Museo Civico di Castelvecchio - Verona

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Museo Civico di Castelvecchio

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Corso Castelvecchio, 2 - Verona Orari: 8,30-19,30 - lunedì 13,30-19,30 Ingresso a pagamento.
Il museo di Castelvecchio è costituito da un patrimonio artistico comprendente opere di pittura e scultura prevalentemente veronesi, inserite in un periodo che va, per la scultura, dal periodo paleocristiano fino al Rinascimento, per la pittura, invece, dall'età romanica fino alla fine del Settecento.

La storia del Museo Civico veronese inizia con l'opera di demaniazione e spogliazione ordinata dalle autorità francesi durante le campagne napoleoniche in Italia. In tali occasioni, alcuni nobili veronesi decisero di risparmiare alla furia rapinatrice dei conquistatori quante più opere d'arte fosse possibile, in modo da conservare in Verona quelle testimonianze d’operosità artistica, frutto di secoli.

L'incarico di redigere un regesto storico fu affidato al pittore e studioso d'arte Saverio Dalla Rosa (1743-1821); questi rintracciò il maggior numero possibile di pitture, allogate presso chiese, gallerie private, palazzi pubblici, e le relazionò in un «Catastico» (pubblicato dallo stesso Dalla Rosa). Fu chiesto inoltre alle autorità municipali che fosse concesso un «luogo» dove raccogliere, sistemare e conservare le opere.

Fu deliberato che le pitture fossero accolte in due sale del Palazzo del Consiglio. Si era nel 1801; da quella data ha inizio la vita della pinacoteca veronese.

Morto il Dalla Rosa, per interessamento e munificenza del conte Alessandro Pompei la raccolta fu ampliata, dotata anche d’opere di scultura e trasferita nello stesso Palazzo Pompei dove rimase, via via aumentando il numero delle opere (ricordiamo il particolare interessamento manifestato dai conti Giulio e Antonio Pompei), fino al 1925.

Nello stesso anno, in seguito al ripristino del castello scaligero, la pinacoteca, ormai funzionante a pieno ritmo, e finalmente dotata di numerose interessanti opere di scultura e pittura, non più soltanto veronesi o italiane, ma anche straniere, specie fiamminghe, fu trasferita in Castelvecchio.

II museo è soprattutto legato alla storia dell'arte veronese. Non ci pare fuori luogo, quindi, accingendoci ad una visita, tracciare brevemente un profilo della storia artistica di Verona, almeno nel campo della pittura e della scultura.

La particolare posizione geografica della città ha sempre favorito storicamente l'affermarsi dell'arte veronese, sia per quanto riguarda il suo aspetto etnico e sociale, sia per tutto ciò che si riferisce al costume com’espressione libera e disinteressata: cioè l'arte.

E’ necessario dire, tuttavia, come l'aspetto artistico della cultura locale abbia sempre risentito di un sottofondo eclettico, manifesto in modo particolare in quelle forme d'arte dove più evidente si nota il fondersi d’ideologie e correnti diverse, provenute dalle quattro direttrici delle antiche strade consolari romane, confluenti proprio in Verona.

II periodo della dominazione romana fu particolarmente ricco d’iniziative artistiche; non di meno le epoche successive: quella paleocristiana che vide sotto il vescovato di San Zeno erigersi la stupenda basilica di Santa Maria Matricolare dal suggestivo litostrato; quella Altomedioevale, longobarda che si espresse soprattutto nella costruzione delle chiese pievanali e nella lavorazione decorativa dei marmi da altare. Cibori e pluteali videro la luce in quel periodo di devastazione materiale e spirituale dell'intero suolo italiano; capitelli e tabernacoli; losanghe e trabeazioni.

La cultura carolingia si sovrappose, con il suo ordinamento giuridico, ma anche con la benefica istituzione di una nuova estetica cavalleresca, al vecchio mondo barbarico; diede un'impronta decisiva alla storia dell'arte veronese, specialmente fu vitale nell'architettura e nella pittura miniata. Non dimentichiamo che a Verona l'arcidiacono Pacifico dirigeva uno «scriptorium» tra i più importanti d'Italia.

