Loggia del Consiglio (o di Frà Giocondo) - Verona

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Loggia del Consiglio (o di Frà Giocondo)

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L'arte veronese della seconda metà del '400 offre - tanto sul versante architettonico come su quello figurativo - diversi episodi significativi. Fra questi, nel campo dell'architettura civile, nuove case e palazzi ma, soprattutto, la Loggia del Consiglio in piazza dei Signori. Si tratta di una loggia voluta dai maggiorenti del Comune di Verona - che allora aveva sede nel quadrato palazzo romanico in angolo con piazza delle Erbe - per le sedute appunto del patrio Consiglio. Una loggia di rappresentanza dunque, un edificio significante nel cuore della città, nella stessa piazza dove risiedevano anche, in antichi palazzi già dimore degli Scaligeri, i rettori che Venezia inviava nelle province a lei soggette, in quest’entroterra veneto guardato sempre un po' con amore e un po' con sospetto.

Annota a tale proposito Schweikhart: «Con il palazzo del Comune per tribunale e prigione, il palazzo Grande per il capitano e la residenza degli Scaligeri per il podestà, la Serenissima disponeva a Verona di un numero cospicuo di vasti edifici per rappresentanza, amministrazione e giurisdizione; per quanto fossero prima proprietà degli Scaligeri oppure dei Visconti, questi passarono comunque in buona parte a Venezia. Gli interventi, che interessarono tali complessi edilizi nel secolo XV, dimostrano come i governatori veneziani avessero cura della loro manutenzione e del rinnovamento secondo le esigenze del tempo. A seguito di tali ristrutturazioni e trasformazioni non si rendevano necessarie costruzioni nuove, peraltro neppure desiderate dalla Serenissima. Il discorso cambia se si parla dell'amministrazione comunale: occorre notare che per il Consiglio era a disposizione nel palazzo del Comune uno spazio insufficiente, come pure è significativo rilevare che gli sforzi del Consiglio cittadino per avere un proprio edificio si protrassero per quarant'anni».

Risalgono al 1451 i primi tentativi della città per ottenere un luogo consono alla dignità del suo Consiglio, ma sarà soltanto nel 1476 che, falliti vari tentativi di ristrutturazione di vecchi fabbricati da adibire allo scopo, si deciderà di costruire una bellissima loggia con colonne marmoree, da edificarsi dove fino allora era un vecchio palazzo merlato e fatiscente, con un prospetto molto avanzato verso il centro della piazza e non allineato a costituire l'attuale regolare rettangolo tanto caro all'urbanistica rinascimentale.

Così una cronaca di anonimo contemporaneo: «Per la comunità de Verona, col favore de rectori, mis. Francesco Sanudo podestà e mis. Zacharia Barbaro capitanio, fi suplicato ala Signoria de Venetia, per lo megio de mis. Domenico Guantero dottore et oratore, de havere uno palatio vechio e rotto e dishabitato, che era suxo la piaza de la Signoria in Verona, e per getarlo a terra e rifarne uno de novo, dove el Consiglio de la terra se havesse a fare; per la Signoria vien concesso, et questo fu de ottobre MCCCCLXXVI».

Non ci si dilungherà a narrare le varie fasi della progettazione e della costruzione di questa gemma della piazza, dovuta ad un ignoto architetto o meglio ad un gruppo di cittadini in fabricis pratici che vi attese per numerosi anni, e all'interno dei quali pare primeggiare Daniele Banda, talché Raffaello Brenzoni per primo poté definire il celebre monumento quale opera collettiva di umanisti veronesi che si servirono, per le decorazioni, di alcuni noti artisti comacini.

La Loggia "di Fra Giocondo" è comunque così qualificata perché si credeva appunto che essa fosse stata edificata con l'intervento, meglio su progetto, del celebre architetto veronese. In realtà invece questa lodia magnifica - costruita per dare degna ospitalità alle adunanze dei patres del civico Consiglio e che sigillava nella piazza più rappresentativa di Verona i precedenti interventi edilizi - fu condotta in porto, come si è già detto, sotto la direzione di alcuni fabricatores fra cui Daniele Banda, giusta la testimonianza dell'Actio Pantea: «Egli (il Banda) portò a termine l'edificio, che all'osservatore sembra riprodurre gli archi romani; è (la loggia) l'orgoglio del popolo, monumento degno di Verona madre, e onore dei posteri nostri. In faccia si ammirano numerose immagini di uomini celebri che hanno fama presso i discendenti».

