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Illasi, posta al centro della vallata che da essa prende il nome, è oggi capoluogo di Comune. Attorno al suo centro principale stanno gli abitati minori di Casotti, Donzellino, Santa Giustina e Sottomonte, mentre poco più a nord è la frazione di Cellore con gli abitati di Arano, Deserto, Giuseppe Mazzini e Santo Monte. Dal fondovalle che è a 47 metri sul livello del mare, si sale, sui fianchi delle colline circostanti, fino a 500 metri, fra vigneti, ciliegeti e oliveti, anche qui predominanti come ormai in tutta la fascia collinare veronese, dalla Valdadige alla Valle dell'Alpone.

Agro centuriato, il territorio comunale ha restituito molto materiale di età romana. Tra questo i grandi cippi che insieme costituiscono il monumento funebre della famiglia dei Sertori e che sono ora custoditi al Museo Maffeiano di Verona. Ma anche l'Alto Medioevo vi è testimoniato con i suoi ritrovamenti longobardi. Il materiale proveniente dalla piccola necropoli di Cellore di Illasi ad esempio è assai importante: tra gli oggetti rinvenuti sono due croci in lamina d'oro e numerose armi (scudi, spade, cuspidi di lancia, coltelli) che permettono di stabilire come il piccolo cimitero possa risalire alla metà circa del secolo settimo. Gli oggetti di Cellore di Illasi, ritrovati nel 1878 mentre si ponevano le fondamenta della chiesa parrocchiale, furono in seguito trasferiti al Museo di Castelvecchio, ma dei venti pezzi di cui si dette notizia ai tempi dello scavo, la metà andò perduta per i vari traslochi, per cui oggi è possibile conoscerne soltanto nove.

Numerosi sono i centri abitati attestati nel Medioevo: accanto ai vici o alle ville sono, infatti, località minori rilevabili dalla ricca documentazione storica relativa alla vallata (indicata allora come Vai Longazeria) e ancora identificabili nell'odierna toponomastica, come Arano, Sorcè, Semonte, Colarè, Pagnaghe, Cisolino, Gusperino, Figarolo, Valnogara, Montecurto etc. Ma allora la "curia" di Illasi si estendeva anche oltre la valle, fino alla pianura, comprendendo persino Lepia, oggi in territorio di Lavagno, a sud della Statale 11, assegnata di diritto dall'imperatore Ottone III alla "curia" di Illasi appunto, e ciò fin dal 996.
E fin da allora i documenti ci parlano di spazi coltivati e di relative colture: cereali, viti, olivi e altre colture promiscue e arborate. Medioevale è pure I'organizzazione ecclesiastica con la pieve che aveva diritto di decima su tutta la zona e particolari immunità.

Mentre l'antica chiesa matrice è scomparsa, rimane ancora di quei secoli un castello, donato poi agli Scaligeri e semidistrutto agli inizi della dominazione veneziana quando le fiamme devastarono tutte le case entro il recinto del maniero e anche buona parte di quelle esterne allo stesso. Sito in posizione strategica rispetto alla valle e alla piana atesina, sul culmine di un dolce colle, il castello, con una dimora signorile abitata da personaggi di rango, sarà poi sostituito, in questa sua funzione abitativa, da una villa costruita ai piedi del colle, quando la sua funzione difensiva sarà del tutto soltanto un ricordo.

Risale al Medioevo la nascita in zona di numerose chiese e cappelle. L'attuale parrocchiale di Illasi anzitutto, dedicata a San Giorgio, nella cui giurisdizione rientrano anche le chiese di Sant'Antonio in contrada Donzellino, di Santa Maria Assunta in contrada San Colombano, di San Marco sul Monte Tenda, di Santa Giustina in contrada omonima, di Sant'Anna in contrada Giara, di San Michele Arcangelo in contrada Squarzego.

Ma anche la parrocchiale di Cellore, dedicata a San Zeno, ha origini antiche: fu, infatti, cappella soggetta al monastero di San Zeno a cui la confermarono Federico I nel 1163 e Urbano III nel 1187. Come ha origini antiche, nel territorio di questa parrocchia, la chiesetta di San Felice, o del Crocefisso, presso il Centro San Romanello del Monte Tabor, una recente fondazione di religiose per la formazione cristiana e professionale di personale infermieristico-medico.

