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La Fiera di Verona

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Da quando, verso la metà del XII secolo, l'area della Bra’ fu compresa nel tessuto urbano di Verona a seguito della costruzione della cinta delle mura comunali, si ha notizia dell'esistenza di un mercato del legname, del fieno e della paglia, nonché del bestiame, tanto che spesso documenti antichi ricordano la Bra’ con il nome di "foro boario".

Ma soltanto a partire dal 21 gennaio 1633 il Senato Veneto approvò l'istituzione in Verona di una "Fiera delle merci" secondo schemi concordati con il Consiglio della città e con i Savi della Mercanzia di Venezia.

La Fiera di Verona si sarebbe svolta in Bra’ due volte l'anno per la durata di quindici giorni ciascuna a cominciare, rispettivamente, dal 25 aprile (festività di san Marco) e dal 25 ottobre d’ogni anno.

Da un dispaccio dei Rettori Veneti si apprende che la Bra’ fu "compartita in tre grandissimi stradoni, ai quali d'ambo le parti s’aprono ordini uniformi, e ben composti di duecentocinquanta botteghe, con altri venditori e banchetti fuori dell'ordine suddetto, tutto pieno ed abbondante delle più ricche e delle più speciose robbe d'ogni sorte, che possono desiderarsi e godersi, e per soddisfatione e per comodo. Intorno al recinto si vedono pure molti fondachi nelle case de' particolari, che accrescono la ricchezza e la pompa, e poco lungi sono le dogane ben fornite di colli forastieri, et il sito presso le mura vecchie coperto di cavalli, e d'altri animali".

Questa Fiera continuò ad essere celebrata in Bra’ per quasi ottant'anni, fino all'incendio del 28 ottobre 1712, che ne distrusse tutte le strutture. Leggiamo nelle cronache del tempo: "In questo anno medesimo occorse pure il vorace e lagrimoso incendio nella nostra Città accaduto la notte delli 28 ottobre col quale in breve ora restarono quasi del tutto incenerite e consumate le botteghe che di legno si costumavano farsi per la Fiera sopra la Bra’, insieme con le sostanze de' Mercanti. Fatto giorno, la Città tutta atterrita spettatrice, altro non rimirava che orribili avanzi di drappi d’oro et d’argento, pezze di setta e di panni finissimi e delle più ricche suppellettili, mezzo o del tutto consunte e fumicanti, tra il loto et immondizia avvolte rimanere, che apportò poi fallimenti irreparabili, dessolationi alle famiglie, ed un totale sconvolgimento del commercio".

La Fiera fu ripristinata nel 1722 ma nella più periferica area del Campofiore. Il quartiere fieristico di Campo Marzo fu progettato da Bibbiena in base ai principi di funzionalità con un calcolato e accorto incrocio di strade e piazze interne alla recinzione, grazie al quale gli espositori venivano a trovarsi tutti in condizioni di parità rispetto ai visitatori. Il progetto della Bibbiena era in grado di alloggiare duecentosettanta botteghe, edificate in muratura.

Il quartiere era dotato di tutti i servizi ausiliari necessari: tribunale, dogana, acquartieramento per la truppa addetta al servizio di guardia e d'ordine pubblico, acquedotto, fognature. Sulla scelta dell'area c'era stata incertezza con il grande prato della Cittadella, ma alla fine era prevalsa la soluzione più periferica.

Il pomeriggio del 28 ottobre 1722 il rettore della chiesa di San Paolo, seguito da processione, inaugurò il quartiere e su un altare nella piazza centrale cantò il "Te Deum" di ringraziamento.

La struttura rimase in funzione con alterne fortune fino all’arrivo dei francesi (1797). A seguito dell’occupazione francese, essa fu utilizzata come acquartieramento delle truppe, che finirono per renderla inservibile rispetto alla destinazione d'uso per cui era stata pensata e realizzata.

Passato il lungo periodo di sconvolgimenti politici e militari rispetto ai quali la città di Verona fu involontario epicentro, nel 1822 la Fiera fu nuovamente istituita, a seguito dell'interessamento del podestà Giovanni Battista da Persico, che nel 1820 aveva ottenuto dall'imperatore d' Austria i privilegi e le immunità d'uso per tali manifestazioni. In città si accesero forti polemiche sulla scelta del luogo più idoneo per ospitare la rinata Fiera. Alla fine prevalse la scelta della Bra’.

II 27 settembre 1822 fu inaugurata la prima Fiera del nuovo secolo, così descritta da un cronista: "Per ordine della Municipalità, nella chiesa di San Nicolò, alle ore otto antimeridiane, fu cantata messa solenne. Poscia monsignore Dionisi, vicario generale con ventiquattro religiosi seguiti dal Regio Delegato, il signor Giovanni Battista Da Persico podestà e tutta la Camera Mercantile, fiancheggiata da trenta granatieri, entrarono nello stradone di mezzo della Fiera, nel fine del quale monsignor Dionisi sparse la benedizione sopra la fiera; terminata la quale si partirono ed entrarono in casa fu Guglielmi, ora Taffelli, sopra il Listone, dove il signor podestà aveva fatto preparare un sontuoso rinfresco. Furono nella Bra’ costruite settantasei botteghe di legno di bella forma ed aggradevole con due colonne schiacciate fra una e un'altra porta delle botteghe, sostenenti un cornicione e fregio dorico, con metope allusive al commercio che girava all'intorno delle botteghe. Negli spazi o strade che conducevano nella fiera erano disposte varie piramidi per adornamento delle medesime".

