Montecchio Maggiore - Castelli di Giulietta e Romeo - Verona

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Montecchio Maggiore - Castelli di Giulietta e Romeo

Verona / Italia
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Arroccati di fronte l'uno all'altro sul colle di Montecchio Maggiore, sulle prime propaggini dei Monti Berici, i due castelli di Bella Guardia e della Villa rappresentano uno dei più curiosi oggetti del contendere tra Verona e Vicenza. Una controversa tradizione vuole, infatti, che Giulietta e Romeo, i celeberrimi amanti di Verona, fossero in realtà vicentini, ed abitassero appunto nei due castelli "incriminati": il castello della Villa, il più settentrionale, sarebbe appartenuto alla famiglia dei Montecchi, mentre quello di Bella Guardia avrebbe avuto come suoi signori i Capuleti.

Un bello scippo per la città scaligera, che grazie agli sfortunati giovinetti resi immortali dalla penna di William Shakespeare ha conquistato nel mondo la fama di "città dell'amore". Non a caso, da tempo i veronesi combattono contro quella che definiscono una tradizione infondata, creata "ad hoc" da qualche astuto commerciante per fare un po’ di soldini sfruttando la commovente leggenda.

"Un giorno un ricco industriale - raccontava qualche decennio fa lo storico veronese Tullio Lenotti - percorrendo in macchina le strade del Vicentino, giunse a Montecchio Maggiore e, salito sul colle, si soffermò tra i ruderi dei due castelli di Villa e di Bella Guardia. Preso dalla bellezza panoramica del paesaggio, egli ebbe un'ispirazione non del tutto poetica: trasformare uno dei due castelli in una taverna tipica, “buona ad ospitare comitive di rango”. E mise a disposizione il denaro occorrente. Seguì una spettacolosa pubblicità, innestando il richiamo alla taverna con la leggenda di Giulietta e Romeo. Si asserì, e si asserisce - continua il Lenotti - che i due castelli sarebbero appartenuti l'uno ai Capuleti e l'altro ai Montecchi, donde il nome di Montecchio Maggiore al paese sottostante. Da uno di essi – e qui il tono si fa decisamente canzonatorio - Romeo, su cavallo bianco, avrebbe preso la via dell'esilio verso Mantova."

Viene allora da chiedersi come e su quali basi si sia originata questa versione circa l'origine di Giulietta e del suo innamorato. Un primo indizio, indiscutibile, riguarda il fatto che il primo cantore della loro tragedia fu proprio un vicentino, il conte Luigi Da Porto (1485-1529). In servizio come comandante di una compagnia di cavalleria leggera al servizio della Repubblica di Venezia, il Da Porto fu gravemente ferito (un colpo di lancia gli trafisse la gola) durante una battaglia combattuta contro le truppe imperiali nei pressi del fiume Natisone, nel 1511. Dopo una lunga convalescenza e varie vicende, legate alle alterne sorti dei beni della famiglia, il conte ottenne nel 1522 la carica di vicario di Arzignano, e seguì inoltre il problema delle fortificazioni della sua Vicenza. AI soggiorno in città alternò quello nella solitudine della sua villa a Montorso, nei pressi della stessa Arzignano. E' a questo periodo della sua vita che risale la sua produzione letteraria, che spaziò dalla cronachistica, alla poesia, alla novellistica.

Le sue opere non conobbero tuttavia grande fortuna, ad eccezione di una sola novella: l'Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti con la loro pietosa morte intervenuta al tempo di Bartolomeo della Scala, composta attorno al 1524. Nell'epistola dedicatoria, indirizzata alla cugina Lucina Savorgnan, il Da Porto racconta di aver ascoltato la triste vicenda dei due innamorati dalla voce di un suo arciere, tale Pellegrino da Verona, nel corso di un viaggio a cavallo in Friuli: l'uomo a sua volta, l'avrebbe ricavata da "alcune vecchie cronache". In realtà, quello della novella narrata nel corso di un viaggio altro non è che un topos letterario: e alcuni critici si sono spinti fino ad ipotizzare che, sotto le forme della tragedia, l'autore celasse il ricordo di un proprio amore infelice, magari per la stessa dedicataria dell’Historia.

Quale che fosse l'origine della novella, Da Porto non ebbe il tempo di gustarne lo straordinario successo: probabilmente l'unico a lodargliene la bellezza fu un amico, il cardinale Pietro Bembo, al quale il nostro aveva fatto prontamente avere una traccia del suo scritto. La fortuna della romantica vicenda di Giulietta e Romeo si sarebbe diffusa solo dopo la morte del suo autore: il racconto fu, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1531, due anni dopo la scomparsa del Da Porto.

L'Historia sarebbe stata ristampata otto anni più tardi col più semplice titolo La Giulietta, segno che la vicenda già si identificava nel nome della sua sventurata eroina. La straziante storia d'amore sarebbe stata subito ripresa da altri e più illustri novellieri, come Matteo Bandello, per varcare ben presto i confini italiani: ristampata più volte nelle maggiori città europee, la leggenda di Giulietta fu fatta propria da autori francesi, spagnoli, e soprattutto inglesi, tra i quali naturalmente il grande drammaturgo William Shakespeare, capace di rendere così struggente la storia dei due amanti da non temere più la concorrenza di alcun altro letterato.

