Museo Archeologico - Verona

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Museo Archeologico

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Rigaste Redentore, 2 - Verona 8,30-19,30 - lunedì 13,30-19,30 Ingresso a pagamento.
Il Museo archeologico di Verona fu istituito nel 1924 nella sede del quattrocentesco convento dei Gesuati, edificato sull'area del Teatro Romano e soppresso dalle leggi napoleoniche nel 1805. Le collezioni archeologiche erano depositate dal 1857 presso il Museo Civico a porta Vittoria, il palazzo sammicheliano attuale sede del Museo di Scienze Naturali.

Il cospicuo materiale archeologico proviene dalle collezioni private legate per testamento o donate al Comune e confluite nel Museo Civico alla metà dell'Ottocento. Le principali collezioni sono quella di Giovanni Fontana, formatasi nella seconda metà del Settecento, comprendente elementi decorativi e statuaria in marmo provenienti dal Teatro Romano; quella di Giacomo Verità, legata alla Biblioteca Civica nel 1827, che conta circa cinquecento pezzi tra urne etrusche, testine di terracotta, statuette in bronzo e lucerne, vasi in ceramica greci; le quattordici epigrafi donate nel 1861 da G. Gerolamo Orti Manara; le novantadue epigrafi donate nel 1866 da Antonio Smania per celebrare l'annessione del Veneto all'Italia.

Nel 1868 il Comune acquistò dagli eredi la collezione di Jacopo Muselli, formatasi tra il '600 e il '700, che comprendeva circa quattrocento pezzi tra oggetti in vetro provenienti da necropoli, oggetti in terracotta e in bronzo e lucerne. Nel 1887 l'archeologo Bernardino Biondelli donava una trentina di vasi in ceramica di produzione etrusca, mentre nel 1872 il Comune aveva acquistato i vasi in ceramica della collezione Lazise-Gazzola. Nel 1895 Carlo Alessandri, che faceva parte della Commissione di Conservazione del Museo Civico, donò la sua consistente collezione di statuaria, vasi italioti, statuette in bronzo, oggetti in vetro e lucerne. Nel 1904 il Comune acquisiva l'intera area teatrale e gli edifici che v’insistevano dagli eredi di Andrea Monga e la sua collezione archeologica, costituita da elementi architettonici e decorativi della scena teatrale ed epigrafi.

Alle collezioni si aggiunsero i numerosi reperti rinvenuti durante i lavori per la costruzione dei muraglioni dell'Adige tra il 1890 e il 1893, come pure il gruppo di statue di grandi dimensioni rinvenute nell'agosto del 1890 alla base del muro medievale che correva tra la gradinata fine del Duomo e la chiesa di San Pietro in Archivolto. Contribuirono inoltre all'arricchimento del patrimonio archeologico, specie di quello epigrafico, i ritrovamenti casuali, o in seguito a scavi occasionali, in città e provincia.

Iniziamo il percorso di visita dall'ingresso del dei museo dove, nella saletta a destra della portineria, sono collocate quattro erme bacchiche rappresentanti Dioniso giovane e Dioniso barbato, un giovane Satiro e un Sileno barbuto rinvenute da Andrea Monga nel 1837 durante i lavori che si protrassero per un decennio per portare alla luce i resti del teatro antico.

Le quattro erme decorative di gusto neoattico sono databili agli inizi del Il secolo d.C. Il neoatticismo o arte colta è il movimento artistico che fiorì ad Atene tra la metà e la fine del Il secolo a.C. e imitò o copiò sia le opere greche de V e IV secolo a.C., sia le più arcaiche. Si diffuse a Roma durante il periodo repubblicano e impregnò di classicismo il periodo augusteo. Appartengono allo stesso gruppo decorativo la cariatide (a destra), il busto di "Kore", fanciulla, e la sfinge (nel locale d'accesso), tutte di indirizzo arcaistico, che erano inserite nella decorazione del fondale in muratura della scena teatrale. Allo stesso gruppo appartengono infine la voluta a testa di ariete con figura di satirello inginocchiato, l'altra voluta a testa di ariete con resti di satirello e il plinto con tre figure di donne, in atto di fare libazioni, sedute sotto un riquadro, un tempo con una figurazione dipinta. Le tre opere di età augustea (23 a.C. - 14 d.C.) si riferiscono alla decorazione dei palchi, tribunalia, posti sopra le entrate laterali a volta tramite le quali si accedeva alla cavea, oppure della tribuna centrale.