Loggia di Fra Giocondo, la chiamano comunque i veronesi, ma sulla scorta di una erronea attribuzione avanzata soltanto nel secolo scorso. Estraneo - assolutamente estraneo - al cantiere, sia in tema di progettazione sia in tema di realizzazione, resta dunque questo celebre frate, architetto ed idraulico veronese, attivo a Parigi, a Venezia, a Roma e altrove, ma delle cui opere ben poco sussiste, e la cui presenza a Verona, pur per altre imprese, è assai poco documentata.

La splendida Loggia, straricca di rilievi scultorei e di decorazioni pittoriche, è comunque un capolavoro, uno sfoggio esuberante e superbo degli artisti specialmente lombardi che vi hanno lavorato, sicché della vicina regione risente forte l'influsso. Fra questi artisti - alcuni dei quali di origine lombarda ma da qualche tempo trapiantati a Verona - sono da ricordare Alberto da Milano, Domenico da Lugo, Matteo Panteo, detto Mazola, maestro Modesto e Beltramo da Valsolda.

E proprio allora la Loggia fu arricchita, nel suo fastigio, dalle statue dei due Plini, di Emilio Macro e di Catullo, vale a dire dei viri illustres antiquissimi qui ex Verona claruere, per usare il titolo di un'operetta dell'umanista veronese Pietro Donato Avogadro. Inoltre essa ebbe già da allora una facciata interamente dipinta, nel quadro di una tradizione veronese, anche se non soltanto tale, che va intesa come contributo a quel "decoro" al quale, nei secoli andati, si dimostrava di credere.

La Loggia diventa in tal modo il simbolo - come ben ha sottolineato Gian Paolo Marchi - della rinascita umanista della città: «I suoi elementi decorativi sono desunti dalla più raffinata cultura epigrafica e antiquaria che a Verona ebbe in Felice Feliciano e in Fra Giocondo illustri e geniali rappresentanti». Anche se, soggiunge sempre il Marchi: «Non era il consiglio di una città libera. La presenza dei Rettori Veneti impediva ogni forma di reale autonomia. Per cui i nobili consiglieri trovavano spesso il tempo di discutere sulle parole, come quando nel 1491 deliberarono che fosse abrasa l'iscrizione "atrium" posta appunto sulla "nova lodia", considerato che "ex veterum scriptorum auctoritate, locus ad cogendum senatum non "atrium" sed "curia" solet appellari". Forse non sarebbe facile trovare un esempio più significativo della tragica impotenza della retorica».

Il cantiere per la costruzione della loggia impressionò allora - come cosa notabile - anche il poeta-fabbro Francesco Corna da Soncino che nel suo Fioretto così lo descrive:

Da tramontana egli è la Loza Nova,
che ancor non è fornita a fabricare;
e tante pietre ivi si ritrova
che a pena lo saprebbe ricontare:
che non lo crede, ne facia la prova:
e vederà le pietre campegiare
scolpite con figure e con disegni,
con cornisoni e frisi richi e degni.

Pare che verso il 1493 i lavori per la costruzione del celebre monumento potessero dirsi sostanzialmente conclusi. Ma se la costruzione era finita, non altrettanto completa poteva dirsi la decorazione. I lavori di abbellimento insomma continuarono ancora per molti decenni (praticamente, non ebbero mai fine) come quando nel 1606, più di un secolo dopo la fine dei lavori, il Consiglio incaricò lo scultore Gerolamo Campagna di scolpire una Annunciazione in bronzo da collocare - come fu - in facciata.

l due altorilievi bronzei fusi da Gerolamo Campagna, raffiguranti l'Angelo annunciante e la Vergine Annunciata, furono collocati, per volere del Consiglio cittadino, al centro della facciata di dove saranno tolti solamente un secolo fa, ai tempi di un malaugurato restauro di tutto il complesso.

