Lazise - Pieve romanica di San Nicolò - Verona

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Lazise - Pieve romanica di San Nicolò

Verona / Italia
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Si narra che San Nicolò, il Santo nato a Patara nell'Asia Minore, navigando un giorno verso la Terra Santa, abbia predetto e quindi placato con le preghiere una furiosa tempesta. Fu così che dopo la sua morte, avvenuta nell'anno 330, divenne il santo protettore delle acque e dei naviganti e molte città e paesi marittimi e lacustri eressero chiese in suo onore. Anche gli abitanti di Lazise, che traevano i loro guadagni dalla pesca e dalla navigazione, edificarono l'antica pieve romanica che ancora oggi si affaccia sul porto, a protezione delle loro acque e dei loro commerci.

L'edificio fu costruito nel sec. XII per opera della Corporazione degli Originari, la classe privilegiata che, avendo fondato il Comune, ne ricopriva le principali cariche amministrative. In seguito la chiesa divenne sede della Confraternita di S. NicoIò, una delle antiche Confraternite della Misericordia nate in seguito alle predicazioni domenicane nel sec. XIII. Essa curò la diffusione del culto della Vergine, le opere d’assistenza e di carità, nonché l'amministrazione ed il mantenimento della chiesa stessa.

La Confraternita promosse e sovvenzionò, grazie alle rendite ed agli introiti di cui godeva, i principali lavori di rifacimento e di restauro che accompagnarono, nei secoli, la storia dell'edificio. Solo recentemente la chiesetta è stata restituita alla forma originale, dopo le molte vicende subite nel corso degli anni che seguirono la sua costruzione. Neanche un decennio dopo la sua nascita dovette subire, con ogni probabilità, i primi danni col terremoto del 1117, che fece crollare molte chiese del veronese; in seguito all'incendio che nel 1528 distrusse la casa del Comune di Lazise, fu adibita ad usi profani, quale sede dei consigli e delle riunioni pubbliche, finché, nel 1595, forse per collocarvi gli stalli dei membri della Reggenza, la Confraternita decise di demolire l'abside originale, semicircolare e tutta decorata ad affresco, per sostituirla con una a crociera. In tale occasione il Comune, nel concedere il permesso di modifica, volle riaffermare il proprio jus patronato sulla chiesa, facendo murare sulla sommità dell'arco trionfale lo stemma di Lazise con l'iscrizione: C.l. MDXCV. Lo stesso episodio si ripeté quando nel 1777 la Confraternita, ricostituitasi sotto il nome della Beata Vergine del Suffragio, chiese di sostituire l'antico campanile a vela, ormai diroccato e con l'unica campana già da tempo fessa, con uno più grande a due campane; la domanda fu accolta a condizione che "fosse affissata la arma o stema della Comune stessa". Ad opera compiuta, furono collocate le due nuove campane, l'una offerta dai fedeli, fusa dal Larducci nel 1781, l'altra, poco più tardi, dal Micheletti a spese della comunità. Le campane, oltre a richiamare i fedeli alle sacre funzioni, nei giorni di nebbia e di tempesta guidavano, col loro suono, i naviganti verso la salvezza del piccolo porto.

Il lato settentrionale esterno, prospiciente il porto, in origine era protetto da un portico avente un altare proprio sotto l'affresco con la Madonna del Popolo. L'atrio, in seguito, venne usato come magazzino per le merci e come riparo notturno per gli uomini e gli animali, cosicché il vescovo Gian Matteo Giberti, disapprovando la presenza dell'altare in un luogo adibito ad usi profani, lo fece demolire e nel 1792 si demolì anche il resto del portico.

Nel 1806, sulla scia delle soppressioni napoleoniche, il Governo del Regno Italico sciolse la Confraternita di San Nicolò, ne incamerò i beni e tentò di demaniare anche la chiesa, salvata in extremis dal Comune, suo legittimo proprietario. La chiesa versava comunque in gravi condizioni di degrado e d’abbandono, tanto che il Cardinale Luigi di Canossa, in occasione della visita pastorale del 1879, n’ordinò la chiusura temporanea in attesa di tempi migliori.

