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Lessinia - Attualità del Ponte di Veja

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Località Schioppo - Sant'Anna d'Alfaedo
Il candore delle nevi perpetue, la diamantina luce dei ghiacciai, il cangiare delle Dolomiti alla tenue luce delle aurore e dei tramonti, le azzurre e quiete distese dei laghi, il rivestimento delle cupe abetaie: questi i più appariscenti motivi d'incanto e di stupore nella grandiosa bellezza dell'arco alpino.

Altre meraviglie meno note e più strane sono tenute nascoste da corrugamenti, o giacciono sperdute fra boscaglie. Le acque, nel millenario lavoro d’erosione, si sono sbizzarrite in fantastiche costruzioni: dilettano la vista i castelletti e le colonne delle Alpi piemontesi; gli orridi di Lombardia procurano il brivido; le grotte, le doline e le spelonche del Veneto fanno tremar di paura. S'aggiungano i numerosi archi naturali, le pareti forate, le sommità dalle più strane forme, ed il quadro di tutto quanto fra le Alpi è fonte di stupore risulta pressoché completo.

In un vaio dei Lessini, a diciotto chilometri a nord di Verona, si protende uno fra i tanti archi naturali; ma esso, per le sue peculiari caratteristiche, è il solo che possa essere chiamato ponte: opera mirabile e grandiosa, per la costruzione della quale l'uomo non ha spostato una pietra. A tutto hanno provveduto le acque, che con lento e sapiente lavorio, hanno perfezionato la costruzione. E quando l'uomo primitivo vagava per colli e monti alla ricerca di grotte che gli servissero da rifugio, quel ponte già esisteva. E, in tempi assai più vicini a noi, quando in Roma il Pontefice Massimo curava, a sue spese, la costruzione del primo ponte della nostra penisola, forse quello dei Lessini era visitato dai primi turisti in veste di guerrieri.

La massima romana «sequamur naturam ducem» può avere avuto in questa fantastica costruzione un prototipo degno d’imitazione. Opera primordiale, dunque, come primitivo sembra, secondo i glottologi, il suo nome:

I l'à sempre guardà par maraveja
e dopo i l'à ciamà Ponte de Veja.


Nell'alto medioevo, nessuna memoria del Ponte, né ai tempi di re Teodorico, né all'epoca di Carlo Magno: Cassiodoro, Ennodio si dilungano, nelle loro memorie, su Verona, sull’Adige, ma questi enti geografici sono trattati come teatro di vicende storiche.

Vivente Cangrande della Scala, Dante avrebbe elaborato la prima cantica del poema in un'amena villa della Valpolicella, che dista qualche ora di cammino dal Ponte di Veja. Com’egli vide la lavina di Marco presso Rovereto, e pertanto ben più lontana, così è lecito congetturare che abbia visitato anche questo luogo e che sia rimasto pensoso di fronte al Ponte e all'adiacente anfiteatro ad imbuto, formato da ampi gradini di calcare.

Ancor oggi, qua e là, sulle pareti e sulle rocce, si notano i resti di calcari miolitici gialli, sotto forma di macchie di colore della ruggine.

Luogo è in inferno detto Malebolge
tutto di pietra e di color ferrigno
come la cerchia che d'intorno il volge.


Così Dante descrive l'ultima parte dell'inferno. Analogia? Affinità? Giudichino coloro che, conoscendo i termini di raffronto, li possono mettete in relazione. Se nella terzina surriferita non ci fosse il «color ferrigno», si potrebbe anche pensare che l'idea dell'inferno ad imbuto fosse stata derivata dalla forma dell'Arena di Verona. Aggiungasi che le dieci Malebolge sono congiunte da ponti che Dante chiama «scogli», appunto perché naturali, ed in tutto simili a quelli che formano il Ponte di Veja.