L'arte ottoniana, che successe a quella carolingia, se ne distaccava per un suo contenuto idealistico particolare, derivato dai frequenti contatti con il mondo orientale bizantino, in contrasto con il duro realismo degli artisti franchi; fu comunque l'arte che interessò più vivamente e a lungo l'ambiente veronese. La sua influenza in Verona è notevole fin dalle prime manifestazioni; ricordiamo in proposito le pitture cicliche della chiesa-grotta di monte Scaglione, le più antiche che si conoscano nell'ambito veronese, recanti la datazione 996 (d.C.); ma soprattutto ricordiamo per la scultura, le formelle bronzee (battente sinistro) della basilica di San Zeno, databili anch'esse al X secolo, autentico capolavoro ciclico non soltanto nell'ambito locale, ma europeo.

Tuttavia, per definire con caratteristiche sufficientemente autonome, le prime valide affermazioni dell'arte veronese, della pittura in particolare, bisogna giungere al XII secolo quando compaiono, specie nelle chiese pievanali, cicli d’affreschi santoriali, caratteristici di quel tormentato periodo storico che va sotto il nome di «romanico».

Il periodo romanico, con l'affermarsi della società comunale su quella civilmente più arretrata della gleba, con il diffondersi del monachesimo benedettino, con le nuove istituzioni della liturgia cristiana, con la prima «rivoluzione artigianale» dovuta alla comparsa di nuovi strumenti meccanici atti ella produzione di manufatti; con il rafforzamento delle istituzioni cavalleresche, segnò per Verona un momento storico davvero sorprendente.

La città vide sorgere in breve importanti edifici, pubblici e privati, che si popolarono subito di pitture e sculture assai interessanti, legate agli aspetti iconografici della liturgia catechistica cristiana, cioè manifestazioni artistiche rappresentanti i misteri della fede, con semplicità e precisione, adatti alla lettura della gente incolta che aveva bisogno di trovare il lievito di un rinnovamento della fede.

Di quelle antiche pitture e delle sculture che ornarono gli edifici veronesi, il museo di Castelvecchio conserva alcuni esemplari particolarmente interessanti, in cui è facile notare le varie influenze stilistiche partite dall'ambiente artistico veronese nei secoli XII e XIII; influssi ora bizantini, provenienti dal litorale adriatico e da Venezia, influssi, più marcati, della cultura tedesca, di derivazione ottoniana, provenienti da quella straordinaria via di comunicazione fra nord e sud che è la valle dell'Adige.

Al prestigioso periodo romanico successe quello detto «gotico»; al costume politico comunale subentrò in Verona quello della «signoria»; infatti, dopo il 1260 la potente famiglia dei Della Scala dominò la città per più di un secolo, favorendo in modo particolare scambi commerciali e culturali con le regioni del nord. In quel periodo Verona raggiunse il massimo splendore artistico e realizzò un’autonomia corale di interpretazione dei temi popolari per cui si può affermare, senza tema di errore, il nascere della prima «scuola» veronese.

II Trecento condusse in effetti, nella città scaligera, un'aria nuova, una ventata di poesia e di costume, che si concretò meravigliosamente in quel panorama di favola che è stato definito la «primavera neogotica veronese». Sulle esperienze di modesti artigiani, e quindi attraverso l'opera correttrice di Turone, e di quei maestri campionesi che a Verona avevano realizzato due arche per gli Scaligeri, l'arte giunse alla forte personalità di Altichiero, a quella importante continuazione gentile del fosco dramma giottesco.

