I bronzetti del museo Miniscalchi-Erizzo - Verona

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I bronzetti del museo Miniscalchi-Erizzo

Verona / Italia
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Fin dalla civiltà greca è presente la riproduzione d’oggetti in bronzo di forme varie e raffinate che trovarono impiego negli arredi destinati sia al culto sia alla vita civile, escludendo dal discorso l'uso del bronzo per la statuaria di grandi dimensioni.

In età ellenistica la statuetta bronzea votiva entrò a far parte dell'arredo delle case e assunse per la prima volta il carattere d’oggetto da collezione: il mondo romano recepì e sviluppò quella raffinata tendenza. Con la crisi dell'impero romano e durante il medioevo, l'uso del bronzo si restrinse alle suppellettili liturgiche delle chiese con la conseguente, inevitabile decadenza delle tecniche di lavorazione.

Il recupero dell'arte della metallurgia fu graduale dalla metà del Trecento, passando attraverso la riscoperta dei procedimenti di fusione e lo studio delle leghe, nel desiderio di accostarsi il più possibile alla "perfezione" degli antichi. Ma anche procedimenti tradizionali, come la fusione a cera persa, furono perfezionati, riuscendo ad ottenere più getti da uno stesso modello.

La circostanza, insita nel procedimento tecnico, che consente di ottenere più copie identiche di un medesimo oggetto, fa ascrivere senz'altro il bronzetto rinascimentale alla categoria delle arti applicate e ne comporta la destinazione collezionistica.

La nascita del bronzetto rinascimentale, destinato a soddisfare un colto e raffinato piacere estetico, va ricondotta alla matrice classica della cultura italiana dell'epoca, fiorentina in particolare, in cui arte e attività tecniche convissero sotto il segno di un altissimo impegno intellettuale.

Analogamente alla glittica, all'oreficeria, alle piccole tavole dipinte, il bronzetto era destinato al collezionismo colto e ricco, cui si affiancava la produzione di carattere religioso finalizzata al soddisfacimento sia della devozione privata sia dell'uso liturgico.

Nel corso del secolo XVI il bronzetto diventa oggetto di un collezionismo diffuso che ricalca le orme delle raccolte principesche, acquistando per tale via anche una valenza simbolica di prestigio sociale con funzioni di rappresentanza.

L'ambiente domestico prevalentemente riservato al bronzetto era lo studio, dove le piccole sculture si affiancavano ai libri e al ridotto musicale creando un insieme culturale tipico del Rinascimento maturo. Ma il compiacimento estetico legato alla qualificazione della casa portò il bronzetto anche a conferire valore estetico ad oggetti d'uso pratico: lucerne, fibbie, calamai, campanelli, candelieri, bruciaprofumo, mortai. Ad essi vanno aggiunti, dal Riccio in poi, i calchi dal vero di piccoli animali, espressione del gusto rinascimentale per l'indagine naturalistica, che presto deborda in un repertorio figurativo fantastico non esente, in qualche caso, da manifestazioni veramente bizzarre.

Tutto il repertorio figurativo si traduce in oggetti che, a seconda dei casi, possono avere una vita autonoma come sculture oppure mediata come complementi decorativi soprattutto del mobilio (ma non si dimentichino i battenti e le maniglie di porte e gli alari da camino).

Il richiamo all'antichità e alla mitologia, con riprese dirette mediante calchi da frammenti di scavo, è il filo conduttore di una produzione vasta ed eterogenea da cui traspare sempre e comunque il sentimento dell'antico, principale elemento della cultura del Quattro-Cinquecento e fonte primaria per l'immaginazione degli artisti.

Tralasciando l'esperienza solitaria e precorritrice di Francesco Petrarca, i primi committenti e raccoglitori di bronzetti, sia antichi sia moderni, furono i Medici. L'Accademia creata da Lorenzo il Magnifico nel giardino di San Marco doveva soddisfare l'esigenza degli artisti di disporre di modelli cui ispirarsi. Tale istanza fu soddisfatta in forma più semplice a Padova dalla bottega del pittore Francesco Squarcione.

La più antica collezione a carattere sistematico che possiamo indicare fu quella di Cosimo I de' Medici: non si trattava più, in quel caso, di oggetti variamente distribuiti negli ambienti domestici, ma di una specifica raccolta tipologicamente organizzata.

A Firenze fanno eco Mantova, dove Isabella d’Este Gonzaga ebbe al proprio servizio un artista come l’Antico, e Ferrara. In quelle corti padane si formarono varie raccolte, ciascuna legata al nome di un principe: così si possono citare Gianfrancesco l Gonzaga, marchese di Mantova, Gianfrancesco Il, marito della già ricordata Isabella, Isabella stessa, e Federico Il, primo duca di Mantova, oltre ad Alfonso Il d’Este.

Padova fu uno dei centri più fervidi e recettivi del gusto per il bronzetto grazie alla presenza di Donatello e del suo allievo Bartolomeo Bellano; poi l'avvento di Andrea Briosco detto il Riccio con la sua bottega fece di Padova il centro maggiore della produzione del bronzetto, veicolo importantissimo per la diffusione della cultura rinascimentale in tutta Europa.

