Michele Sammicheli - Verona

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Michele Sammicheli

"Essendo Michele Sammicheli nato l'anno 1484 in Verona, ed avendo imparato i primi principi dell'architettura da Giovanni suo padre e da Bartolomeo suo zio, ambi architettori eccellenti, se n'andò di sedici anni a Roma (...). E giunto quivi, studiò di maniera le cose d'architettura antiche e con tanta diligenza, misurando e considerando minutamente ogni cosa, che in poco tempo divenne, non pure in Roma, ma per tutti i luoghi che sono all'intorno, nomato e famoso".

Così Giorgio Vasari - il primo biografo del grande architetto veronese - molto icasticamente dà inizio ad una delle più belle fra le "vite" che ci tramandò ad esaltazione degli artisti italiani d'ogni epoca e d'ogni regione: uno squarcio di splendida prosa che si legge ancora con profitto e commozione e tale da rimanere un autentico monumento eretto ad imperitura memoria di un genio tutto veronese.

Dopo di quello del Vasari, altre centinaia di scritti, più o meno importanti, più o meno diffusi, arricchiranno via via una bibliografia sammicheliana oggi corposissima, soprattutto a seguito delle celebrazioni avviate a Verona nel 1959, in occasione del centenario della morte del grande architetto che fruttarono, con una mostra, anche una nuova interpretazione dell'attività del Nostro, non certo prudente realizzatore d’ideali classicheggianti, ma deciso anticipatore dell'intero programma manieristico: in particolare la memorabile mostra, allestita nelle eleganti sale di Palazzo Canossa, dette dell'architetto e della sua opera questa idea più esatta, dopo che pur valorosi apporti precedenti di filologi e critici, sia italiani sia esteri, un poco n’avevano falsato la vera personalità.

Michele Sammicheli aveva saputo dunque rompere con il passato. Discendente da maestri, architetti e scultori oriundi da Porlezza e che avevano illustrato con le loro opere il casato, avrebbe potuto condurre agiata vita in patria, a Verona, dove era nato nella contrada San Benedetto, accontentandosi dell'avviamento allo studio delle arti che gli poteva fornire il padre, maestro Giovanni Da Porlezza, pure architetto. Invece, a soli 16 anni, si porta a Roma; alla scuola del Sangallo, si butta a capofitto nello studio dell'architettura romana, i cui resti numerosissimi disegnava e ridisegnava, studiava nei loro valori volumetrici e nei loro particolari decorativi, scoprendo insieme la vocazione d’architetto, non disgiunta da quella del disegnatore.

A 25 anni, ad Orvieto, collabora alla fabbrica del celebre Duomo, e in quel lavoro come nella costruzione della cappella dei Magi, nella costruzione della Cappella Petrucci e nella ricostruzione dell'antico palazzo del Comune, sempre ad Orvieto, s’impegnerà dieci anni finché, chiamatovi per erigervi una cattedrale, si porterà a Montefiascone. Ormai è un architetto maturo.

Le opere di Orvieto e di Montefiascone hanno imposto le sue capacità all’attenzione di Papa Clemente VII che lo invia con il Sangallo ad ispezionare le fortificazioni degli Stati Pontifici ed in special modo le rocche di Parma e Piacenza. Siamo nel 1526 e da questo momento inizia per il Nostro un periodo di intensissima attività.

Il Sammicheli - per conto della Repubblica di Venezia - visita Treviso e Padova per studiarne le fortificazioni, e ritorna nella sua Verona per costruirvi una serie di opere che lo rendono non solo famoso, ma anche l'architetto, come oggi si direbbe, di moda: Cappella Pellegrini, bastioni, palazzi Pompei, Bevilacqua e Canossa, Porta Nuova, Porta Palio, Lazzaretto, Palazzo Guastaverza, cupola di San Giorgio, tempio della Madonna di Campagna, solo per dire dei principali monumenti.