«Volendo il Magnifico Consiglio - scrive a questo proposito nel secolo XVIII il cancelliere Maboni - dimostrare in qualche modo la Divozione ed osequio verso la gran Madre di Dio, a procurare ancora, che da tutto questo Popolo sia onorata, e riverita, perciò con sua parte 25 Gennaro 1606, venne in deliberazione di stabilire, ed ordinare, che sonate alla Torre maggiore le ore 24 quel campanaro sonar debba immediatamente tre segni distesi con la campana detta la Marangona ogni sera, il Popolo genuflesso, recitando tre volte la saIutazione angelica pregasse per l'aumento della fede Cattolica, della serenissima Repubblica, e di questa Città; commettendo alli Mag.ci Sig.ri Proveditori di suplicare Mon.r Illmo, e Rev.mo Vescovo a comandare a tutti li Parochi, e curati che al suono della Marangona debbano far sonare l'Ave Maria alle loro Chiese, acciocché in un tempo stesso le persone ovunque si ritrovassero recitar potessero l'Ave Maria».

Era stato proprio nella stessa circostanza che il Consiglio cittadino aveva nominato una commissione composta dai conti Agostino Giusti, Alessandro Bevilacqua e Giulio Cesare Nogarola perché avesse a commissionare a valente scultore la statua da collocarsi a pubbliche spese in luogo eminente da scegliersi a loro discrezione e davanti alla quale ogni sera si dovessero accendere due torce. L'opera veniva eseguita, come si è detto, dallo scultore Gerolamo Campagna, e collocata sul centro della facciata della Loggia del Consiglio.

Ricorda ancora il Maboni come il pontefice Paolo V avesse - con suo breve datato in Roma il 25 febbraio 1611 - concesso indulgenza a tutti coloro che, al suono della campana delle 24 ore, si fossero prostrati in preghiera davanti alla statua e come, alle sere della vigilia di detta festa del 25 marzo, nella Piazza dei Signori si svolgesse pubblica cerimonia con il canto delle litanie in musica, intervenendovi le massime autorità cittadine che pure parteciparono poi, il giorno successivo, alla solenne processione alla chiesa cosiddetta di San Tomaso dei padri Carmelitani ma, in realtà dedicata alla Vergine Annunciata.

Le belle sculture di Gerolamo Campagna ora non sono più sulla facciata della Loggia. Ricoverate dapprima nella sala della musica del Museo di Castelvecchio, da qualche tempo - dopo accurato restauro - sono esposte nel museo di San Francesco al Corso, presso la tomba di Giulietta: "Per la sua posizione pubblica, all'aperto, - sottolinea Sergio Marinelli - e pure per la qualità dell'immagine e della materia, che l'attuale restauro ha potuto verificare e restituire, l'Annunciazione risulta essere indubbiamente la più importante scultura a Verona in un'epoca dominata in realtà dalla pittura".

E ancora «La nobile purezza classicistica delle statue sembra aver influito non poco negli esordi di Claudio Ridolfi e soprattutto di Turchi. Lo scultore conciliava, infatti, un disegno di forme quasi "neoattiche" con un pittoricismo intenso di superfici, motivato sia il dalla sua ammirazione per Veronese sia dalle frequentazioni nell'ambiente palmesco veneziano, ed esso doveva essere ben più evidente in origine quando i erano conservate le finiture delle parti in oro delle statue, ora quasi completamente cadute, Così, ben lungi dal risultare isolato nel suo accademismo, Gerolamo Campagna mostra anche in quest'opera, tra le sue più alte, di inserirsi positivamente nell'evoluzione della scultura veneta, nel delicato passaggio dall'età di Alessandro Vittoria a quella di Camillo Mariani».