Come si sa, gli artisti più spontanei agiscono solo se sollecitati da emozioni profonde, ed il nostro Quattrocento è ricco di motivi tratti dal vero. Ne sono documento importante gli affreschi per la «Camera degli Sposi» del Castello dei Gonzaga in Mantova. Il Mantegna, proprio di fronte alla bellissima arcata del Ponte di Veja s’ispirò per l'invenzione dello sfondo dell'affresco, che si ammira nella parete a sinistra di chi entra nella «Camera»: vi si vede una scena di caccia; in primo piano è Lodovico Gonzaga presso un cavallo ed alcuni cani; sullo sfondo un arco naturale congiunge due colli dirupati, e lascia vedere, dall'altra parte, sullo sfondo del cielo, un alberello. Bene in evidenza sono, nell'affresco, le nere aperture di due grotte nelle vicinanze del ponte.
Ma il trionfo dell'arco naturale nella pittura ha luogo a cavallo fra il Sei e Settecento: e nel napoletano Salvator Rosa e nei veneti Marco Ricci e Canaletto, domina la tematica dell'arco naturale o artificiale. Per chi spesso ritorna al Ponte di Veja, è stata una rivelazione la mostra delle opere del bellunese Marco Ricci tenuta a palazzo Sturm in Bassano del Grappa nel 1963; di fronte alle opere di Ricci si riporta l'impressione che il maestro abbia visitato l'arco del vaio «de la Marciora» e sia poi ritornato a Belluno con dovizia d’appunti: in «Cascata con figure», della collezione Morandotti, appaiono sullo sfondo arboscelli pendenti da orridi scogli sotto cui si apre profonda caverna; in «Paesaggio con arco naturale» del Museo Civico di Padova l'intelaiatura scenica è data da elementi che suscitano la visione del Ponte di Veja; in «Uccisione della Serpe», della collezione Morassi, il ponte naturale è addirittura a due arcate.

Questo nei quadri ad olio. Fra i disegni, invece, spicca l'«Arco roccioso sopra un torrente» della Royal Library di Londra. Ricche di ponti naturali sono anche le acqueforti del Ricci, nelle quali gli archi rocciosi appaiono più e più volte.

Se nelle montagne del bellunese, che sono pur belle e varie e pittoresche, ci fosse qualche esempio d’arco naturale, la suggestione per quest’elemento esornativo avrebbe potuto avere origine locale; ma fra le Prealpi non bellunesi e le Dolomiti esso manca. Da qui la non infondata ipotesi che il Ponte di Veja, ancora una volta, nella sua perenne attualità, abbia fatto scuola.

Nell'Ottocento il motivo del ponte ritorna ancora insistentemente nella pittura, ma non è più il ponte naturale, ritenuto scenografico e poco idoneo a suggerire macchie di colore; sia nella pittura impressionistica francese, sia nei quadretti dei nostri macchiaioli, l'azzurro oltre al ponte artificiale, spesso onusto di storia, ricorre il ponticello sperduto in vallate, o immerso nelle campagne.

Ed ecco che accanto a «Il Ponte Vecchio a Firenze» del Signorini e a «Ponte alle Grazie» del Borrani, si nota il «Ponte dell’Ariccia» di Nino Costa; accanto a «Il Ponte di Narni» di Corot, appare il «Ponte ad Arles» di Van Gogh, alquanto traballante nella sua intelaiatura di travicelli, ma ricco di colore. Il ponte, pertanto, sia naturale sia artificiale, è elemento suscitatore di suggestione e meraviglia in quanti sanno vedere la natura specialmente con l'occhio educato alla forma ed al colore.

Quello dei Lessini s’impone, inoltre, per la sua grandiosità: un'arcata in pietra di ventisette metri di freccia, di quasi altrettanti di larghezza e di metri cinquanta di corda: ne risulta che l'imponente arco del ponte scaligero di Castelvecchio di Verona regge a mala pena al confronto. E pensare che questo fu considerato, fin dall'inizio dell’Ottocento, il più ampio del mondo.