Il rinnovamento dei fasti dell'architettura dei romani resterà sempre, anche negli anni della maturità, il suo ideale. Le nobili vestigia della Verona romana saranno da lui riprese in un programma di opere atto ad eternare la sua memoria:

"L'architettura del Sammicheli - ricorda il Chiarelli - ha rifatto il volto della città cinquecentesca, con quelle porte che sono porte della città romana; e al Sammicheli poi, hanno guardato tutti gli architetti veronesi fin quasi ai nostri giorni. I grandi portoni delle case veronesi - ce ne sono a centinaia e sono un fatto locale, unico - a bozze, arcuati, vengono dal modo di fare del Sammicheli, ma l'ascendente primo è nelle arcate esterne dell'Arena".

Sottolinea, sempre a tale proposito, Licisco Magagnato come la puntuale rilettura dei testi classici ed in particolare gli approcci ai monumenti antichi veronesi, compiuti dal Sammicheli, facessero sì che il nostro architetto individuasse

"con singolare acutezza, specie intorno al '30 (l'epoca di Palazzo Bevilacqua e della Cappella Pellegrini), la presenza a Verona di un particolare modo di aggregare gli ordini e gli elementi architettonici nei superstiti monumenti del l secolo d.C. (come Porta Borsari, Porta dei Leoni, Arco di Giove Ammone)" e ne ricavasse "temi e canoni fondamentali per la creazione di quelle strutture tormentate e proliferanti, plasticamente vibrate, che diremmo concepite con una sensibilità di schietta impronta ellenistica, quasi come uno sviluppo grandioso di un partito decorativo di ordine corinzio".

Non c'è dunque da stupirsi se sull'onda di siffatte premesse, in una temperie culturale ancora vivacissima e piena di echi sammicheliani, due secoli appresso, un altro architetto veronese, Alessandro Pompei, pubblicando gli "ordini" di Michele Sammicheli, lancerà in prefazione alla sua opera quello che può essere considerato il "Manifesto" del neo-classicismo illuminista.

Così, nel compatto giro delle mura scaligere, Michele Sammicheli inserirà con i baluardi, altri elementi assai significanti: porte monumentali che non hanno niente di guerresco e che somigliano piuttosto a grandi archi di trionfo. Esemplati sulle rovine degli archi romani, esse sono in quest'ottica la prefigurazione dell'immagine nobile che la città intende offrire a chi si accinga a penetrarvi e richiameranno, più che le attenzioni degli ingegneri militari, quelle degli storici dell'arte, a principiare dal Vasari:

"E di vero in queste due porte [Nuova e del Palio] si vede i signori veniziani, mediante l'ingegno di quest’architetto aver pareggiato gli edifizi e le fabbriche degli antichi Romani".

Si dirà che Michele Sammicheli, nella realizzazione di questo suo vasto programma di rinnovamento urbanistico e monumentale della città di Verona, aveva gioco facile. Gli era capitato, infatti, di operare in un contesto sociologico nel quale era normale che parte degli investimenti privati e pubblici, ecclesiastici o laici, fosse destinata a spese per così dire di rappresentanza, quelle che trovano appunto materializzazione in quei monumenti, in quegli arredi ed in quelle sistemazioni di vie e piazze, e di fiumi, i quali restano ancor oggi esplicito documento di una cultura e di una sensibilità in parte smarrita, nonostante che leggi e programmazioni in materia siano oggi gran cosa rispetto al poco di codificato e di pianificato in epoche orma remote.

E un discorso in parte vero, ma in parte falsato anche da un’ottica che Lionello Puppi, fra gli altri, ha rivelato errata, rilevando appunto come a livello progettuale il massimo esponente di una coscienza urbanistica fosse stato per Verona indubbiamente il Sammicheli, la cui immagine peraltro ha essa stessa sofferto, fino a pochi decenni fa, di vane distorsioni e deformazioni per essere stata definita a conclusione di una distinzione aprioristica, entro il campo dell'attività da lui esplicata, fra un momento di pura portata funzionale ed un momento di effettiva rilevanza estetica.