A Padova, in particolare, coerentemente con l’assenza di una committenza principesca, prende le mosse un nuovo tipo di collezionismo privato, che solo per comodità potremmo chiamare borghese: ecco allora affacciarsi i nomi Marco Mantova Benavides, i cui bronzi rinascimentali passarono alla fine a Venezia (oggi Museo civico Correr), Antonio Capodivacca seniore, Torquato Bembo, Scipione Buzzacarini, Pietro Bembo, la cui casa è descritta un vero museo numismatico, Alessandro Maggi.

Placchette, medaglie, monete e bronzetti costituivano ampia raccolta anche nel castello del Catajo degli Obizzi (oggi nella Collezione Estense del Kunsthistorisches Museum di Vienna).

A mano a mano che si procede all'interno del secolo XVII e soprattutto nel XVIII i piccoli bronzi sono chiamati a rispondere alle esigenze sempre più generiche del lusso privato con la loro eleganza nei cabinets e nelle biblioteche delle case signorili. Nel corso del Seicento il mercato antiquario dei bronzi assume carattere internazionale, arricchito anche dal nuovo genere della placchetta, la cui produzione si affianca, pur nella sua diversità, a quella dei piccoli bronzi. I piccoli rilievi in bronzo nascono come promemoria figurativi legati sempre alla cultura umanistica. In funzione di calco le placchette erano sicuramente un mezzo economico per riprodurre e studiare le gemme lavorate degli antichi: a seconda del rango, e dunque delle possibilità della committenza, le placchette erano fuse in bronzo - raramente in argento - e spesso, invece, in piombo per soddisfare una richiesta proveniente da ceti medio-bassi.

Si può instaurare un collegamento ideale tra la placchetta e la stampa come oggetti entrambi di un processo di popolarizzazione delle matrici culturali cui fanno riferimento, rispettivamente la scultura e la pittura.

La produzione delle placchette interseca e si mescola con quella delle medaglie commemorative: spesso il verso di alcune medaglie commemorative propone temi presenti in forma autonoma su placchette. Placchette e medaglie si uniscono a formare raccolte "numismatiche". Non va dimenticato, infine, che talora le incisioni approntate per le placchette servirono all'oreficeria per realizzare oggetti di glittica (vedi il caso di Valerio Belli), ma anche alla ceramica, specialmente quella a rilievo. Anche le placchette furono utilizzate, ma in misura abbastanza contenuta, come complementi decorativi dell'arredo mobiliare sotto forma di "appliques". Fu invece nella domanda religiosa che la placchetta conobbe la maggiore fortuna, come dimostra la ricorrenza dei temi sacri sulla gran parte di esse.

La placchetta religiosa era usata come decorazione di altari, ornamento per coperte di evangeliari, anta di tabernacolo, decorazione di croce astile e, soprattutto, come "pace" per essere offerta al bacio dei fedeli, in tal caso montata a edicola o incorniciata e provvista di un manico di sostegno.

La Fondazione Museo Miniscalchi-Erizzo di Verona conserva, all'interno del proprio Museo, una preziosa raccolta di piccoli bronzi rinascimentali - oltre cinquanta - e di placchette, la cui datazione oscilla tra la metà del Quattrocento e i primi anni del Seicento.

La raccolta fa parte del legato testamentario (1957) del conte Mario Miniscalchi-Erizzo a favore della costituenda Fondazione, ma l'origine della collezione è ben più antica. l bronzi furono radunati da Ludovico Moscardo (1611-1681), studioso di antichità e gran collezionista, per il proprio museo domestico che aveva assorbito le raccolte messe insieme, nella seconda del Cinquecento, da Francesco Calceolari, speziale e umanista veronese di grande rilievo nella storia del moderno collezionismo. Seguendo le strade complesse delle successioni ereditarie, la raccolta dei bronzi pervenne dalla famiglia Moscardo a quella dei conti Miniscalchi negli ultimi anni del Settecento, quando Teresa Moscardo sposò Marcantonio Miniscalchi (1785).

La raccolta presenta sole, opere perlopiù di estrazione padovana: vi sono sculture di Andrea Briosco detto il Riccio, di Bartolomeo Bellano, di Tiziano Aspetti, ma accanto ad esse compaiono anche alcuni autori veronesi, come Girolamo Campagna, Giuseppe de Levis e Giulio della Torre. Di quest'ultimo, allievo del Riccio noto soprattutto come medaglista, è presente l’autoritratto, che, a tutt'oggi, è l'unica scultura a tutto tondo nota del maestro.

L'intera raccolta, ordinata dopo recenti studi, è stata presentata con un allestimento appositamente studiato dalla Associazione Amici del Museo Miniscalchi-Erizzo durante una mostra che si è tenuta alcuni anni fa nelle sale della Fondazione, per poi entrare in forma permanente nell'esposizione museale.
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