Contemporaneamente, proprio dalla val d'Adige giungevano dai lontani centri di cultura tedeschi, esperienze artistiche di diversa impostazione concettuale. L'epopea del misticismo tedesco si era pacificata con un meraviglioso incontro con la natura, ed era nata la favola bella, l'idillio religioso; un timido e fantasioso paradiso di fiori, in cui beltà diafane e filiformi, intrecciavano danze, sedevano sui prati smeraldini, svolío d’angeli e farfalle. Era quello un clima poetico che si adattava straordinariamente alla facile vena narrativa, propria dell'arte veronese, ma anche allo stesso carattere emotivo del popolo, che dimenticò in breve il severo monito di Giotto, quello anche sinfonico di Altichiero, per adagiarsi nella solarità distensiva di un istinto sentimentale. Fu quello il tempo felice di Stefano da Verona che preparava la raffinatissima conclusione storica di Pisanello.

La scultura, dal canto suo, con la realizzazione di opere monumentali, sacrificava allo splendore della forma le più modeste manifestazioni di tipo naturalistico-drammatico, legate pur sempre al passato, che si era imposto con opere di straordinaria bellezza, quali il fonte battesimale di San Giovanni in Fonte, e le artistiche storie di Adamino da San Giorgio. Nel Trecento, una corrente popolare, ispirandosi ai temi ora elegiaci del costume santoriale, ora a quelli della Passione di Cristo, presenta opere degne di rispetto, valide per la ritrovata forma plastica a tutto tondo, e per quel sentimento devozionale, combinatorio di mistiche esaltazioni e di patetica realtà.

Del panorama pittorico e di quello scultoreo Castelvecchio presenta esempi di eccellente fattura, talora così acuti e penetranti da poterli definire assoluti capolavori.

Splendore dell'arte; benessere riflesso di una società che vive armoniosamente nella gloria civica delle istituzioni scaligere. Questa società stentò ad evolversi; non ricercò quasi mai la verità delle cose fuori dell'ambito provinciale, anche quando caddero miseramente gli Scaligeri e subentrarono al governo della città, prima i Visconti e successivamente, dopo una breve drammatica parentesi dei Carraresi, i Veneziani.

Tuttavia, con la dominazione veneziana, protrattasi, dal 1405, fino alla fine del Settecento, anche il tessuto sociale lentamente si modificò; ad un pulsare di vita medioevale subentrò il più maturo spirito del Rinascimento. In tale prospettiva si affermò un patriziato per lo più fondiario ed ambizioso, che diede avvio a nuove esperienze dell'arte in ogni campo.

Il Rinascimento italiano, di cui si avvertiva la presenza, sia pure modesta, anche in Verona, vedeva l'affermazione dei valori umani anche nell'arte; anzi, proprio nell'arte trovava la sua più esatta commisurazione, nella ricerca di forme espressive nuove, di nuovi ideali, dove il sentimento affettivo si trasformava in contemplazione paesistica, in religioso conversare di santi e madonne; dove le tradizioni popolari si vestivano con i colori splendidi e fastosi dell'aristocrazia.

Era fatale che il Rinascimento veronese si affiancasse a quello veneziano, più ricco di intendimenti e di artisti importanti. Fu, invero, assai modesto nel campo della scultura; la pittura, invece, vide fiorire un’interessante scuola di «maestri» locali, degna di considerazione e di simpatia; si trattava di artisti formatisi nel costume del mestiere veronese, ma non insensibili alle esperienze che filtravano dall'estero, oltre a quelle veneziane, dai centri di Brescia, Mantova, Parma. Ricorderemo, tra i principali interpreti della nostra pittura, Girolamo Dai Libri, delicato cantore di «sacre conversazioni», arieggianti un vago clima idillico belliniano, mirabilmente inserite nell'atmosfera paesistica di suggestivi sfondi gardesani; accanto a lui, Domenico e, soprattutto, Francesco Morone, quest'ultimo vicino per educazione e calore al gruppo veneto dei giorgioneschi; Domenico e Felice Brusasorzi, due pittori vigorosi e dinamici, in cui è presente, dilatato in più distese elaborazioni, il concitato dramma luministico tintorettiano; Nicolò Giolfino, abile illustratore e freschista; Liberale da Verona, uno tra i massimi miniaturisti rinascimentali nell'orbita di Gerolamo da Cremona; Francesco Torbido, irruente, appassionato coloritore; Battista Zelotti; Giovanni, fu anche architetto e cartografo, e Giovan Francesco Caroto; Giovan Maria Falconetto, anch'egli, oltre che pittore, intelligente architetto, attivo specialmente a Padova e nel trevigiano. Altri artisti, meno noti, comunque validi, coronano il gruppo, interpreti di gusto eclettico.