Nessuna delle varie versioni della vicenda, men che meno quella del Da Porto, fu però mai ambientata fuori dalle mura di Verona: e sì che le variazioni alla traccia narrativa originale non mancarono, come nel caso dello spagnolo Lope de Vega, che la concluse con un inedito lieto fine.

Dunque, al di là delle origini vicentine del Da Porto, quali indizi concreti riconducono i due innamorati ai castelli di Montecchio? Ancora a detta di Lenotti, all'origine di tutto non ci sarebbe che un semplice equivoco, peraltro di epoca recente. "Alcune guide straniere - racconta - nell'illustrare il tragitto della nuova ferrovia Verona-Vicenza (inaugurata il 2 luglio 1849), citarono i due castelli come appartenenti alle due famiglie avversarie, confondendo Montecchio Maggiore con Montecchio Precalcino dove, secondo antichi cronisti, avrebbe avuto origine la famiglia Montecchi, già a Verona dal 1136".

Del resto, la documentazione relativa alle vicende storiche dei due castelli testimonia come nessuno di essi abbia mai avuto a che fare con le famiglie Montecchi e Capuleti. Sorti per controllare le valli dell'Agno e dell'Onte, i due castelli risalgono probabilmente al XIV secolo: li troviamo, infatti, citati nel trattato di pace stipulato da Mastino Il della Scala nel 1339, a conclusione della guerra veneto-scaligera. E' tuttavia accertato che la fortificazione del colle ebbe origini molto più antiche: forse non risalente al tempo dei romani, come ipotizza qualche studioso, ma quantomeno all'XI secolo. A quest'epoca risalgono, infatti, le prime notizie sicure sull'incastellamento del colle: secondo alcuni studiosi esso fu opera della famiglia dei Bongiudeo cui sarebbero succeduti nel secolo successivo i Pileo. Quest'ultima famiglia fu poi impegnata nelle lotte con Alberico ed Ezzelino da Romano, e ne uscì sconfitta (1243), motivo per cui il suo castello venne quasi completamente distrutto.

Montecchio rimase sotto il dominio di Ezzelino fino alla sua morte (1259) quando ciò che restava del castello tornò in possesso dei Pileo, che tuttavia si estinsero di lì a pochi anni. Si deve quindi probabilmente a Mastino I della Scala, che acquistò il controllo di Montecchio nel 1266, la ricostruzione delle fortificazioni del colle.
Il ruolo di Mastino e dei suoi successori nel processo di costruzione dei castelli è controverso. Oggi l'ipotesi più accreditata vede proprio in questo signore scaligero il promotore dell'edificazione dei due castelli, riservando a Cangrande Il un ulteriore rifacimento delle loro strutture che raggiunsero così le dimensioni e la forma attuali.

Nonostante la mole imponente, che costrinse anche ad un notevole impegno finanziario, i due castelli non furono mai teatro di eventi bellici di particolare rilievo, e passarono pressoché indenni nelle mani dei Visconti prima e dei veneziani poi. La loro decadenza prese il via all'epoca della guerra di Cambrai, la stessa che vide il ferimento del Da Porto: in quest'epoca, infatti, il generale veneziano Bartolomeo d'AIviano dispose lo smantellamento di tutte le opere fortificate della regione, nel timore che i nemici potessero trovarvi riparo. L'opera di demolizione fu avviata nel luglio 1514, ma non dovette procurare ai due castelli danni irreparabili. Lo testimoniano il loro acquisto da parte della comunità di Montecchio, nel 1742, e la particolare attenzione di cui i due castelli divennero oggetto nei primi decenni del 1900.

Nel 1939 le autorità locali provvidero, infatti, alla loro ricostruzione, nel sostanziale rispetto della loro struttura originaria.

La loro tipologia è quella dei "castelli-recinto". Il castello di Bella Guardia è costituito da un recinto a sei lati, con pianta ad elle: l'ingresso si apre proprio nell'angolo più protetto, che era così possibile tenere sotto tiro sia di fronte sia di fianco. La porta, senza ponte levatoio, presenta alcuni accorgimenti tecnici che hanno permesso di ipotizzarne una struttura a doppia chiusura, a saracinesca o a battenti.

All'interno della cortina muraria, lunga complessivamente circa 200 metri, si erge un unico edificio: la torre del Mastio, con la base a tronco di piramide in pietra tenera e il corpo di mattoni. Manca ogni traccia di torri angolari: le cortine murarie appaiono in compenso rinforzate da massicce pietre d'angolo.

Il castello della Villa sorge su un dosso collinare leggermente più basso. Più esteso del precedente, questo castrum ha la forma trapezoidale, se pur con adattamenti dovuti alla necessità di seguire il profilo orografico del colle: lo caratterizzano tre sporgenze, in origine probabilmente turrite. Delle tre torri originarie rimane solo quella di sud-est, posta a protezione dell'ingresso. AI Iato opposto, a nord-ovest, sorge altissimo il Mastio: come il suo "gemello" di Bella Guardia, ha base in pietra a tronco dl piramide e alzata in mattoni.

L'estrema, insolita vicinanza tra i due castelli ha spinto gli storici ad interrogarsi sulla loro funzione: i nomi che li contraddistinguono hanno portato ad ipotizzarne un utilizzo distinto, militare per quello di Bella Guardia e civile per quello di Villa. Un'interpretazione affascinante, purtroppo non supportata da alcun riscontro documentario. Il mistero dei due castelli vicini è quindi destinato, almeno per il momento, a rimanere tale.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1996

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