Sulla parete a destra del locale d'accesso i frammento di marmo con figura di cerbiatto accosciato, elemento decorativo che apparteneva probabilmente al bordo di una vasca posata su pilastrini divisori. A fianco della passerella per cui si esce nell'area teatrale, sono in vista parti in muratura pertinenti all'edificio della scena teatrale, mentre i due grossi tronchi in piombo sono le tubazioni dell'acquedotto romano rinvenute tra le rovine del ponte Postumio, costruito in età repubblicana sull’Adige, sul proseguimento del decumano massimo, attuali Via Cavour, Corso Portoni Borsari, via Sant' Anastasia, e poi via Santa Chiara e via San Nazaro. Il ponte, che era sito all'altezza della chiesa di Sant' Anastasia, era già distrutto nell'XI secolo.

Attraversata la cavea, tramite l'ascensore si accede al Museo archeologico, che occupa gli spazi dell'edificio conventuale, dove è esposta una scelta del materiale proveniente dalle collezioni archeologiche e dai ritrovamenti casuali.

LA PRODUZIONE CERAMICA

Nella prima sala a parete due vetrine con reperti che coprono l'arco evolutivo della produzione ceramica greca. Nella prima vetrina alcuni esemplari di stile geometrico (VIII sec. a.C.) cui segue la fase orientalizzante (VII sec. a.C.), caratterizzata dalla rappresentazione di file di animali reali e fantastici e da rosette e croci uncinate che riempiono gli spazi vuoti. I colori sono chiari dal rosso-bruno, al giallo bruno chiaro al bianco. Il repertorio figurativo della produzione di Corinto (seconda metà VII, inizio VI sec. a.C.) è rappresentato da pantere, leoni, capri e sfingi.

A questa produzione appartengono il vasetto di forma allungata che conteneva profumi (alabastron) con due galline affrontate e palmette, rosette e foglie di edera stilizzate a riempire gli spazi vuoti; il contenitore globulare per profumi (aryballos) con capro che pascola; la ciotola biansata (kotyle) con pantera tra un'anatra e un capro.

Nella produzione a figure nere (600-520 a.C.) le immagini sono incise e dipinte a vernice nera sul fondo rosso dell'argilla. I soggetti sono costituiti da episodi tratti dalla mitologia e da efebi. Sul collo e nella parte inferiore del vaso si trovano fasce di decorazione a palmette o a girali vegetali e a meandro. Sulla brocca ad un solo manico è raffigurata l'uccisione del toro cretese da parte di Teseo.

Su uno dei lati dell'anfora con due anse un guerriero greco combatte con un'Amazzone, sull'altro le due figure maschili centrali si scambiano un gallo, dono erotico simbolo di virilità. I due personaggi laterali sono in atto di danzare. Frequente era la rappresentazione sulla produzione ceramica dell'efebia, cioè del periodo tra i diciotto e i vent’anni durante il quale i giovani ricevevano un'educazione militare sotto la guida di magistrati e istruttori.

Nella seconda vetrina sono esposti esemplari della fase a figure rosse (520 - primo quarto del III sec. a.C.). Tale tecnica consisteva nel tracciare con la vernice nera, sul fondo rosso dell'argilla, il contorno delle figure e riempire di nero lo spazio circostante con vernice diluita servendosi di pennelli. I soggetti riprendevano il repertorio mitologico, ma anche la vita quotidiana: scene di simposio, di gineceo, di guerra, di caccia, di palestra, cortei nuziali e funebri.

Sulle coppe di forma larga e bassa (kylix) sono rappresentati: il ratto di Arianna, figlia di Minosse, da parte di Teseo, un’Amazzone che corre all'assalto, una divinità femminile che sta compiendo un rito. Sull'anfora panciuta a due anse sono due giovani atleti nella palestra, nella tazza biansata la civetta tra due rami di ulivo è simbolo di Atena.

