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Importante Comune del Basso Lago, lungo la sponda veronese, Lazise gode anche di un discreto entroterra ricco d'olivi e vigneti. Il che ha permesso la nascita e la crescita, accanto al borgo fortificato medioevale, di una serie d'altri nuclei abitati e contrade sparse nella campagna circostante. Così nei pressi del capoluogo si possono individuare le località Bottona, Colombare, Donzella, Fossalta, Gabbiola, Mirandola, Mondragon di sotto, Montinghel, Palù dei Mori, Saline, Vallesana, Zugliani; mentre nei pressi di Colà insistono Bonedimane, Fontana Fredda, Palù della Pesenaia, Praia; e infine, per suo conto, sta Pacengo.

Pacengo, con la sua palafitta scoperta in località Bor, è nome assai conosciuto a chi coltiva le scienze preistoriche: come ricordano Alessandra Aspes e Giuliana Borghesani la palafitta di Bor di Pacengo, situata a sud di Lazise, fu individuata e scavata nel 1864 dall'Alberti. In seguito vi compirono delle ricerche il Cavazzocca, il De Stefani e i Balladoro. Si tratta di un insediamento palafitticolo che ha restituito abbondanti materiali in ceramica, bronzo, selce e osso. Pur trattandosi di ricerche compiute nel secolo scorso - osservano ancora la Aspes e la Borghesani - sembra che il materiale non abbia subito scelte discriminanti e pare molto omogeneo, sicché il complesso è facilmente riferibile alla fase media dell'età del Bronzo, a quell'orizzonte chiamato di Bor, perché chiaramente distinto dalla cultura di Polada, della quale permangono solo alcune forme, e altrettanto differente dagli aspetti più recenti dell'età del Bronzo che si ritrovano all'lsolone del Mincio e a Peschiera.

Ma Bor non è il solo punto del territorio lacisiense in cui siano apparsi resti d'abitati preistorici. Anche al Porto lo stesso Alberti, allora farmacista a Colà, rinvenne una stazione con interessanti oggetti, mentre le attente osservazioni del Cavazzocca Mazzanti avrebbero condotto, di lì a non molto dopo, alla scoperta d'altra palafitta nelle vicinanze di villa Bagatta che, a causa della troppa profondità delle acque, non fu esplorata. E anche nelle proprietà del conte Fratta Pasini era venuta alla luce una torbiera con palafitta di rovere e sparsi qua e là i soliti frammenti d'utensili domestici, mentre altri rinvenimenti si succedevano poi all'interno della Rocca e nel gettare le fondazioni di un fabbricato scolastico.

Non sono oggi molte, a Lazise, le reliquie dei tempi romani, e tuttavia esse sono sufficienti a testimoniare come, pure allora, la località dovesse aver assunto una certa importanza, soprattutto in relazione alla sua fortunata posizione geografica, nel punto cioè più propizio per creare la necessaria osmosi fra la navigazione sull'Adige (e quindi per tutto l'Adriatico) e quella sul Garda, con porti ed approdi lungo tutte le rive del lago. E del resto anche la via Gallica - che partendo di là dalle Alpi presso Torino, passava poi per Brescia, toccava Sirmione e proseguiva quindi per Verona, Vicenza e Padova - non era, essa stessa, molto lontana.

Poco sappiamo di Lazise anche per il primo medioevo, fino agli albori del secolo IX, quando parte dei terreni già demaniali furono ceduti ai monasteri di San Zeno in Verona e di San Benedetto in Polirone, oltre che al Capitolo dei Canonici: tutti enti ecclesiastici che affidarono queste terre a coltivatori del posto, a titolo livellario, per assicurarsi una resa (relativamente ai tempi) fornita da quelle manutenzioni e da quei miglioramenti fondiari che erano pretesi nei contratti agrari. Una resa che, con la sopravvivenza della famiglia addetta al fondo, garantiva anche agli ecclesiastici prodotti vari di che sostentarsi.