Singolare è anche il Ponte di Veja per ubicazione, funzionalità e perfezione: unisce la sommità di due colli, e sul suo fondo di duro calcare possono transitare uomini, animali e carri. Sia che lo si ammiri da levante, sia che si seguano le sue linee da ponente, esso parla d’euritmia e proporzione in tutti i suoi elementi.

Risalenti dalla Valpolicella e dalla Valpantena, due vie portano al Ponte, ed entrambe passano a sufficiente distanza da esso per turbare la solennità di quell'angolo remoto e, per fortuna, dall'aspetto ancora primitivo.

Chi desidera rimanere profondamente impressionato alla prima vista del Ponte, segua la carrareccia del «vaio de la Marciora» che confluisce nella Valpantena e, oltrepassato il «ponticello di Basazenoci», volga lo sguardo in alto a sinistra; alla testata di una convalle appare un grandioso arco lanciato nell'azzurro del cielo. Mano a mano che ci si avvicina all’arcata di roccia giurese, altri elementi sopravvengono a rendere interessante l'insieme: è un concerto di suoni orchestrato da chissà mai quale magica mano.

Allora, con più viva curiosità, si punta lo sguardo, da sotto in su, sull'alta forata rupe e si resta stupiti di fronte alla novità dello spettacolo: di lassù sgorgano acque che prima si mescolano, poi tornano a dividersi, precipitando in direzioni diverse di balzo in balzo; due tre cascatelle animano il suggestivo scenario e con la loro voce conferiscono una nota vaga e graziosa alla terribile sublimità dell'arco, specialmente quando, nei limpidi mattini, i raggi del sole, con la rifrazione, creano molteplici colori sopra le pareti rocciose e la tenera vegetazione pendente dalle vene di scarso terriccio. Davanti a questa scena, in cui incubo e grazia perennemente convivono, stupefatto arresta il passo il turista ed ammira. Ammirazione che si tramuta in panico timore non appena si arriva alla base della testata a destra del ponte: un'enorme apertura di caverna ti si apre davanti e resti lì quasi schiacciato dal timore di avere violato l'abitazione di chissà quale potente gigante; giri gli occhi attorno e non ti meraviglieresti se Polifemo o Morgante vedessi apparire minaccioso al limite di questa tetra casa, immersa nel sonno dal tempo in cui l'uomo delle caverne cessò di martellare la selce per trarne oggetti da taglio, frecce e mazze per sé e per tutti i cavernicoli delle Prealpi venete e per i palafittacoli del laghetto di Fimon e delle rive del Garda.

Al museo di storia naturale di Verona sono conservate molte di quelle armi rudimentali, trovate sotto l'arcata, o nell'interno della caverna, che si prolunga nel monte per 182 metri. Qui, dove ora sciamano migliaia di pipistrelli, se svegliati da lampade tascabili, prima dell'uomo primitivo viveva «I'ursus spaeleus».

A partire dalla fine del 1500, dopo i poeti e gli artisti, s'accostarono al Ponte anche gli scienziati per indagare sulle cause della sua formazione. Infatti dallo Scamozzi (1600), giù giù fino ad Achille Forti (1923), innumerevoli sono state le dispute sull'argomento.

Ai molti italiani che si sono occupati del Ponte, si devono aggiungere geologi tedeschi, poi anche francesi, e, verso la fine dell'800, indagatori inglesi e americani. Uno di questi così si esprime sull'importanza del Ponte di Veja: "Esso dovrebbe esser conosciuto al pari dell'Arena di Verona e delle sua Arche Scaligere".

Ma Verona è gelosa del suo ponte naturale, e nulla ha fatto e nulla fa per indirizzare a quella meraviglia il turista. Se è vero che questi, per vedere qualcosa di simile al Ponte di Veja, dovrebbe addirittura varcare l’Atlantico e portarsi fra le montagne del Colorado, dove esiste «il grande ponte naturale d’Augusta», nell'accostare il Ponte dei Lessini alle famose Arche e alla più nota Arena, non si avrebbe certo abusato d’iperbole.
Fonte: Vita Veronese - 8-9/1964

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