Questo stile si sviluppò nell'Italia meridionale e in Sicilia (fine V, primo quarto del III sec. a.C.) con diverse aree di produzione: lucana, apula, pestana, campana. Di produzione apula è il cratere a campana, che conteneva il vino nei banchetti, con due giovani ammantati a colloquio, come pure il bicchiere a testa di toro (rython) con raffigurato un erote (amorino) in volo con una corona e un piatto per i sacrifici. Significato sacro ha anche l'anfora (hydria) forse di produzione pestana con l'erote che si muove verso sinistra con una corona e una benda.

LA SCULTURA

Tre sono i filoni in cui si possono suddividere le manifestazioni scultorie: il primo comprende opere importate o eseguite a Verona da maestranze greche, la produzione neoattica e quella ufficiale comprendente ritratti della famiglia imperiale e statue iconiche, cioè statue-ritratto di personaggi in vista che amavano farsi rappresentare secondo modelli culturali di stampo classicistico. Il secondo comprende le opere prodotte da artisti locali che in parte risentono dell'influenza delle opere importate. Il terzo comprende la produzione locale di rilievi funebri destinati alle necropoli: sarcofagi, are, stele e cippi.

Si rifà al gusto neoattico l'ara, riutilizzata come puteale (al centro della prima sala), con quattro figure di Menadi danzanti in un tiaso bacchico, rese con corposità e vivacità, da attribuire ad una produzione locale della fine del primo secolo d.C.

Alla scultura ufficiale, destinata alla esaltazione della famiglia imperiale o di privati cittadini, ispirata alla statuaria greca, ma che ritrae fedelmente il personaggio celebrato, appartiene il torso di imperator loricatus, rinvenuto nel 1955 in vicolo San Clemente, in marmo greco d'importazione che, per la sua alta qualità artistica, mostra legami con l'arte urbana. Da notare il contrasto cromatico tra il panneggio del mantello e le superfici metalliche della corazza che, per il suo taglio, permette di datare la statua alla prima metà del primo secolo d.C. (sulla parete corta, al centro).

Notevole esempio di ritrattistica ufficiale è la testa (accanto al torso precedente) in marmo greco, rinvenuta nel 1890 negli scavi in Piazza Duomo. Il personaggio, che era rappresentato in nudità eroica, è forse da identificare con Ottaviano e da datare al terzo venticinquennio del I secolo a.C.

Due esempi di statue-ritratto sono collocati nella Sala seconda (parete lunga di fronte all'ingresso). La prima (4° da destra) priva della testa e del braccio sinistro, proviene dagli scavi del Duomo. Di dimensioni superiori al naturale è un'opera eclettica databile alla seconda metà del I secolo d.C. Nella parte superiore, fortemente scorciata, risente del gusto neoclassico che già in periodo ellenistico si rifaceva ad opere della metà del V secolo a.C., mentre nella parte inferiore predominano gli effetti coloristici tipici del medio e tardo ellenismo. La statua, in marmo lunense, rappresenta Igea e fu rinvenuta negli scavi in Piazza Duomo.

La seconda (3° da sinistra), priva della testa e della mano sinistra, aveva la testa velata con un lembo dell’himation, mantello che risaliva a coprire il retro. Entrambe le braccia sono strettamente avvolte dal mantello, la mano destra si avvicinava al mento, la sinistra usciva dalle pieghe del mantello. Si tratta di una statua di Pudicitia di uso onorario o funerario. Era sormontata dal ritratto realistico del personaggio femminile che esprimeva, con un atteggiamento di riservata compostezza, gli ideali culturali della donna delle classi medie in ascesa.

Un altro esempio di statua-ritratto di tipo onorario è rappresentato dal personaggio maschile avvolto dal mantello, che, con il braccio destro piegato al gomito, regge il rotolo di pergamena, in atteggiamento di uomo di lettere. Indossa le calzature peculiari ai personaggi di rango senatorio formate da corregge annodate una sola volta attorno alle caviglie. La statua è databile alla prima metà del primo secolo d.C., mentre la testa non pertinente è posteriore. Fu donata da Gaetano Pinali nel 1843 alla Biblioteca civica e quindi passò al Museo.