E quasi subito dopo, Ottone Il imperatore rilascerà, il 7 maggio 983, un diploma agli uomini di Lazise, donando loro toloneo e ripatico, nonché diritti di transito e di pesca su tutta quella parte del lago che bagna il paese, e concederà inoltre a tutti loro di esigere ripatico ed altre tasse, con l'importo di due imperiali, dagli uomini longobardi che fossero di qui transitati. Siamo così ormai di fronte alla costituzione (o meglio alle premesse per la costituzione) di quel Comune che provvederà (ma probabilmente non proprio da subito) ad attuare anche, come contropartita alla concessione dello stesso imperatore, la fortificazione del sito, coll'innalzare una rocca merlata. Osserva a questo proposito Andrea Castagnetti:

"Le vicende degli abitanti di Lazise si inseriscono nelle più ampie vicende dei "liberi del re" nell'età postcarolingia. Nello svincolarsi dei tradizionali rappresentanti del potere pubblico dalla dipendenza e, soprattutto, dagli interessi del Regno, il re tolse alla loro giurisdizione, dove poté e dove valse il gioco, gli uomini liberi a lui legati da antica consuetudine. Avvenne, in linea con tale condotta, anche all'interno della ludiciaria Gardensis, prima dell'attestazione del suo passaggio sotto il controllo dell'Impero, il collegarsi diretto all'imperatore di una comunità di liberi, come quelli di Lazise".

D'epoca altomedioevale va segnalata comunque, presso Lazise, una piccola necropoli. Anche qui si tratta di materiali privi di un contesto preciso, poiché essi furono donati da un collezionista privato al Museo Civico di Rovereto (Trento) senza indicazioni più circostanziate: ma a giudicare dal numero delle spade, si trattava probabilmente di almeno cinque tombe maschili, databili tra la fine del VI e l'inizio dell'VIII secolo. Ancora, a Pacengo, durante le ricerche dell'Alberti presso la stazione palafitticola dell'età del Bronzo, nel 1864 si rinvenne, sempre di quest'epoca, una sepoltura maschile, contenente due punte di lancia, scramasax e spada, mentre sempre da Pacengo, in località Porto, proviene poi una punta di lancia, purtroppo priva di contesto. Infine, a Colà si rinvenne casualmente una fiasca globulare con fascia decorata a stampigliature di forma rettangolare riferibile al secolo VII.

E forse un resto di fortificazioni più antiche di quanto non lo siano le attuali, riferibili ad età scaligera, va ravvisato nel torrione all'interno del cimitero trasformato poi, in età romanica, in più alta torre campanaria mozzata peraltro nel 1777. La demolizione del campanile si arrestò sopra la prima fila d'archetti che corona tre robuste lesene per ogni lato mentre il lato orientale della costruzione fu demolito nel 1822. L'interno del manufatto venne infine vandalicamente trasformato nel 1932 per ricavarne una cappellina moderna, di pessimo gusto.

Nel 1077 Lazise godette, sempre per mezzo dell'imperatore che era allora Enrico IV, d'altre concessioni: sarebbe stata in questa circostanza che il consistente borgo ebbe mura e fossa con castello, tutti manufatti ampliati poi ed accresciuti in robustezza dagli Scaligeri ma in buona parte sul tracciato allora fissato, a proteggere gli abitanti non solo da incursioni esterne ma forse anche da quelle della stessa famiglia dei Turrisendi che signoreggerà su tutta la cosiddetta Giudicaria Gardense, vasto territorio che giungeva fino alle porte della Valdadige e della Valpolicella. Questi Turrisendi cercarono anch'essi, infatti - ma senza riuscirvi - di togliere ai lacisiensi gli ottenuti privilegi che ne facevano il centro commerciale che già sappiamo, alimentato dagli scambi, allora particolarmente intensi fra i territori veneti e quelli lombardi; scambi che creavano, con guadagni relativamente lauti, la ricchezza degli abitanti di un Comune la cui origine non va dunque certo ricercata nella emancipazione delle classi contadine ma nella evoluzione ed elevazione delle classi borghesi e commerciali: "un Comune - per dirla con Luigi Simeoni - un centro più industre e naturalmente in facile contatto con altri centri, sicché il commercio stesso recava elementi e stimoli di progresso".

In questo orizzonte storico - che è quello della civiltà del romanico padano - nascono a Lazise anche alcune chiese. L'antica pieve di San Martino anzitutto, distrutta, ove ora è il cimitero, Ma poi via via, snocciolate lungo secoli a noi più vicini, anche le altre: San Nicolò al Porto (ricordata per la prima volta nel 1320), i Santi Fermo e Rustico (di ragione della comunità), i Santi Faustino e Giovita (di ragione del Capitolo dei Canonici di Verona e ad essi confermata da numerose bolle papali lungo tutto l'arco del secolo XII), la Madonna della Pergolana, i Santi Piero e Giuliano (della quale non restano che pochi ruderi), oltre ad altri oratori minori in varie contrade, e beninteso, l'attuale, ottocentesca chiesa dedicata ai Santi Zenone e Martino su disegno del Trezza e del Ronzani, sull'area di un antico San Zeno che già dal 1530 cominciò a servire da parrocchiale.

