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La Dogana e il rione Filippini

Verona / Italia
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L’itinerario proposto si svolge attraverso le vie dell'antica contrada di Braida (dal tedesco "breit" = "largo", "piazza"), già presente nell'elenco contradale degli Statuti Veronesi del 1276 e riproposta dalla ripartizione contradale formulata nei primi anni della dominazione veneziana (1409). La contrada di Braida, appunto, aveva per confini le odierne vie Filippini, Macello, Pallone, Ponte Rofiolo e comprendeva i numerosi vicoli della zona, fino al limite degli stradoni Scipione Maffei e San Fermo.

In deroga a tale definizione storica del territorio della contrada abbiamo aggiunto, per ragioni di completezza, l'area dell’ex-Dogana veneta , che propriamente apparteneva alla contrada di San Fermo, ma che oggi, di fatto, è integrata nel rione dei Filippini.

Nel 1745, per iniziativa del Consiglio della Città di Verona, ma senza previa consultazione con il governo di Venezia, presero il via i lavori per la costruzione della grandiosa fabbrica della Dogana secondo il progetto rigorosamente classicistico presentato da Alessandro Pompei. In capo ad un anno la costruzione volgeva al termine, mentre divampavano fiere polemiche per l'enorme costo dell'edificio (trentaseimila ducati), per la sua scarsa funzionalità, per il suo indubbio carattere retorico che contraddiceva i concetti di "comodo" e di "utilità" ai quali soltanto si sarebbe dovuto ispirare un tal edificio.

In effetto la nuova fabbrica, articolata attorno ad un vasto cortile rettangolare sul quale si affaccia un gran peristilio a doppio loggiato d’ordine tuscanico su tre lati e un grandioso colonnato d’ordine dorico sul lato opposto all'ingresso, tanto era solenne quanto contrario alla funzionalità: infatti, all’interno del peristilio, erano stati ricavati quarantotto camerini - un numero davvero eccessivo - e per di più disposti su due piani, con evidente disagio per l'uso, mentre si era del tutto trascurata l'esigenza di allestire alcuni magazzini pubblici, necessari per l'ispezione delle merci e per eventuali sequestri delle medesime.

AI di là delle motivazioni tecniche e finanziarie, ci fu, da parte delle autorità veneziane, una decisa opposizione nei confronti di una fabbrica che, eretta a breve distanza dal fiume, mirava a svolgere la duplice funzione di Dogana di terra e d’acqua (l'antica, ma piccola Dogana d'acqua sorgeva sull'Isolo), rivendicando a Verona un primato e un'autonomia di commercio rispetto alla Dominante. Inoltre, proprio la grandiosità dell'edificio e la sua magniloquenza architettonica ribadivano un'insistita volontà di "decoro urbano", nella prospettiva di un accrescimento del ruolo di Verona nell'ambito della Terraferma veneta, da sempre guardato con sospetto da Venezia.

Quando, il 1° marzo 1748, la nuova Dogana di San Fermo fu inaugurata, Venezia aveva già attuato una serie di contromisure fiscali e daziarie tali da rendere di fatto vano l'intento d’emancipazione commerciale di Verona. Solamente nel 1790, a pochi anni dalla scomparsa dalla scena storica della Repubblica di Venezia, in un mutato contesto politico ed economico, le autorità veneziane si decisero a rendere fluviale la Dogana di San Fermo, dando attuazione ad un progetto di Anton Mario Lorgna, che prevedeva la creazione di un molo sull'Adige dirimpetto alla fabbrica della Dogana.

Nel 1792 gli architetti Vincenzo Garofolo e Leonardo Salimbeni costruirono il molo fluviale e il retrostante magazzino (crollato nel 1945 a seguito di bombardamento aereo), che furono collegati con alti muri di recinzione alla Dogana di terra costruita dal Pompei. Ma gli avvenimenti politici che seguirono di lì a breve, resero di fatto inutile tutta la struttura della Dogana, che, solamente negli ultimi anni, grazie alla mutata destinazione d'uso a sede della Soprintendenza per i Beni artistici e storici del Veneto, è stata riscattata da un deploree abbandono dal quale dovrà uscire anche l'appendice tardo-settecentesca della Dogana fluviale.

AI di là dell'area della Dogana, esteso tra l'Adige e il rettifilo dello stradone San Fermo, si apre il rione dei Filippini. Il toponimo trae origine dall'insediamento nel monastero annesso alla chiesa omonima dei Padri della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri, avvenuto nel 1715.

Quanto all'impianto urbanistico del rione, non va trascurata l'ipotesi -peraltro non suffragata sul piano archeologico - secondo cui l'area compresa tra le vie Filippini e Dietro Filippini, vicolo Oratorio e Via Satiro, che ha il suo asse minore in vicolo Torcoletto, testimoni, con il suo impianto geometrico, la presenza di un castrum romano (vale a dire di un acquartieramento militare), la cui costruzione dovrebbe datarsi all'età dell'imperatore Gallieno e inquadrarsi nell'ampio contesto di interventi difensivi della città varati da lui.

