Mura e Porte - Dal III al VI secolo - Verona

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Mura e Porte - Dal III al VI secolo

Verona / Italia
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La storia di Verona romana è, tutto sommato, decisamente lineare: una delle tante città di provincia, sicuramente non una delle secondarie, ma nemmeno una delle importantissime. Questo alla fine della prima metà del III secolo d.C. Poi la crescente e sempre più drammatica grande crisi economica dell'Impero, gli spostamenti di popolazioni bellicose, d’anno in anno meno controllabili dal potere centrale e sempre più compatti e vasti, e il progressivo impoverimento della materia prima della forza lavoro dell’Impero, gli schiavi, fanno sì che la situazione generale muti profondamente, anche se nella forma il sistema politico sembra ancora intatto; e l'importanza che nei momenti di splendore dell'Impero risiedeva tutta al centro, nell'Urbe eterna, passa ora alla periferia: una necessità difensiva e organizzativa.

Le mura frettolosamente costruite da Gallieno fra l'aprile e il dicembre del 265 sono il più inequivocabile segno che tutto un sistema, non solo la parte difensiva dello stesso, è in crisi, e che con esso sono in crisi anche le strutture che lo formano e, prima fra tutte, la città con le sue dipendenze, le sue caratteristiche militari ed economiche all'interno della sistemazione politico-economica dell'Impero.

Negli ultimi due secoli di sempre più precaria vita dell'Impero, Verona, a poco a poco, consolida la sua posizione e prepara le basi del suo destino di fortezza nord-orientale della Penisola: destino di centro e avamposto militare segnato per sempre: fino al 1866, ed oltre! Destino che sarà per essa denso d’avvenimenti e di trasformazioni non sempre felici: essere al centro della Storia significò anche per Verona vivere il bene e il male che sono compresenti nelle azioni degli uomini grandi e piccoli che costruiscono, giorno dopo giorno, consciamente o inconsciamente, la Storia.

Così la nostra città, dopo la caduta d’Aquileia, nel 452, che non resistette alla piena disordinata e travolgente delle orde degli Unni, fu il baluardo della difesa orientale; e questo è per Verona il frutto più maturo e duraturo della meteorica comparsa di Attila nelle già disastrate pagine della storia italica del V secolo. Importanza di Verona che si ritrova pochi decenni dopo, nei giorni seguenti la battaglia di San Martino Buon Albergo che vide Teodorico definitivamente vincitore su Odoacre dopo una sanguinosissima lotta, quando il re goto, come una delle sue prime e naturali preoccupazioni di re guerriero, pensò a rifortificare la città con una serie di interventi e di operazioni che possiamo supporre studiate ed eseguite con precise capacità militari e abilità architettonica.

Queste fortificazioni e queste costruzioni teodoriciane, infatti, terminate tra il 493 e il 506, resteranno il valido bastione difensivo e la struttura architettonica (in senso lato) di Verona, sostanzialmente inalterati fino al primo chiaro espandersi della città oltre le mura, e all'allargamento delle stesse che si precisa dall'XI al XII secolo alle soglie ormai dell'età comunale. Teodorico intervenne in modo incisivo soprattutto sulla sponda sinistra dell'Adige munendo il colle di San Pietro che era stato già, ai primordi della storia di Verona, la prima sede della città; fiscalizzò probabilmente tutta la zona che va dall'Isolo ad est fino al torrentello, oggi scomparso, che si gettava nell'Adige nei pressi dell'attuale San Giorgio: di questa fiscalizzazione rimane ancora oggi il ricordo nel toponimo di "Valdonega" Vallis Dominica (proprietà diretta del re).

La cinta muraria, che allargava quella preesistente del tempo di Gallieno, percorreva all'incirca le attuali v. Fontanelle, via San Carlo, tagliando quindi la zona con le vie Fontana e Fontana di Ferro, scendendo quindi a via Santa Chiara per via San Giovanni. Restavano fuori delle mura, rispettivamente a occidente e a oriente, le due chiese più importanti della Verona di allora: Santo Stefano (in parte mutilata dalla costruzione di questa cinta muraria), che fu la cattedrale fino al secolo VIII, e San Giovanni in Valle, forse la cattedrale ariana, senza dubbio una chiesa battesimale che, almeno per un certo periodo, fu anche contrapposta alla chiesa battesimale ortodossa di San Giovanni in Fonte.