Per nobilitare invece le sale interne della Loggia, una prima commissione per un dipinto era stata data, nel 1566, dal Consiglio, ai pittori Bernardino India e Orlando Fiacco. Si tratta del quadro ancora nella Loggia in cui la Beata Vergine col Bambino, fra i Santi Zeno e Pietro Martire, riceve l'omaggio di Verona alla presenza di alcune glorie locali: Gerolamo Verità, Onofrio Panvinio, Gian Battista Montano e Gerolamo Fracastoro.

Di quest’opera Sergio Marinelli ha recentemente scritto: «II punto più esaltante di tutti il dipinto, anche per l’attuale stato di conservazione, è la figura di San Zeno, imponente piramide luminosa, sfavillante nelle vesti liturgiche rese con una materia pittorica di spessore rilevato. Su di lui, collocato in primissimo piano, convergono tutte le linee e i movimenti delle figure della composizione. La vitalità dello sguardo fa intuire un possibile ritratto, forse l'allora vescovo di Verona Agostino Valier. Il piviale di San Zeno è chiuso da una fibbia, come negli altri vescovi di Fiacco, in questo caso adornata di una figura distesa, in foggia di cammeo classico».

Una serie di commissioni ad artisti era poi stata decretata dal Consiglio nella seduta dell'8 aprile 1595, in modo da eternare in dipinti le gesta illustri e i felici eventi della città. Fra i soggetti preposti ci fu anche quello dell'atto di dedicazione volontaria di Verona a Venezia nel 1405, fatto dagli oratori di Verona davanti alla chiesa di San Marco. Di lì a poco l'esecuzione del dipinto fu commissionata a Jacopo Ligozzi mentre altri incarichi erano stati attribuiti a Sante Creara (La consegna delle chiavi della città al provveditore Emo in piazza delle Erbe), ad Alessandro Turchi e ad altri.

Fra queste tele erano ancora visibili, ai primi del ‘900, nei saloni della Gran Guardia, le seguenti, alcune delle quali ancora in loco, altre sistemate poi nei saloni di Palazzo Barbieri, altre distrutte: La Vittoria (leggendaria) riportata dai Veronesi sul Barbarossa a Vacaldo nel 1164 di Paolo Farinati (1598); la Vittoria dei Veronesi sui Mantovani al ponte Molino nel 1199 di Orazio Farinati (1603); e la Battaglia notturna sul Ponte delle Navi, tra Cangrande Il e il ribelle Fregnano nel 1354 di Pasquale Ottino.

Ancora conservata invece nella Loggia - oltre ai già citati lavori del Ligozzi, del Creara e del Fiacco - una tela con Pomponio Trionfatore di Gian Bettino Cignaroli, commissionata al celebre pittore dalla "Compagnia Nogarola" per decorare l'antesala del Consiglio con decreto del 27 febbraio 1750, per ottanta zecchini d'oro. Il Cignaroli avrebbe dovuto dipingere il quadro, secondo le misure e il soggetto suggeriti dal marchese Scipione Maffei, entro il 1750. Il soggetto iniziale, evidentemente più semplice, fu poi sostituito, maggiorando il pagamento di altri 70 zecchini, con questo più impegnativo e cioè Pomponio vincitore dei Catti in Germania in atto di ascendere al campidoglio per gli onori trionfali. Ulteriori ritardi fecero sì che nei primi mesi del 1757 il dipinto non risultasse ancora iniziato. Il Cignaroli si accinse finalmente all'opera nel febbraio 1758 e la condusse a termine in tre mesi.

Sempre nel Settecento, altra opera fu commissionata per la stessa sede a Felice Boscaretti: L'eruzione del Vesuvio oggi nei magazzini del Museo di Castelvecchio. L'opera fu ivi collocata, assieme alle molte altre, con l'intenzione di esaltare anch'essa fatti di storia e personaggi veronesi (Plinio il Vecchio, secondo una ben affermata tradizione umanistica, sarebbe appunto nativo di Verona). Il dipinto raffigura Plinio che assiste all'eruzione del Vesuvio che poi lo avrebbe ingoiato.