Anche Colà e Pacengo sono provviste di due belle parrocchiali. Nella prima località una antica chiesa è testimoniata già dai secoli XIl-XIII. Dedicata a San Giorgio, essa è parrocchia con rettore (anche se non del tutto sciolto dai doveri verso la chiesa matrice) già nel 1526. Ricostruita nel 1762 fu decorata dal Piatti e consacrata quindi nel 1927. Nella seconda località la parrocchiale, dedicata a San Giovanni Battista, è pure ricordata nel 1526. Ma l'attuale edificio fu costruito nel 1787-1792 su disegno dell'architetto Leonardo Rossi. Essa è arricchita di dipinti sempre del Piatti nonché di un bel altar maggiore rutilante di marmi (1793) e attribuito agli Zoppi e agli Spazzi come pure lo sono le acquasantiere.

Dopo questo breve accenno alle chiese, torniamo alla storia civile per ricordare le benemerenze degli Scaligeri nei confronti di Lazise, avendone anch'essi riconosciuto la grande importanza sotto il profilo, oltre che economico, anche militare. Essi provvidero, infatti, alla completa riedificazione delle mura, del castello e della rocca, dell'attuale palazzo della dogana (allora darsena per la conservazione della flottiglia) e della "Torre del Cadenon" - ora scomparsa -con I'adiacente cortina di protezione del porto. Più consistente dunque che non a Sirmione o a Peschiera - dove si era impediti da situazioni oroidrografiche di più difficile imbrigliamento - è questo intervento scaligero per la razionalizzazione dell'impianto urbano di Lazise. Qui si fece allora definitivamente assumere al borgo - senz'altro ricalcando elementi preesistenti - l'aspetto di una cittadella quadrangolare, attraversata da assi perpendicolari maggiori cui si affiancano assi minori ad essi paralleli.

Quanto rimane dell'antico castello scaligero, che è da giudicarsi ampio, bello e forte, oggi è compreso nel recinto della villa Buri, ora Bernini. Nel castello risiedevano i magistrati veneti al tempo della Repubblica e di loro è ricordo in lapidi. Occupato il territorio dopo il 1796, i Francesi posero in esso una fabbrica di salnitro per la polvere da sparo. Ritornati gli Austriaci lo vendettero ad un privato per sole 1500 lire e d'allora il castello servì per molto tempo da cava di pietre a chi in paese voleva costruire; perfino le scale interne delle quattro torri furono asportate.

A porre fine a tanto vandalismo intervenne il conte Buri, che, comperato il castello, conservò gelosamente quanto rimaneva di conservabile, restaurando anche qualche parte non del tutto distrutta. Ma il porto antico, riservato al castello e che per I'incuria degli ultimi possessori si era trasformato in palude, fu allora interrato e trasformato in giardino; con una operazione che forse oggi non approveremmo.

Venezia, agli inizi del XV secolo, quando occupò Verona, fece la sua apparizione anche a Lazise e vi stabilì un'importante dogana, a cui difesa fu posta una forte torre merlata, uscita dalla perpendicolare e strapiombante verso il lago per non meno di mezzo metro. Ma di Lazise s'impadronirono momentaneamente anche i Visconti durante la guerra ch'essi mossero di lì a poco a Venezia: Brunoro e Stefano Contarini la ripresero bombardandola e lasciandola poi preda alle soldatesche, che la saccheggiarono da cima a fondo e vi arrecarono danni rilevantissimi. Ciò avvenne nel 1439 e nel 1441 il doge Francesco Foscari emanava un decreto per mezzo del quale erano ridonati a Lazise i suoi antichi privilegi.

Mezzo secolo più tardi l'imperatore Federico III, desiderando vedere il Garda, fu dagli ambasciatori della Repubblica di Venezia condotto per terra da Rovereto, ove egli si trovava, fino a Lazise, e di qui imbarcato sopra una galea e fatto navigare per il lago.

Ai tempi della Lega di Cambrai contro la Serenissima, i rivieraschi si mostrarono favorevoli ai nemici della Repubblica, tanto che il provveditore del Governo veneto Zaccaria Loredan decise di abbandonare la regione, non prima di aver bruciato in Lazise la galea e due fuste poste al suo comando, perché non cadessero nelle mani dei nemici. Sui resti della galea veneziana molto in passato si è favoleggiato. Per quattro secoli e mezzo, solo alcuni "reoni da fondo" dei pescatori andarono ad impigliarsi nelle strutture della galea (le fuste erano scomparse), fino a quando, nel 1962, il prof. Zorzi non guidò una équipe di subacquei a localizzare e "lavare" il relitto. In cinque anni di lavoro, operando con una "sorbona" e poi con una normale pompa aspirante, i subacquei veronesi riuscirono a liberare la galea da una enorme massa di fango ed a ricuperare le due ancore a quattro marre ed a misurare e disegnare accuratamente lo scafo sommerso.