La voce trionfalistica dei cronisti non fu tuttavia unanime. Uno scrisse che la fiera in Bra’, fatta di casotti di legno, sembrava un "roccolo". Ma la delusione maggiore fu d’ordine economico: infatti, la fiera fu invasa da merci tedesche protette a livello daziario, mentre pesanti restrizioni erano imposte ai commercianti degli altri Stati italiani.

La Fiera si protrasse, benché languidamente, per una ventina d’anni e poi scomparve come inevitabile riflesso della definitiva trasformazione semantica del ruolo della città nell'ambito del sistema difensivo-offensivo del Quadrilatero asburgico.

Dell'antica usanza della Fiera in Brà sopravvive la tradizione della fiera di Santa Lucia, che si rinnova ogni anno tra l'11 e il 13 dicembre, giorno della festività della santa martire siracusana. Si tratta di una consuetudine remota, di cui non si conosce l'esatta origine. La leggenda vuole che, essendo scoppiata in città in un anno imprecisato un’epidemia di male d'occhi, forse già all'epoca del libero Comune medioevale, i veronesi abbiano deciso di compiere un pellegrinaggio votivo a piedi scalzi fino alla chiesa intitolata a santa Lucia, protettrice della vista, che si trovava annessa all'omonimo convento che sorgeva a Porta Palio (attuale area della caserma Pianelli).

I bambini, recalcitranti all'oneroso atto di devozione, sarebbero stati persuasi dai genitori con la promessa che al ritorno dal pellegrinaggio avrebbero trovato le scarpine deposte per contrizione colme di doni. Il prodigio si sarebbe verificato puntualmente e da allora avrebbe avuto origine la piccola fiera in coincidenza con la festa di santa Lucia.

Ma per ritornare all'istituzione fieristica vera e propria, bisogna arrivare al 1868, poco dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, per incontrare la grande e animatissima Esposizione Industriale Veronese, di cui le cronache ci hanno tramandato eco ammirata e che può considerarsi come l'antefatto più qualificato della moderna Fiera di Verona.

L’esigenza di una fiera stabile a carattere preminentemente agricolo era stata teorizzata nell'articolo 70 dello Statuto dell'Accademia d’Agricoltura Arti e Commercio di Verona (volume XLVII delle "Memorie"), nel quale si prevede che ogni triennio "avrà luogo in Verona una Esposizione di oggetti di agricoltura, industria ed arti, alla quale saranno invitati con apposito avviso e programma a stampa tutti i soci dei Comizi Agrari, gli Agricoltori, Industriali ed Artieri della Città e Provincia di Verona".

Ma la lodevole intenzione dell’Accademia rimase senza riscontro pratico fino al 1897, quando, per volere della civica amministrazione, nacque la Fiera dei Cavalli e del bestiame. Qualche anno più tardi, ai cavalli si aggiunsero i prodotti dell'agricoltura sempre più numerosi, fino alla trasformazione dell'emporio veronese in una manifestazione internazionale destinata ad accogliere tutto ciò che serve all'agricoltura e tutto ciò che l'agricoltura produce.

E' interessante leggere il testo dell'annuncio ufficiale diretto dal Municipio alla cittadinanza veronese: "II Municipio di Verona avverte che la grande fiera semestrale di Cavalli, istituita con deliberazione consiliare 28 dicembre 1897, sarà tenuta nei giorni 14, 15, 16 marzo 1898 nel nuovo Campo appositamente costruito; che il grande Concorso Ippico di Cavalli saltatori e di equipaggi pure stabilito avrà luogo nel giorno 16 marzo 1898 nell'Anfiteatro Romano e che il mercato mensile del bestiame sarà, come di metodo, tenuto nel lunedì 14 marzo in Piazza Cittadella ed aree adiacenti. Il Comune fornisce gratuitamente il ricovero ai Cavalli nelle Scuderie in muratura appositamente costruite, spaziose e ben riparate, capaci ciascuna di ventiquattro cavalli e somministra gratuitamente agli animali il fieno occorrente per tutta la durata della Fiera". L’area individuata come sede della nuova manifestazione fu quella a ridosso delle mura comunali tra l’Adige e via del Pontiere oggi occupata dagli Uffici finanziari dello Stato.

Ma tutta l'area di Via Pallone, piazzetta Municipio, Piazza Bra’ e il grande vallo areniano erano interessati alla manifestazione ospitandone alcuni corollari, mentre il palazzo della Gran Guardia, riattato allo scopo, fu destinato a luogo di esposizione delle merci.

Quale manifestazione complementare della grande Fiera di Marzo, fu istituito e funzionò egregiamente tra le due guerre mondiali un vasto Campo Sperimentale oltre il ponte Aleardi nel vicino quartiere di San Pancrazio con annessa Mostra per l'Edilizia Rurale e Sezioni di Meccanica Agraria.

Nel 1948, compiendosi i cinquant'anni dall'istituzione della Fiera, alla luce delle esigenze di spazio sempre crescenti per la manifestazione e dei mutati assetti urbanistici della città, la sede fieristica fu trasferita negli attuali quartieri dove, nel 1997, ha festeggiato il proprio centenario.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1997

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