E' opportuno ricordare che l'area extramuraria compresa tra Via Leoncino e l'Adige era percorsa, nel senso della lunghezza, da una via romana, il cui tracciato corrisponde circa all'odierno stradone San Fermo, intermedia tra le mura e il fiume, la quale avrebbe funto, appunto, da asse fondamentale nella sintassi urbana del castrum romano prima e del successivo rione.

E' storicamente certo, invece, che già nell’VIII secolo i Benedettini s’insediarono nell'area di San Fermo, costruendo, oltre che la chiesa - a noi giunta nelle redazioni romaniche e gotiche - un vasto complesso monastico, dotato di ben tre chiostri, oggi occupato in parte da alcune case canonicali della parrocchia di S Fermo e in più larga misura dagli uffici della Soprintendenza per i Beni Architettonici di Verona, Vicenza e Rovigo e della sede staccata della Soprintendenza per le Antichità delle Venezie, tangente la costruzione della Dogana di terra.

Per l'area del rione dei Filippini le testimonianze edilizie più antiche sono inglobate nella chiesa di San Filippo Neri e risalgono alla fine del sec. XIV. L'edilizia civile del rione presenta una singolare concentrazione di interventi databili tra i secoli XV e XVI, alcuni dei quali indicheremo segnatamente.

Sulla Via Filippini sboccano in successione via Satiro, vicolo Campanile Filippini, vicolo Oratorio, via Lastre.

AI n. 9 di Via Satiro si trova una casa rinascimentale con portale e finestre in marmo rosso di Verona.

AI n. 1 di Via Filippini si erge un altro significativo portale di marmo rosso, dal quale si accede a un breve cortile con scala esterna di marmo databile alla fine del Quattrocento.

AI n. 3 vi è un'altra casa di impianto tardo-quattrocentesco, con eleganti finestre sormontate da timpano, al piano terra della quale si apre una tipica osteria. Un tempo vi compariva l'insegna «della nave" e, nell'interno, era conservato il modello in legno di un grosso barcone fluviale, uno dei tanti che solcavano l'Adige, affiancato dal motto allusivamente scherzoso "no se 'mbarca cuchi".

L'edificio seguente (n. 3/a) presenta un altro portale di rilievo, anche se in parte interrato a causa della progressiva sopraelevazione stradale Anche al n. 8 c'è una casa di impianto cinquecentesco degna di un rapido sguardo.

Dirimpetto si apre Via Campanile Filippini, che nell'ultimo tratto prosegue con il nome di vicolo Torcoletto. Lungo tale strada merita l'osservazione un'antica casa che sorge sull'angolo con Via Dietro Filippini: un portale marmoreo dà accesso a un piccolo cortile con scala esterna di marmo, un piccolo portico colonnato e una finestra trilobata della fine del Quattrocento. Lungo il vicolo (n. 7) si vedono altre finestre trilobate coeve e una più tarda edicola di marmo con l'immagine della Vergine Addolorata.

Ritornandondo sulla Via Filippini, sulla parete del campanile della chiesa si nota una lastra con l'immagine, scolpita a rilievo, della Madonna con il Bambino.

La chiesa di San Filippo Neri - popolarmente dei Filippini - fu gravemente lesionata dai bombardamenti aerei del 1944-45, ma fu presto restaurata assieme al suo slanciato campanile. L'edificio è quello rifatto dai Padri dell'Oratorio di San Filippo nel 1776, come dichiara la data scolpita sopra il portale d'ingresso. Essi mutarono l'originaria orientazione della preesistente chiesa, costruita dai Benedettini sulla fine del Trecento. L'edificio tardo-medievale sorgeva parallelo alla strada e aveva, naturalmente, l'abside rivolta a Oriente. Di esso sopravvivono alcune vestigia di poco significato: il sigillo sepolcrale di Giovanni di Scardevara, l'abate (1395-1434) che l'aveva fatto erigere, e alcuni stemmi del sec. XVI. I Padri Filippini giunsero nell'annesso monastero nel 1715 e rinnovarono la chiesa entro il 1776. Il tempio fu consacrato nel 1791 e sopravvisse alle demaniazioni dell'età napoleonica essendo stato trasformato in parrocchia. L'annesso monastero, invece, venne in parte soppresso e locato a privati (1810).

Nel 1866, all'indomani dell'annessione del Veneto all'Italia, esso fu incamerato dallo Stato e trasformato in edificio scolastico. La facciata della chiesa si presenta scandita da grandi colonne e pilastri di ordine composito che separano le due ali, cui corrispondono, internamente, le cappelle. Le statue sono opere dello scultore veronese Angelo Sartori: nelle nicchie mediane sono raffiguranti i Santi titolari originari Fermo e Rustico, sul frontone sta la Madonna con i Santi Filippo Neri e Francesco di Sales; nelle nicchie ricavate nelle ali si trovano le statue di San Carlo Borromeo e di Santa Caterina.