Già a pochi decenni dalla sua esecuzione, l’opera venne considerata dallo Zannandreis fra le non felici del nostro che pur dipinse, sempre a detta di contemporanei, cose assai pregevoli: «Ma il suo quadro nella sala del Consiglio, che ora fa parte della Comunale Pinacoteca, mostra apertamente com'ei fosse decaduto. dalla sua prima gradita maniera, ed infeconda si fosse resa la sua fantasia e mal fermo il suo occhio. Vi si rappresenta in gran tela Plinio il Seniore in atto di osservare la famosa eruzione del Vesuvio, nella cui voragine fu questo grand'uomo ingojato. Fa pena veramente di vedere come un soggetto sì bello per un pittore sia stato da lui così meschinamente trattato; tanto più che hassi la lettera di Plinio il nipote, in cui ragguaglia Tacito di sì fortunoso avvenimento, scritta con una tal precisione che bastante sarebbe a ravvivare la fantasia del più meschino pittore, a cui toccato fosse dipingere un tale successo. Donde sia derivato in lui un sì notabile cangiamento, non da altro sembra potersi dedurre che da qualche grave afflizion d'animo che, tutto occupando il suo spirito, traviar lo facesse dal retto sentiero dapprima così lodevolmente calcato».

Nell’Ottocento - anche a seguito della costruzione della nuova sede municipale - la Loggia fu provvisoriamente adibita a pinacoteca civica. Ma veramente, più che di una pinacoteca, doveva trattarsi di un deposito di quadri demaniati dal momento che qui le pitture giacquero ammassate e confuse. E fu per por fine a questo sconcio che non si dubitò - lo ricorda con dolore una relazione letta al Consiglio cittadino nel 1837 - «di metter mano a quella sala medesima che divenuta era un rispettabile e storico monumento, di levarne i seggi, di dividerla in molte stanze, di chiudere internamente le finestre ... ed aprire degli abbaini per ricevere lume dall'alto del tetto; e tutto ciò perché quelle dipinte tele potessero ivi disporsi acconciamente e rimanere esposte allo sguardo di tutti».

Fu così che la Loggia subì all'interno un primo completo rifacimento tra il 1820 ed il 1838 con lavori di vasta portata; mentre sembra che quelli effettuati dal 1870 al 1874, abbiano cambiato la Loggia in modo ancor più drastico. Vennero pure - in quest'ultima circostanza - rifatti il pavimento del portico, i soffitti e le decorazioni del soppalco seguendo la traccia degli ornati visibili. L’Annunciazione di G. Campagna fu spostata all'interno della Loggia, ai lati del portale; inoltre l'edificio si riempì di medaglioni e busti di celebri veronesi: la cosiddetta protomoteca alla cui redazione pare sovrintendesse l'architetto Giacomo Franco.

Si trattava - come ricorda Remo Scola Gagliardi - di una raccolta di 110 immagini scolpite nella pietra raffiguranti i più illustri veronesi del passato e costituita da 32 medaglioni, 49 erme e 22 busti. Sia il Boito che il Simeoni sono concordi nell'assegnare la progettazione al Franco. Per disposizione del municipio essa fu commissionata nel 1870 al Franco che realizzò i disegni dei piedestalli, delle mensole, dei medaglioni e il progetto della sistemazione generale. L'esecuzione dei ritratti venne affidata a noti scultori dell'epoca. Le opere furono portate a termine in tempi brevi tanto è vero che la Protomoteca poté essere collocata all'interno della Loggia entro il 1871.

La facciata della Loggia venne poi completamente ridipinta da Luigi Marai; e in quell'occasione furono evidentemente eliminate le ultime tracce della vecchia pittura, mentre il cornicione si arricchì degli stemmi di Città e Provincia. Ma dopo trent'anni la Loggia si trovò di nuovo in uno stato deplorevole sicché nel 1923 iniziò un nuovo restauro e nel 1940 i busti ed i medaglioni furono trasferiti nell'atrio della Biblioteca Civica. Nel 1960-70 il portico ricevette una nuova pittura e la facciata verso via Fogge fu ridipinta con finto bugnato mentre intorno al 1980 venivano rinforzate le travi del pavimento al piano superiore per rendere la sala maggiormente agibile sia alle sedute del Consiglio Provinciale sia a varie manifestazioni culturali.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1990

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