Di ciascuna di tali chiese occorrerebbe documentare la storia. Ma ci si limiterà, in questa sede, a ricordare che Santa Giustina, San Felice e San Colombano sono tre gioielli romanici; che in Sant'Anna (decorata da affreschi di Carlo Donati) celebrò la sua prima messa San Gaspare Bertoni, fondatore degli Stimatini; che il santuario di San Felice è ricco di affreschi del Trecento; che nella parrocchiale di Illasi (dove sono splendidi altari barocchi provenienti dalla soppressa chiesa di San Sebastiano in Verona) è conservato un affresco di Stefano di Giovanni di Arbois raffigurante La Madonna col Bambino ed Angeli; che nella chiesa parrocchiale di Cellore vi sono affreschi di Francesco Morone e Gerolamo dai Libri, oltre che altro splendido altare barocco, sempre proveniente dalla soppressa chiesa di San Sebastiano in Verona. E così si potrebbe continuare.

Feudo dei Pompei - una nobile famiglia veronese dalla quale uscirono anche valorosi condottieri - Illasi fu amministrata, dal secolo XVI fino all'età napoleonica, da esponenti di tale casato. E qui ad Illasi i Pompei costruirono due splendide ville: la Pompei-Sagramoso e la Pompei-Carlotti.

La prima, grandiosa per imponenza architettonica, è privilegiata altresì da un immenso parco che ascende fino al vertice della collina dove si ammirano i resti del già ricordato castello. Risultante da successivi rifacimenti, risale, nell'attuale edizione, al 1737 ed è di disegno dell'architetto Dal Pozzo. Ampi saloni, gallerie e stanze furono in quella circostanza e successivamente decorati da affreschi, tempere e tele di Francesco Lorenzi, di Gianbettino Cignaroli, di Antonio Mela e di Andrea Porta.

La seconda, che sorge pure grandiosa al centro del paese, fu voluta nel 1737 dai fratelli Alberto e Alessandro Pompei, su disegno di quest'ultimo che, valente architetto, viene considerato I'antesignano del neoclassicismo a Verona. Atrio con grandi colonne doriche al centro della facciata e balaustre di coronamento con statue dello Schiavi preludono all'interna magnificenza con notevoli decorazioni a fresco di Antonio Balestra, di Tommaso e Andrea Porta e di altri pittori del primo Ottocento.

Si è già accennato all'antica vocazione degli illasiani all'agricoltura. Era, infatti, soprattutto l'agricoltura che un tempo dava di che sopravvivere agli abitanti dei vari centri sparsi nel territorio, pur se non mancavano altre attività ad essa complementari. Prodotti del suolo, in questa plaga fertilissima, erano, fino a non molti decenni fa, viti, gelsi, cereali, frutta, ortaglie. L'allevamento dei bachi da seta era, nell'Ottocento, industria assai fiorente in questo Comune, ove esisteva uno stabilimento per la trattura, la torciatura ed incarenaggio della seta e nel quale trovavano lavoro quasi duecento operaie.

Alcune di queste colture sono oggi scomparse. Poi anche qui, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si assistette al tracollo dell'attività tradizionale con trasformazioni economiche e sociali che sono del resto quelle tipiche di tutta la zona pedemontana e collinare veneta. Processi di crescita economica nei settori del secondario e del terziario, con relativa evoluzione dei servizi pubblici e privati, hanno portato però ad arrestare gli elevati flussi di emigrazione e hanno anche fatto in modo che si potesse registrare un aumento della popolazione residente, che si è potuta sistemare in vecchie abitazioni riattate ma anche in nuove costruzioni nate ai margini degli antichi centri storici.

Se l'agricoltura ha registrato le sue vistose flessioni in termini di addetti, non per questo essa va considerata di poco momento nella creazione del reddito complessivo, anche se è ben vero che oggi industria e artigianato, commercio e servizi godono un ruolo importante. Salvo qualche rara eccezione, I'imprenditoria resta comunque anche qui a prevalente carattere familiare.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1992

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