Due porte, ora completamente scomparse si aprivano, una sulla via Postumia, Porta "ad Organum" (che cosa sia stato questo edificio, questo "Organum" che compare anche nell'iconografia di Raterio di cui parleremo, non è più dato saperlo), e l'altra, Porta Santo Stefano, sulla strada della Vai d'Adige. Costruì quindi il suo "palatium", fuori della cinta del "castrum" appena descritta, ma saldamente collegato con lo stesso e con la città romana, la città dei civili, per mezzo di un loggiato: una specie di passaggio fortificato. L'opera di allargamento si completò quindi nella parte sud della città, facendo avanzare di alcune centinaia di metri il muro di congiungimento tra Porta San Zeno (Porta Borsari) e l’Arena (attuale via Oberdan), includendo nella protezione della cinta muraria un sobborgo (attuale isolato tra v. Mario, v. Cantore e, appunto, v. Oberdan) che prese il nome di "Falsorgo", "Falsus Burgus" (il Faubourg parigino!): falso perché non più fuori della cerchia muraria, ma mantenente ancora, evidentemente, le caratteristiche del borgo.

Che gli interventi di Teodorico non si siano fermati qui, lo si può desumere anche dal nome che nel Medioevo ebbe l'Arena: Ditrica (da Dietrich, Teodorico): certo sappiamo bene che non fu lui a costruirla, ma il fatto di avergliela attribuita è una testimonianza indiretta della sua attività edificatoria e fortificatoria: probabilmente avrà continuato quell'opera di trasformazione dell'Arena in "labirinto", fortezza della quale si parla anche nel Versus de Verona: quella descrizione ritmica della città composta fra il 796 e l’805 che, insieme con la già ricordata Iconografia Rateriana, della quale ci serviremo più avanti per illustrare Verona, città imperiale, in pieno X sec., costituisce una preziosa guida per chi voglia tracciare un ritratto della nostra città in questi tempi non sempre ricchi di esauriente documentazione.

Nel Versus l'Arena è definita come "...altum laberintum magnum per circuitum »: un labirinto molto elevato e di grande circonferenza.

Così munita Verona non poté non essere una delle prime e una delle più forti città di resistenza all'attacco congiunto di Franchi e Bizantini in quella tremenda carneficina che fu la cosiddetta guerra gotica; e proprio nel primo anno di questa guerra, il 541, avvenne l'occupazione e subito dopo la liberazione della città. I Bizantini, entrati con sorpresa per Porta San Zeno, erano rimasti tuttavia solo all'interno della città romana, a destra dell'Adige, poiché i Goti si erano prestamente ritirati nella cittadella, a sinistra del fiume, chiudendo le porte dei Ponti (ancora oggi il Ponte Pietra sul lato destro presenta una torre con porta di accesso alla città). Dalla cittadella i Goti riuscirono a ricacciare i Bizantini dalla città e a rinchiudere le porte della sponda destra: Porta Leona, Porta San Zeno e le Porte minori (Postierle) come quella dell'Arena, detta anche Postierla di Gallieno.

Così Verona resistette, grazie alle sue munite fortificazioni, con sortite ed esiti alterni caratterizzati dal fatto che durante questa guerra essa divenne effettivamente la capitale di questo regno goto che sembrava ricostituirsi dopo ogni sconfitta e nonostante le gravi perdite, fino al 20 luglio del 560, quando le truppe di Narsete la occuparono riuscendo a reimporre per nemmeno un decennio il dominio di Bisanzio anche sulla nostra città. Infatti alla fine del 568 o agli inizi del 569 i Longobardi di Alboino si presentarono alle frontiere orientali della Penisola, pronti a modificarne radicalmente la situazione con una lunga lotta di occupazione che si protrasse all'incirca per venti anni: e, di nuovo, Verona fu un caposaldo e centro di questi luttuosi avvenimenti.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1981

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