Tra le copie di statuaria greca notevole per la qualità esecutiva è la replica dell'Afrodite di Fidia (al centro della seconda sala), che richiama lo stile delle dee in abbandono del frontone orientale del Partenone. In marmo pario l'opera è sicuramente importata, ma dimostra che la committenza non è estranea al gusto locale. E' databile al secondo secolo d.C. e fu rinvenuta negli scavi del Duomo.

Rientra tra le statue a destinazione decorativa il torso pertinente ad una replica di efebo policliteo con un preciso significato ideologico di richiamo alla classicità (nella seconda sala, lato corto a destra, 2° statua). Fu rinvenuto in vicoletto Leoni, presso il ponte Navi, nel 1865 ed è databile alla fine del I secolo d.C.

Appartiene alla produzione locale il sarcofago (nella prima sala, addossato alla parete a sinistra) di piccole dimensioni con coperchio a spiovente. La fronte ha nella parte centrale una decorazione a scanalature ondulate e ai lati due eroti alati nudi, con le gambe incrociate, appoggiati ad una fiaccola capovolta, simbolo della vita che si estingue, l'altro braccio sostiene il capo reclinato in atteggiamento pensoso; essi rappresentano la nostalgia per la persona amata che è scomparsa. Il monumento funebre è databile al III secolo d.C.

Sulla stessa parete sono collocate tre urne-ossuario: l'una a tronco di cono con coperchio piatto; l'altra a corpo cilindrico con coperchio bombato; la terza, quadrilatera, con coperchio circolare, forse non pertinente, ornato da due leoni che hanno tra le zampe una testa di ariete, simbolo della morte divorante. Dalla fusione dell'antica tradizione del vaso cinerario chiuso da coperchio con l'ara cilindrica di origine ellenistica derivano i cippi cilindrici con coperchio come quello collocato nel chiostro (a destra dell'accesso). Il bordo del coperchio, ornato da due leoni attorno ad un’appendice conica, e la metà superiore del cilindro sono occupati dall'epigrafe che ricorda il banditore Attico Priamo (Attici Priami praiconis, Cil. V, 3353). Nella parte inferiore una fascia ornamentale con foglie d’acanto da cui si dipartono girali vegetali con foglie d’edera al centro. Faceva parte di un monumento circolare la lastra ricurva con l'iscrizione sepolcrale di Lucio Dosa, servo e liberto di Augusto e della moglie Numisia (4° a sinistra nel chiostro).

Alla tipologia dei monumenti funerari appartiene la stele parallelepipeda (chiostro, 13° a sinistra) con una gorgone tra due delfini nel timpano e due delfini nei triangoli superiori. I delfini simboleggiano il passaggio per mare dell'anima nel mondo dei morti. Più complessa tipologicamente è la stele a pseudoedicola, cioè con colonnine laterali sormontate da capitelli che sostengono il timpano. Al centro del timpano è una brocca, da cui escono tralci vegetali, sul cui bordo sono posati due uccelli, l'uno intento ad abbeverarsi, l'altro con il capo rivolto verso l'alto (n. 26, chiostro, lato di fronte all'accesso). Un'altra tipologia di stele è quella con il busto del defunto entro una nicchia semicircolare (n. 32, a destra nel chiostro) e l'iscrizione a Cassio Optato filio.

Altra tipologia funeraria molto diffusa è l'ara, costituita da un dado di forma parallelepipeda che poggia su di uno zoccolo. Alla sommità dell'ara vi è lo spazio incavato tra due pulvini, o cuscini di foglie sempreverdi, quasi cilindrici, stretti da bende e chiusi alle estremità da un fiore, su cui si facevano offerte in onore dei defunti. Un esempio di ara, purtroppo non completa, è quella a Cesio Nicostrato (n. 20, a sinistra entrando nel chiostro).

Di produzione veronese è la tipologia del cippo con rappresentazione di genio funebre (n. 24, a sinistra sul lato di fronte all'accesso del chiostro) nudo, alato, con le gambe incrociate, il capo reclinato in atteggiamento pensoso e sostenuto dalla mano sinistra, il cui gomito è appoggiato su di una fiaccola rovesciata.

