ed è collocata sopra un basamento su cui è scolpita l'iscrizione latina

ambulator ne
trepides
Baccum amatorem
non bellatorem
ad genium loci
dominus p.


(o viandante, affinché tu non abbia a preoccuparti, il padrone fece collocare Bacco, fautore dell'amore, non della guerra, a fianco del genio protettore di questo luogo).

La seconda statua, interposta tra i due corpi delle serre, rappresenta Venere e Amore con un delfino ai piedi; sul basamento si legge:

sine me Iaetum
nihiI exoritur
statua in viridario
mihi posita est
ut in Venere Venus
esset


(senza di me nulla di fecondo viene alla luce, mi è stata posta questa statua nel giardino affinché Venere fosse dentro a Venere").

Va notato, in quest’iscrizione, il gusto, già barocco, per la "concettuosità": il giardino, luogo di bellezza per eccellenza, non poteva essere privo di una statua dedicata alla dea della bellezza.

La terza statua è oggi perduta, ma l'iscrizione presente sul basamento superstite indica chiaramente a quale divinità fosse dedicato il simulacro:

ne quid Veneri
deesset
cum Bacco Ceres
associatur


(perché nulla mancasse a Venere, a Bacco è associata Cerere).

Il simbolismo di Cerere, dea della fertilità, è trasparente e richiama, in particolare, le prime due righe dell'iscrizione dedicatoria a Venere in cui si esalta la forza fecondatrice della dea.

Ignoto è l'autore delle statue e del mascherone di cui parleremo tra poco. Tuttavia non si sbaglia di molto proponendo il nome di Bartolomeo Ridolfi, veronese, architetto e decoratore, genero di Giovanni Maria Falconetto, attivo sulla metà del sec. XVI. Egli lavorò molto per Palladio, fu l'artefice dei famosi camini grotteschi di Palazzo Thiene a Vicenza, di quelli di villa della Torre a Fumane, delle serraglie grottesche delle arcate della villa già Giusti di Santa Maria in Stelle. La presenza del Ridolfi è suffragata anche dalle chiavi di volta delle arcate dell'atrio del palazzo dei Giusti, molto simili a quelle di Santa Maria in Stelle.

Noto, invece, è il nome del letterato che dettò le tre epigrafi trascritte, il giureconsulto Gian Giacomo Zannandrei, che le compose dietro richiesta del conte Gian Giacomo Giusti, figlio d’Agostino, che tante cure dedicò al giardino avito chiedendo, tra l'altro, al Consiglio cittadino (maggio 1621) di poter derivare una certa quantità d'acqua del Lorì, che riforniva Verona, per dotare il giardino d’alcune fontane. All'interno delle serre erano coltivati in piena terra cedri, limoni, aranci; consuetudine che si perpetuò fino al 1829, quando un incendio distrusse le piantagioni e le strutture destinate a ripararle durante l'inverno.

Là dove termina la "cedrara", ossia le serre, si apre nella parete tufacea della collina «una gran camera incavata a scarpello con riscontri di voci negli angoli» (Scipione Maffei, Verona illustrata, Verona 1732). Si tratta di un vasto ambiente a pianta centrale, che s'interna per quattordici metri nella collina in corrispondenza con l'angolo nord-occidentale del giardino. La simmetria delle rispondenze dell'impianto è rotta sulla destra, dove lo scavo si prolunga in un cunicolo che, in origine, consentiva di fuoriuscire dalla grotta sopra la parete collinare.

L'ambiente evoca una mitica spelonca oracolare pagana, dove il rimbalzare delle voci richiamava la suggestione dei riti divinatori praticati nei pagani antri delle sorti. Proseguendo lungo il sentiero che costeggia la parete collinare, sulla sinistra s'incontra il gran cedro del Libano messo a dimora in prossimità delle serre nella seconda metà del secolo scorso, quando il giardino, sotto l'influenza della moda romantica, fu in parte trasformato ad imitazione dei giardini panoramici inglesi: al posto delle geometriche siepi di bosso seicentesche furono create grandi macchie di fiori e tratti di vegetazione semi-spontanea. Alcune fotografie Alinari testimoniano l'esuberanza della vegetazione del giardino agli inizi del Novecento. Nel 1930 il giardino fu, almeno in parte, ripristinato secondo il disegno rinascimentale.