L'immagine sua poi si era presentata anche in qualche modo bifronte, risultando caratterizzata dal volto dell'ingegnere militare, ancorché sapiente, e da quello dell'architetto capace di mettere in forma una sua idea di spazio. AI limite: da una parte il tecnico e il "fortificatore", affidato agli interessi degli storici delle tecniche militari; dall'altra, il poeta meritevole delle cure degli storici dell'arte. Si è trattato, in effetti - sempre a detta di Lionello Puppi - di una dissociazione non pertinente e fuorviante che, del resto, di recente e proprio dopo il 1959, gli studiosi più avveduti si son preoccupati di saldare e superare, sul fondamento di un'analisi più concreta e contestuale, capace di superare gli apriorismi propri di una tradizione storiografica viziata e compromessa e di approdare a un'operazione di restituzione e di lettura autentica, operante e significativa.

L'esponente della dimensione unitaria dell’opera di Michele Sammicheli dovrebbe così risultare - lo sottolinea ancora il Puppi - di evidenza urbanistica: di fatto, l'architetto non solo costituisce ed esaurisce il compito storico affidatogli dalla Serenissima nel quadro della politica impostata dopo I'esperienza di, Cambrai e che lo integra nell’ampia operazione rinnovatrice delle strutture dell'organizzazione territoriale, ma all'istanza urbanistica e territoriale condiziona, nell'essenza, ogni momento della progettazione. Dalla trama di fondo costituita dal rilevamento del terreno, delle sue condizioni di agibilità, del contesto sociale, emerge, si vien definendo, si consolida il progetto: che, sempre, presuppone tutto lo spessore di una visione spaziale urbana, e, appunto, territoriale.

Grande nelle architetture civili e militari, Michele Sammicheli non lo è da meno in quelle di carattere religioso, con emergenze che sono anch'esse talvolta pur urbanisticamente rilevanti. Sammicheli è presente, infatti, pare, a San Tomaso Cantuariense, con il disegno per il nuovo presbiterio e, senz'altro, a San Giorgio in Braida, dove sovrappone al transetto l'arditissima cupola e progetta il campanile, rimasto incompiuto. Egli lavora ancora per Santa Maria in Organo, fornendo il disegno di una nuova facciata su commissione dell'abate Cipriani.

La presenza del Sammicheli - accertata pure nei due templi periferici della Madonna di Campagna e del Lazzaretto - è dunque un elemento di grande rilievo nella storia dell'edilizia sacra veronese di questo secolo.

Il Sammicheli lavora alla Cappella Pellegrini di San Bernardino già prima del 1529, forse dagli ultimi mesi del 1527, mettendo a frutto la sua larga conoscenza dei modelli classici:

"di ellenistica raffinatezza - osserva il Magagnato - torna ad essere il mirabile rilievo, sottile e vibrante...; tornano i motivi dell'arco veronese di Giove Ammone, delle nicchie dell'Arco romano del Velabro, della porta del tempietto di Spoleto; tutti motivi largamente studiati e rielaborati dal Falconetto al Palladio ma qui armonizzati in un concerto plasticamente vibratissimo"

A pianta centrale, come tutte o quasi le costruzioni sacre del grande architetto, la Cappella Pellegrini ebbe a suscitare subito le lodi incondizionate dei contemporanei: "si tiene che per opera simile -scrive il Vasari - non sia oggi altra più bella in Italia". In essa si riscontra, per la prima volta in Verona, la cupola con tamburo che, come segno esclusivamente sammicheliano, tornerà di lì a poco a coronamento delle chiese di San Giorgio in Braida, della Madonna di Campagna e del tempietto del Lazzaretto.