LA BRONZISTICA

Nelle due cellette (a destra del corridoio a L) sono esposti bronzetti paleoveneti, etruschi, italici e romani riferibili ad un periodo compreso tra il primo millennio a.C. e il terzo secolo d.C. L'oggettistica in bronzo, spesso realizzata in serie con la tecnica della fusione, comprendente vasellame, statuette, animaletti, appliques, era usata nell'antichità come suppellettile, talvolta molto preziosa, per abbellire le abitazioni. La piccola bronzistica, che raffigura immagini divine, aveva invece la funzione di offerte da ex-voto nei santuari pubblici, mentre all'interno delle abitazioni era al centro della religiosità domestica.

Di ambito paleoveneto e forse veronese è la devota nuda (prima celletta da destra) mancante della parte inferiore delle gambe, con un vaso ad ansa con apofisi zoomorfe, databile al 1000-900 a.C.

Sempre di ambito paleoveneto e dal territorio padovano sono i tre cavalieri di forma stilizzata e rigida.

Dalla regione etrusca provengono la devota con la tunica decorata a puntini e trattini, le tre devote coronate, strettamente avvolte dalla veste da cui sporge il braccio destro e le due korai (ripiano in alto al centro), tutte riferibili ai secoli VI e V a.C.

Alla produzione etrusca campana, forse di Capua, si devono il Sileno banchettante e la Crotalistria sdraiata degli inizi del V secolo a.C., di discreta fattura; testimoniano della consuetudine ai banchetti allietati da danzatrici e suonatori.

La serie di raffigurazioni di carattere religioso e le figure virili stanti o in atteggiamento di lotta ci consentono di intravedere l'evoluzione della bronzistica etrusco-italica (piano inferiore e superiore del segmento centrale della vetrina ad U) dalla rigidità delle forme arcaiche alla rappresentazione realistica che risente dell'influenza della statuaria greca del V secolo a.C. Notiamo ad esempio la statuetta di Apollo nudo, che incede portando in avanti la gamba destra, con un'accentuata asimmetria del volto, più regolare nella metà sinistra, e la torsione del corpo, che ricorda la dinamica della statua di Armodio, nel gruppo dei Tirannicidi, e lo data al decennio 480-470 a.C.; o l'Ercole, con le gambe tronche al di sotto del ginocchio, che richiama con la sua ponderazione la scultura policlitea. E ancora il guerriero con corazza, probabilmente Marte, che ha i caratteri della statuaria greca, ma è privo del tono eroico richiesto dal soggetto.

Nella seconda celletta, tra i bronzetti romani di una modesta produzione artigianale, segnaliamo il giovane oratore i cui caratteri stilistici sono ancora a metà tra il mondo etrusco e quello romano; la statuetta di imperator con due grifi rampanti e la testa di medusa sulla corazza. Seguono le rappresentazioni di alcune divinità secondo l’iconografia antropomorfa che deriva dall'arte greca. Mercurio, con la borsa nella destra e il petaso alato, è simbolo dell'operosità che assicura il sostentamento alla famiglia. Il suo culto era diffuso nel veronese come quello dei lari, forze benefiche che tutelavano la casa.

I Lari indossano una tunica corta che si allarga nel movimento di danza rituale, che essi compiono levandosi sulla punta dei piedi e girando su se stessi. Le braccia erano sollevate nell'atto di versare qualcosa da un bicchiere ad una patera (II secolo d.C.).

Ercole simbolo della forza virile con il corno potorio nella destra e la pelle di leone posata sull'avambraccio sinistro (l secolo d.C.).

La Vittoria alata, personificazione della potenza conquistatrice di Roma, ha il manto avvolto attorno al bacino e trattenuto dal braccio sinistro, mentre il destro proteso reggeva una corona d'alloro (II secolo d.C.).

Diana, divinità protettrice della buona salute, è rappresentata in corsa; indossa una corta veste, come la greca Artemide, sulla spalla destra porta la faretra e con la destra doveva impugnare l'arco. Ha il modellato rude e vigoroso dei prodotti dell'artigianato della Cisalpina, mentre gli ornamenti incisi sulle braccia e sul collo sono tipici della plastica etrusco-italica.