Nel 1882 I'arciprete Bartolomeo Tomezzoli iniziò i lavori di restauro, sospendendoli di lì a breve tempo per mancanza di mezzi finanziari. Da allora l'edificio venne trasformato successivamente in magazzino, teatro, alloggio di soldati, cinematografo e i suoi arredi sacri furono dati in deposito alla Chiesa parrocchiale.

Finalmente nella seduta del 17 febbraio 1952, il Consiglio Comunale ne decretò la riapertura al culto; nel 1953 vennero iniziati i lavori di restauro, diretti dall'architetto Bruno Melotti, coadiuvato dall'impresario Giuseppe Ferrari di Verona e dal pittore veronese Mario Manzini, risuscitatore dei preziosi affreschi trecenteschi. Il 4 novembre 1953 l'antica chiesetta fu ufficialmente ridonata al culto col sacro rito della riconciliazione, divenendo altresì Sacrario dei morti in guerra del Comune di Lazise. In tale occasione alcune tra le più belle opere d'arte del t'antico edificio ritornarono alla loro collocazione originaria, dove ancora oggi le possiamo ammirare: Fonte battesimale della fine del sec. XV, in pietra bianca e di forma ottagonale, reca al centro uno stemma con la colomba che regge nel becco la scritta: «A te principium tibi desinet»; proveniente dalla chiesa di San Martino fuori del Castello, fu commissionato dall'Arciprete Bernardino Calistano (1485-1513), le cui iniziali B.C. sono leggibili ai lati dello stemma; Crocefisso ligneo che presenta caratteri arcaicizzanti, nella rigidità della figura e del panneggio del perizoma; è opera attribuibile ad ignoto autore d’ambito veronese del sec. XV; dipinto raffigurante la Pietà, sopra il portale, donato alla chiesa dalla famiglia Tabasini all'inizio del Seicento; in origine era collocato sull'altare della Pietà, poi demolito, ed è databile al sec. XVI.

I lavori di restauro del 1953 riportarono alla luce la testimonianza artistica più preziosa ed interessante di quest’antica chiesetta: alcuni frammenti degli affreschi del XIV secolo, che un tempo ricoprivano quasi interamente le pareti della chiesa.

I dipinti, molto probabilmente ex-voto testimoni dell'umile e schietta devozione del popolo di Lazise, sono opera di un anonimo artista giottesco di scuola locale; la presenza di Giotto alla corte degli Scaligeri aveva, infatti, da poco, avuto una grande influenza sui pittori veronesi, promovendo un gran rinnovamento nella pittura ancora bizantineggiante dei primi anni del Trecento. Bruno Zoppi, nel suo scritto Le Chiese romaniche del Garda (Verona, 1961), afferma che:

"la composta eleganza di composizione e la decisa ricerca di caratterizzazione dei personaggi, insieme alla sicura definizione delle masse, indicano la conoscenza da parte dell'autore delle esperienze giottesche padane. Influssi decisivi anche da maestri veronesi, quali il segno incisivo e pulito del Pisanello o la compostezza di Altichiero".

II loro stato di conservazione è purtroppo alquanto precario: gli affreschi sono stati più volte ricoperti di intonaco e quindi ridipinti, sia per il mutare delle devozioni popolari nei secoli, sia per le frequenti disinfezioni effettuate in seguito alle epidemie di peste, in particolare quella del 1630. L'originaria fisionomia del corpo pittorico venne celata quasi completamente finché, grazie agli interventi di restauro del pittore Raffaello Brenzoni nel 1925 e di Mario Manzini nel 1953, dagli strati di intonaco e di ridipinture furono risuscitati i begli affreschi originali.

Sulla parete di sinistra della navata grandeggia la bella "Madonna del Latte", tema assai caro agli artisti medievali che volevano esaltare la maternità della Vergine: la Madonna, seduta su di un trono traforato ed a struttura architettonica tridimensionale, allatta il Bambino, seduto sulle sue ginocchia. La composizione costituiva, con ogni probabilità, la parte centrale di un trittico avente ai lati altre due figure di Santi; quello di sinistra, di cui oggi rimane solamente un braccio reggente una serpe, è stato identificato in S. Vito, invocato anticamente contro il morso delle vipere. Quest’affresco c’è stato restituito dal pittore Raffaello Brenzoni che, nel 1925, dopo averne liberate alcune parti dall'intonaco, ne pulì e rifissò sulla parete la superficie pittorica nella rinnovata brillantezza dei colori e dei dettagli.