Siamo così giunti al centro della parete tufacea, dove, in prosecuzione dell'asse del viale centrale, una scalinata in mattoni sale alla quota del primo terrazzamento per condurre direttamente all'ingresso della grotta sormontata dal gigantesco mascherone.

La grotta ha un portale d'ingresso costruito in mattoni intonacati a ridosso della parete tufacea; l'arco d'ingresso è inquadrato tra due colonne a fusto liscio che nascono su plinti a doppio toro e che si concludono con un collarino; ai lati delle colonne due semi-pilastri salgono a sostenere la semplice trabeazione; un timpano spezzato, al centro del quale è inserita un'anfora antica, completa l’architettura esterna della grotta che ha l'aspetto di un tempietto.
Internamente la grotta è scavata nel tufo: la camera ha volta a botte e si articola in due nicchie laterali simmetriche e in una nicchia di fondo. In origine la grotta era rivestita di conchiglie, coralli, madreperle e mosaici; conteneva giochi d'acqua per spruzzare i visitatori. Tutti i viaggiatori che visitarono il giardino e che ne lasciarono testimonianza nei loro "quaderni di viaggio" citano concordemente la grotta come la maggiore attrattiva del sito; ma già al tempo di Scipione Maffei (1732) i giochi d’acqua non erano più in funzione.

La grotta risente dell'impostazione tipica delle grotte artificiali del Cinquecento e presenta strette analogie con quella del giardino della villa medicea di Pratolino. Le grotte, nei giardini del Cinquecento, erano un elemento architettonico molto diffuso con funzione ornamentale e simbolica: esse, infatti, rappresentavano il mistico domicilio del genius loci, la divinità tutelare della casa e del sito; che qui, nel giardino dei Giusti, è esplicitamente richiamata nell’epigrafe dedicatoria della statua di Bacco presso le serre.

Oltre la grotta la parete della collina si presenta come un orrido, superato il quale si raggiunge la piccola e armonica costruzione della voliera ad arcate continue, che si trova all'estremità nord-orientale del primo terrazzamento.

Ritornando alla grotta, un sentiero conduce al secondo terrazzamento. L'uniformità della parete collinare è interrotta da quattro grotte artificiali, che si succedono da Occidente ad Oriente. La quarta grotta fungeva da ingresso alla cappella, anch'essa scavata nel tufo. Appresso una sorta di torretta campanaria, ricavata dal vivo tufo, consente di salire per i cinquantuno gradini di una stretta scala elicoidale alla parte superiore del giardino. La torretta si apre verso il giardino con tre finestrelle e internamente, verso la cappellina, si prolunga in un breve matroneo.

A destra dell'uscita della scala si apre il "belvedere", a forma di balcone balaustrato, che insiste sopra il mascherone e che si allinea, pertanto, con l'asse principale di tutto il giardino. Sulla sinistra si trova la cosiddetta "Coffee house", un armonioso padiglione con loggia, dal quale si gode di un'ampia veduta sulla città; due lapidi con iscrizioni latine ricordano, rispettivamente, la visita dell'imperatore Giuseppe Il nel 1782, e un episodio d'armi dei tempi napoleonici.

Nei secoli XVI e XVII la parte superiore del giardino era coltivata ad orto. Nel tufo erano state scavate alcune cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, che serviva ad alimentare, mediante un complesso sistema di condotti, i giochi d'acqua della sottostante grotta nonché le fontane del parterre.

Verso l'estremità orientale del giardino si nota ancora una montagnola: là sorgeva, come bene documenta la stampa del citato Volkamer, un tempietto a pianta circolare, coperto da una cupoletta, che esisteva ancora nel secolo scorso.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1991

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