La galea, misurata dai sub diretti da Francesco Zorzi, risultò lunga trenta metri e larga sei, dotata di un albero per la vela, di cui furono ricuperate quattro imbracature metalliche delle vele: ma adesso la reliquia della Serenissima flotta rimane sul fondo, al largo di Lazise, in attesa che si provveda a ricuperarla e sistemarla convenientemente in un museo.

Questo che abbiamo narrato fu uno degli ultimi episodi degni di cronistoria negli annali lacisiensi. Per quattro secoli poi - fino ai nuovi fasti delle recentissime affermazioni turistiche - anche Lazise sarà un tranquillo paese: vi si continuerà a praticare la pesca, il commercio e, con un suo notevole sviluppo, l'agricoltura, al punto che una guida del secolo scorso potrà affermare che

"il territorio del Comune di Lazise è considerato fra i più pingui dell'intiera riva veronese del lago di Garda. Qui si producono in copia cereali, frutta, olive e specialmente uva. Vi è coltivato il gelso e I'allevamento del baco da seta è assai esteso. In paese vi si fa esteso commercio di vini. La località è assai pescosa e quindi larga parte della popolazione si dedica temporaneamente a quest'opera. I suoi commerci sono attivissimi".

Legato alla dominazione veneziana e successivamente al fatto turistico (dapprima per le esigenze degli abitanti della città e poi per quelle degli stranieri) è anche il fenomeno della costruzione o della ricostruzione d'importanti ville che costellano tutto il territorio comunale. Fra queste Villa Bagatta, Villa Bernini (di cui già si è detto), Villa Bottona, Villa da Sacco, Villa La Pergolana, Villa ex Miniscalchi, Villa Camuzzoni, Villa Conferazene, Villa Fumanelli.

Dotata di parco e costruita, o meglio trasformata, nel secolo scorso dal conte Girolamo Murari della Corte Bra', Villa Bagatta è una villa ottocentesca d'architettura pseudo-moresca.

Per epoca di costruzione e per la presenza di un parco le può essere avvicinata Villa Bottona, in località La Bottona, pure architettura ottocentesca, che ha però di notevole soltanto il parco vastissimo, esteso lungo la riva del lago (la sua origine sarebbe più antica, ma l'aspetto attuale è dovuto alla trasformazione e ampliamento compiuti nel secolo scorso dal conte Girolamo Brognoligo, che n'era proprietario).

Villa da Sacco, costruzione d'origine cinquecentesca, è composta di due parti, una delle quali ha particolarmente conservato il sapore dell'epoca. Notevole il fregio di gronda in cotto. Bello anche qui è il parco, soprattutto per la sua posizione di collina.

Villa "La Pergolana", in località La Pergolana, che ha forma di castello merlato e fu costruita nella seconda metà dell'800 su disegno di Giacomo Franco, con vasto e circostante parco, e con giardino digradante al lago, può essere avvicinata a Villa ex Miniscalchi, a Colà, importante anch'essa specialmente per il parco, che si estende vastissimo e che ha quattro solenni ingressi. Essa è costituita da due edifici principali, di cui il minore è il più antico, con iscrizioni relative ai Sansebastiani e ai Moscardo, antichi proprietari prima dei Miniscalchi (era stata costruita dall'architetto milanese Canonica, ma in seguito, però, ha subito diverse trasformazioni).

Villa Camuzzoni, a Pacengo, pur nella sua modestia, non manca di una certa eleganza architettonica, di chiara impronta settecentesca (ha intorno giardino e parco), mentre Villa Conferazene, in località omonima, fu costruita ancora prima del secolo XVII. Fu riedificata ed ampliata nel 1790 dal conte Giovanni Battista Marastoni, che ricostruì nella stessa epoca anche la chiesetta attigua. L'edificio è molto semplice; ha intorno una splendida vegetazione specialmente di cipressi che formano un lungo viale e sorgono a gruppi presso la villa.

Infine Villa Fumanelli, a Colà, sorge isolata su un poggio non lungi dal paese, circondata essa pure da un denso parco: l'edificio risale al XVII o XVIII secolo, e ripete le corrette forme architettoniche care agli epigoni sanmicheliani.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1990

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