Dopo un'isolata figura di Santa, dal volto non più leggibile e dai colori ormai spenti, ecco sulla parete sinistra la scena della Crocifissione, anch'essa gravemente compromessa nella scarsa leggibilità delle poche figure ancora visibili e nella perdita quasi totale dei colori: al centro è Cristo in croce, con ai lati la Vergine addolorata e San Giovanni Battista che addita il cartiglio recante le parole profetiche da lui pronunciate sulle rive del Giordano: "Ecce Agnus Dei"; in alto due angeli in volo accolgono nel calice il sangue di Cristo. Sulla destra era la figura di San Cristoforo col Bambino benedicente sulle spalle, I'unico ancora parzialmente visibile; la presenza del Santo, non certo usuale nella raffigurazione di questa sacra composizione, è legata alla leggenda secondo la quale San Cristoforo, in qualità di traghettatore, avrebbe trasportato il Bambino al di là del fiume ed al fatto che nel Medio Evo era invocato contro la mala morte. Altrettanto insolita la figura di Santa a destra di San Cristoforo, nella quale gli studiosi hanno riconosciuto Sant'Agata, vergine e martire siciliana invocata contro i pericoli del fuoco. Della figura restano soltanto il capo coronato dall'aureola e la parte sinistra del busto, col braccio ripiegato al petto. Proseguendo verso il portale incontriamo una bella figura di monaco, con lunga barba bianca bipartita, con la mano sinistra alzata a benedire e la destra a reggere il bastone. I più lo identificano con San Benedetto, per altri si tratterebbe, invece, di S. Colombano, monaco irlandese che fondò il monastero di Bobbio e che nel Medio Evo era assai venerato in questa zona, avendo il priorato di Bardolino; il Santo, secondo la leggenda, possedeva alcuni appezzamenti di terreno anche a Lazise e per questo avrebbe lasciato il suo nome alla località ancora oggi chiamata S. Colombano.

Chiude questa breve ed incompleta parata pittorica un ultimo frammento d'affresco raffigurante i Santi Sebastiano, mutilato nella testa e nelle gambe, e Lorenzo, dal volto ormai illeggibile. Anche queste due figure dovevano essere parte di un trittico, insieme a San Rocco o forse a San Bartolomeo, tutti Santi invocati contro la peste e le malattie della pelle in genere.

Anche sul lato esterno della chiesa erano molti dipinti murali, sennonché l'abbandono e l'incuria di secoli causarono la perdita della gran parte di essi. Nel 1953 Giovanni Agostini (San Nicolò di Lazise Sacrario dei morti di Guerra di tutto il comune) ricordava ancora "una bella Madonna di carattere bizantineggiante e, accanto, un grande San Nicolò in abiti pontificali". Nel giugno del 1987 la dott.sa Claudia Petrucci, in occasione della campagna di catalogazione eseguita per la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto, ritrovava soltanto il primo affresco nella nicchia del lato settentrionale, ove un tempo era l'altare protetto dal portico. L'affresco, raffigurante la Madonna col Bambino, venne sovrapposto ad uno più antico e, a sua volta, all'inizio del sec. XVII, fu coperto da un'altra pittura assai rozza. Il bel dipinto venne riportato alla luce da Raffaello Brenzoni nel 1926 e dal 1950 è divenuto oggetto di pubblica devozione e festeggiato la sera dell'11 ottobre come "Madonna del Popolo di Lazise". La mano che lo dipinse, riconducibile al sec. XIII, rivela caratteri più arcaici rispetto agli altri affreschi della chiesa: la figura della Madonna è ancora tipicamente bizantineggiante nella sua ieratica ed imponente frontalità, appena mossa da un'espressione di rigida compostezza e delineata da linee di contorno ancora scure, così come i particolari interni del volto e della veste.

Le antiche vestigia e le testimonianze artistiche della chiesetta, unitamente alla sua ridente posizione sulla darsena gardesana, fanno sì che essa sia continua meta di fedeli e turisti, ancora oggi attirati dal sapore dell'antica e semplice bellezza della sua architettura.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1988

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