Minerva, protettrice delle arti e delle scienze, era particolarmente venerata dagli artigiani. La sua iconografia è influenzata dalla greca Atena; ha l’elmo sormontato dalla cresta; a protezione, sul petto, la pelle della capra Amaltea con la testa di Medusa; la destra reggeva la lancia (II secolo d.C.).
Segnaliamo inoltre la statuetta di oratore togato con la pergamena arrotolata e due sacerdotesse, l'una con il capo velato mentre compie un atto di culto con una cassetta per l'incenso in mano (inizi l secolo d.C.), l'altra, in una posa più ieratica, risente dell'influenza dell'arte etrusca. Il bronzetto che rappresenta due lottatori è stato rinvenuto ad Isola della Scala ed è databile alla metà del II secolo d.C. Infine, degna di nota, è la testa femminile su busto moderno: con la caratteristica acconciatura "a mellone", dal viso ovale e dai grandi e profondi occhi, utilizzata come elemento decorativo (II secolo d.C.).

Nella vetrina isolata Erma in bronzo con due teste femminili che rappresentano forse la dea Igea. Di carattere decorativo è databile ai primi decenni del Il secolo d.C.

PRODUZIONE VETRARIA

Nella terza celletta sono esposti i vetri che si distinguono per le forme eleganti, la raffinatezza dell'esecuzione e la varietà dei colori. Sono collocabili tra il l e il II secolo d.C. e costituiscono una testimonianza archeologica dell'importanza commerciale di Verona, snodo fluviale strategico per la viabilità della Cisalpina.

I vetri, prodotti con la tecnica della soffiatura di origine orientale, forse siriaca, a partire dal I secolo d.C., comprendono vasellame da mensa, tazze, piatti, anfore, bicchieri e brocche, ampolline e balsamari per medicine e unguenti, fiasche per olio e vino, anfore usate come urne cinerarie.

I vetri del Museo archeologico appartengono a corredi funerari rinvenuti in necropoli di Verona, via del Pontiere e via Paradiso, e nell'agro veronese, a Raldon e Spinimbecco, tuttavia non sono di produzione locale, ma provengono dal fiorente scambio commerciale con Aquileia, sede di un'importante industria vetraria, che distribuiva i suoi prodotti in tutta l'Italia settentrionale.

Tra i vetri di provenienza aquileiese notiamo: la bottiglia a base quadrangolare (vetrina di destra, ripiano centrale) che reca sul fondo l’iscrizione C(ai) Salvi Grati, il marchio della fabbrica di Aquileia; le coppe, in vetro rosa e giallastro (vetrina di destra, ripiano alto), decorate con sottili baccellature verticali con filamento bianco-opaco; le coppe sottili baccellate in vetro di colore verde (vetrina di destra, ripiano basso) di varie tonalità; le brocche a ventre ovoidale in vetro blu (vetrina di sinistra, ripiano alto) e verdino (vetrina di sinistra, ripiano al centro) con collo cilindrico e l'ansa saldata al labbro da un'orecchietta.

Di provenienza orientale, forse siriaca, sono alcuni pezzi eseguiti con la tecnica della soffiatura a stampo: il bicchiere troncoconico con "nodi legnosi" (vetrina a sinistra, ripiano centrale); la bottiglia, in vetro blu intenso, con collo cilindrico, a bozze sporgenti a due terzi del ventre ovale, che le danno la forma di un grappolo d'uva (vetrina a sinistra, primo ripiano); il frammento di bicchiere, in vetro verde-giallastro, con due corone ai lati di un'iscrizione augurale in lingua greca.

E' di provenienza alessandrina il frammento di piattino tipo millefiori (vetrina di destra, ripiano alto) con macchie rosse e punto centrale bianco su base scura.

Nella vetrina a parete sono esposte delle lucerne ad olio per l'illuminazione, una piccola bilancia, nel ripiano centrale alcuni oggetti di uso domestico in ceramica decorata prodotta nella Cisalpina.