Il disegno della "pergula" o "tornacoro" del duomo fu dal Sammicheli preparato con ogni probabilità attorno al 1535 ed era in esecuzione nel 1541. Si tratta di un lavoro voluto dal Giberti quasi a creare all'interno della rinnovata chiesa cattedrale un sancta sanctorum destinato ad esaltare quella presenza eucaristica che, a norma delle costituzioni del vescovo riformatore, meritava il posto d'onore in ogni tempio delle diocesi, e che proprio qui nella cattedrale era precedentemente conservata, fino al suo arrivo, in un piccolo ripostiglio in un angolo del presbiterio, dove è l'altare di S. Annone.

A ragione il Gazzola sottolinea che il tornacoro rappresenta nel Duomo di Verona, l'estrema versione dell'iconostasi:

"Trasformatosi attraverso i tempi da cancellata in diaframma, l'elemento viene tradotto dal Sammicheli in una struttura plastico-spaziale: facendo partecipare la formula della tradizione veneta con la nuova versione planimetrica del Rinascimento l'architetto crea un ambiente che nel contesto della costruzione del duomo gode, in pianta ellissoidale, di una propria autonomia".

Sempre al Sammicheli, assistito nell'esecuzione da Bernardino Brugnoli, si deve il disegno del campanile della Cattedrale, rimasto incompiuto. Esso fu impostato sulla solida base previa demolizione della torre campanaria preesistente, romanica. Narra il Vasari che, assente il Sammicheli, un vicario del vescovo, onde affrettare l'opera, facesse sovrintendere il lavoro da persone incompetenti, ma giunta la costruzione al piano delle campane questa s'aprisse in quattro parti e si dovesse tutta atterrare. Tornato il Sammicheli i lavori ripresero lentamente con qualche modificazione. Dal 1555 fino al 1569 abbiamo registrazione di spese per I'opera lasciata in tronco nel 1579.

E mentre attendeva in patria a queste opere, Michele Sammicheli si spostava continuamente per eseguire le fortificazioni del ducato di Francesco Sforza e della Repubblica di Venezia: Dalmazia, Lido di Venezia, Malamocco, Zara, Corfù, Creta, Chioggia, Padova, Sebenico. Opere che hanno consegnato ai posteri la di lui fama di grande architetto militare, il massimo forse. Nel 1559 attendendo alla costruzione del tempio della Madonna di Campagna, in un giorno d'autunno, nella casa sita in contrada dell'Isolo di Sotto, alla Bina Strova, il grande architetto si congedò dal mondo, senza discendenti di sangue, ma con una schiera di discepoli che porteranno alto il nome della sua arte (il suo corpo sarà sepolto nella vicina chiesa di San Tomaso Cantuariense, dove tuttora riposa).

Ma il suo messaggio, come tutti i messaggi dei grandi uomini, non muore con lui: non solo la sua polifonica creatività ebbe, infatti, ad ispirare costantemente l'attenzione degli studiosi. non solo la severa dignità della sua produzione alimentò con consequenzialità le soluzioni posteriori dell'architettura religiosa civile e militare veronese, ma oggi si scopre che egli è architetto ancora attuale, ancora in grado di essere vicino alla nostra sensibilità.

Nessuno degli architetti veronesi che gli successero, dal Curtoni al Giuliari, dal Pompei al Trezza, seppero sottrarsi del tutto alle suggestioni, all'immagamento che l'architettura sammicheliana -sparsa copiosamente nel tessuto urbano di Verona - esercitò.

Il clima della grande lezione, spesso assimilata, qualche volta soltanto orecchiata, si respira dunque nell'arco di qualche secolo di soluzioni architettoniche e urbanistiche di Verona e provincia. E si potrebbe parlare in tal senso anche di una colpa del Sammicheli. Se fosse lecito esprimersi in questi termini ogni qualvolta ci si imbatte in una grande personalità che, esercitando il suo fascino, soggioga e incatena spiriti più modesti, uomini che non hanno il coraggio di rompere con il passato, incapaci di creare e di inserire nell'alveo della storia discorsi nuovi.
Fonte: BPV 1/84

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