L'interno della chiesa si articola in un'unica navata, scandita da colonne e da pilastri di ordine corinzio, tra i quali trovano posto, entro nicchie, le statue degli Apostoli, anch'esse scolpite da Angelo Sartori. Su ogni lato si aprono due cappelle: i quattro altari, uguali, sono classicheggianti; nelle mense custodiscono numerosissime reliquie.

Nel primo altare la pala che raffigura i Santi Sebastiano Valfré e Carlo Borromeo è di Giuseppe Buffetti (sec. XVIII); nel secondo altare stava in origine una pala di Giuseppe Zannoni, dedicata alla Madonna e al Sacro Cuore di Gesù; sul lato opposto c'è una bella pala dedicata a San Filippo Neri di Carlo Maratta.

Il presbiterio è molto ampio, a tre ordini di logge: l'altare maggiore ha un ricco tabernacolo. La chiesa possiede molti preziosi arredi sacri, tra cui un piviale dipinto da Agostino Ugolini (sec. XVIII) con le figure della Vergine e di San Filippo nel cappuccio e immagini di Santi lungo i fianchi.

Di fronte all'ex-convento dei Padri Filippini si apre un vicoletto che conserva il toponimo "Vò", uno dei pochissimi superstiti, che segnala l'esistenza in quel punto, prima della costruzione dei muraglioni, di un accesso alle rive del fiume.

Dopo la costruzione dei muraglioni, il Comune aveva eretto sul Vò Filippini un grande lavatoio pubblico coperto, anch'esso scomparso.

L'edificio dell'ex-convento dei Filippini si prolunga fino all'angolo con vicolo Oratorio, il cui toponimo deriva, appunto, dalla presenza dell'Oratorio annesso alla chiesa. L'Oratorio di San Filippo Neri era stato costruito sul volgere del Settecento su disegno di Adriano Cristofali: ad esso si accedeva dall'adiacente vicolo Dietro Filippini; vi professarono insigni maestri, come padre Antonio Cesari e padre Ippolito Bevilacqua. A metà di vicolo Oratorio si trova casa Carminati, con un solenne portale del Cinquecento decorato con il motivo di trofei romani.

Dopo l'incrocio con il vicolo Oratorio, la Via Filippini prosegue con il nome di via Macello, toponimo che si impose dopo la costruzione, nel 1860, del macello comunale, un edificio di stile neoclassico progettato da Giuseppe Franco. L'edificio, ornato da allusive protome taurine, è stato recentemente ristrutturato; esso si estende fino al vicino Ponte Aleardi.

Fu proprio l’ampliamento del macello comunale , nel 1902, che comportò la demolizione della chiesetta del Crocefisso, che sorgeva sull'angolo verso il Ponte. La chiesetta era stata consacrata nel 1139 , dal vescovo Tebaldo, secondo un'iscrizione che si conserva nel Lapidario del Giardino Giusti, sul presunto luogo del supplizio finale dei due Santi martiri Fermo e Rustico. Dal 1168, accanto alla chiesetta, allora intitolata "San Fermo Minore" - ma detta anche "San Fermo di Braida" dal nome della contrada -, figurava un piccolo convento di Benedettini, posto alle dipendenze del grande monastero di San Fermo Maggiore . In esso trovarono ricetto i Benedettini di San Fermo nel 1261, quando nel loro antico monastero riuscirono a insediarsi i Francescani. Il piccolo convento benedettino, che si estendeva verso le mura comunali, fu demolito nel 1389 perché era di impedimento alle opere di fortificazione della Cittadella , che Gian Galeazzo Visconti, da poco nuovo signore di Verona, stava costruendo.

Con l'indennizzo ricevuto, i monaci Benedettini costruirono un nuovo convento con chiesa annessa nel sito dell'attuale chiesa di San Filippo Neri. La chiesette di San Fermo di Braida, cui era annesso un ricovero, sopravvisse e continuò a funzionare mutando solamente il nome con l'appellativo "del Crocefisso" attestato a partire dal 1469. Il ricovero fu demolito nel 1601, quando, in capo all'odierno Ponte Aleardi, fu costruito lo "Sborro" delle merci, una sorta di dogana con funzioni igienico-sanitarie.

Nei pressi del Ponte Aleardi si trovano ancora i resti di un bastione veneto con un leone marciano e gli stemmi dei Rettori recanti la data del 1564. Nei pressi si trovava l'antica Torre della Paglia, eretta nel 1297 da Alberto I della Scala e raccordata alle mura che chiudevano la sponda del fiume. In età veneziana la Torre fu utilizzata come polveriera; nel 1624 lo scoppio del deposito di polveri comportò il crollo della chiesetta del Crocefisso e di altri edifici vicini, ma nel 1627 il piccolo tempio era già stato ricostruito. Soppressa dai decreti napoleonici del 1806, la chiesetta fu riaperta al culto nel 1822 fino alla demolizione d'inizio ‘900.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1989

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