Li sovrasta tutti, per fantasia alata, e per il colore smagliante, ma anche per la straordinaria abilità compositiva, Paolo Caliari detto il Veronese, che celebrò in Venezia, dove si era trasferito, i fasti e lo splendore della Serenissima.

Dopo il Rinascimento una lunga stasi, politica e culturale non giovò che in singoli casi all'evoluzione artistica veronese. La città accolse il Seicento con una certa diffidenza, poiché «barocco» era sinonimo di sfarzo, ma anche, spesso, di superficialità artistica. La campagna; molti si erano fatta costruire la villa, e proprio nel vivere cosiddetto «in villa» si manifestavano i sintomi di un attaccamento a nuove prospettive artistiche. Sorgeva, accanto ai cicisbei, alle parrucche, ai salotti letterari, il prepotente sentimento dell'arcadia, che relegava nella descrizione retorica i temi solenni della fede e quelli epici della patria.

A quegli stessi temi si sostituivano mano mano concezioni più modeste e borghesi, riflettenti il primo distacco dell'arte dalla partecipazione popolare. Basterà ricordare i nomi l della triade pittorica più impegnata: Marcantonio Bassetti, Alessandro Turchi, Pasquale Ottino; la loro stagione romana. Soltanto il Bassetti recupera, ma non sempre, alla tradizione migliore, alcune felici intuizioni coloristiche; negli altri predomina un virtuosismo talora spropositato o degno di miglior causa. La scultura barocca, il fenomeno è generale in tutt'Italia, tace; ci si contenta di innumerevoli statue da giardino, di putti allegorici, di mascheroni per fontanelle, di nembi raggiati, alla berniniana, da sistemare come sfondo dietro altari in genere di insoddisfacente fattura.

Lo stantio politico predomina anche nel Settecento, almeno fino alle prime campagne napoleoniche; l'arte veronese vive un periodo florido, specialmente la pittura, per opera di artisti che guardano direttamente al mondo veneziano, miracolosamente rispettabile in un panorama italiano di mediocrità irrilevanti. Venezia, la Venezia finalmente, dei campielli goldoniani, degli squeri, delle regate storiche, offre materia a pittori come Antonio Balestra, Pietro Rotari, Giambettino Cignaroli, ciascuno per suo verso interprete del costume locale, dove la ritrattistica assume proporzioni considerevoli. È questo il periodo costitutivo delle Accademie d'arte; e Verona si onora di un istituto artistico di prim'ordine, tutt'oggi valido ed efficiente.

La scultura, se escludiamo opere di netto carattere neoclassico, dovute a scultori modesti, come Gaetano Cignaroli, risente ancora della crisi del secolo precedente, estesa, per altro, anche alla stessa Venezia.

Con alcuni interessanti esemplari della pittura veronese del Settecento, si conclude il panorama artistico locale in mostra al museo di Castelvecchio. Non possiamo dimenticare, però, che esso è dotato altresì di opere pittoriche dovute a maestri non veronesi; nomi come Tiziano, Mantegna, Tintoretto, Crivelli, Carpaccio, Bellini, Tiepolo, sono presenti con quadri di nobile fattura che contribuiscono al completamento della conoscenza dell'arte locale e aprono un discorso sulla conoscenza dell'arte veneta.

Infine, il museo è dotato di una raccolta di quadri fiamminghi, anch'essi pregevoli; opere che illustrano i secoli XV e XVI. I nomi più famosi: Konrad Faber, Jan Mostaert, Pierpaolo Rubens, Antonio Moro, Ambrogio Benson…
Fonte: Le Guide 26

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