Proviene dalla zona di Bardolino la tazza decorata con fiori asimmetrici e rosette, e dal sepolcreto di Spinimbecco la coppa decorata a segni palmette e animali disposti entro spazi triangolari, formati da doppi segmenti curvilinei incrociati, che creano un illusorio effetto aggettante, dato dal contrasto delle parti gialle su fondo nero.

E' databile tra il l e il II secolo d.C. il vasellame bronzeo (sul ripiano inferiore), degno di nota per la qualità dell'esecuzione, come il mestolo con il manico configurato a testa d'oca, il piatto decorato da foglie lanceolate sul bordo e al centro da un medaglione con ippogrifo e delfini, la brocca con l'ansa decorata da maschera tragica e terminante con due teste di grifone,

Nella vetrina isolata testa virile in bronzo, rinvenuta nell’Adige in località Pestrino (Verona), appartenente ad una statua. Il reperto, di cui si è messa in dubbio l'autenticità, è da datarsi ai primi decenni del l secolo d.C.

MOSAICI

I pavimenti musivi documentano l’esistenza a Verona di uno standard edilizio medio-alto rappresentato da domus; tuttavia la sola planimetria ricostruibile è quella della domus di Piazza Nogara (sede della Banca Popolare di Verona), mentre finora non risultano tracce di insulae, cioè di un'edilizia popolare.

I mosaici più antichi sono stati rinvenuti nel cortile del Tribunale e si datano alla seconda metà del l secolo a.C. Tra la fine del l secolo a.C. e l'inizio del l secolo d.C. si datano il pavimento rinvenuto nel 1960 in piazzetta Portichetti (collocato sul pavimento della chiesetta di San Gerolamo); con crustae policrome in campo nero e il frammento, rinvenuto in Via Emilei, 17 nel 1963, con bordo nero e tessere rettangolari nere in campo bianco (nel chiostro appoggiato alla parete).

Della metà del Il secolo d.C. è il pavimento rinvenuto in Via Diaz, 18 nel 1935 (nella prima sala, a parete), con tre pannelli che rappresentano combattimenti gladiatori e il quarto una Nereide su Tritone, divinità marine. La parte centrale del pavimento (nella sala a sinistra) ha una decorazione a cerchi con fiori geometrici e anfore, negli spazi esterni dei delfini. Da datare alla metà del III secolo d.C. sono i riquadri musivi con scena mitologica, la supplica di Ifigenia a Menelao o di Clitennestra ad Achille, e con corsa di putti sui cocchi, provenienti dalla villa rinvenuta a Negrar nel 1926 e che ornavano una stanza di 70 mq.

Agli inizi del IV secolo d.C. si datano i resti del mosaico rinvenuto in vicolo Balena, 2 nel 1875 (nella Sala seconda), costituito da quattro riquadri con rappresentazione del mito dionisiaco: un pesce, una pantera, una tigre tra fasce di una complessa ornamentazione geometrica.

Nella Sala delle iscrizioni sacre, cui si accede tramite una scala dal chiostro, è collocato un frammento databile tra la fine del Il e gli inizi del III secolo d.C., rinvenuto nel 1911 in Piazza Bra’, raffigurante Dioniso tra quattro pantere con la scritta ROROPES ZETA. Nella stessa sala, a parete, are con dediche a divinità e frammenti architettonici.

E' visibile un tratto dell'intercapedine (zona recintata da ringhiera e finestra con grata), cioè la fossa alta 18 mt. e lunga 80 mt. che, tagliata lungo tutto il tratto semicircolare della gradinata del teatro, impedisce l'infiltrazione dalla collina delle acque, che sono raccolte in condutture e scaricate in Adige.

Nella chiesetta, costruita dai Gesuati nel 1432, e dedicata alla Vergine e a San Girolamo, è da notare il soffitto ligneo a cassettoni decorati, sotto il quale corre un fregio di angeli che sostengono dieci medaglioni con ritratti di Vescovi. Nell'imbotte dell'arco i Quattro evangelisti dipinti da Francesco Caroto nel 1508. Sull'altare il polittico di Santa Maria Consolatrice, attribuito al Maestro del cespo di Garofano e a lato la statua del Buon Pastore del IV secolo d.C.; al centro della navata, tavolo poligonale settecentesco contenente il modello dell’Arena di Verona.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1994

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