Museo degli Affreschi - Verona

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Museo degli Affreschi

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Via del Pontiere, 35 - Verona Orari: 8,30-19,30 - lunedì 13,45-19,30 Ingresso a pagamento.
E' risaputo come, ancora nel secolo scorso, le pitture murali sulle facciate delle case di Verona fossero in numero assai maggiore di quelle che ci sono rimaste. Tra le monografie che trattano di storia e arte veronese, anche quella fatta redigere alla fine dell'Ottocento dal prefetto Sormani-Moretti ne ricorda molte, cercando di dare anche una spiegazione di un fenomeno il quale, se non è esclusivamente veronese, ebbe a Verona una diffusione pari a poche altre città italiane.

"L'interno della città - si può leggere in quel tomo davvero ponderoso - coperte le spalle dai colli settentrionali, avendo tutte le sue strade esposte od a mattina od in pieno meriggio, ma ad ogni modo anche troppo soleggiate, fece nascere prima l'idea di tenere strette le vie e quindi, dovendole allargare, dipingerne le fiancheggianti case a tinte scure, poi a fiorami e rabeschi di colori cupi ed a graffitti, infine anche a soggetti e figure siccome arazzi e quadri, soddisfacendo in tal guisa il senso ed il gusto dell'arte e la coltura dello spirito in pari tempo che l'igiene degli occhi".

E ancora: "L'arte decaduta ed il costo elevatosi di tali lavori, limitarono quelle pitture a religiose imagini, insino a che la semplice riquadratura od imbiancatura a calce o tinte slavate, sotto pretesto di lindura e pulitezza, prevalsero e prevalgono, non badando neppure all'armonia ed ai convenienti risalti delle linee ornamentali architettoniche, Ogni giorno però quei pochi residuati antichi affreschi sventuratamente scapitano per l'ingiuria del tempo o, peggio, scompaiono per la trascuratezza degli uomini, sicché sono oramai ridotti a picciol numero e di minore pregio".

Già allora dunque molti di tali affreschi erano andati perduti , anche se, continua l’estensore di quelle note: "parecchi d'essi poteronsi ... testé salvare e portare al civico Museo, quali: due piccoli del Mocetto, ch'erano presso il ponte all'Acqua Morta; un brano inferiore d’alto e pregiato a fresco del Torbido, che, per la parte superiore, tuttavia rimase in Via Stella sulla casa privata che fu già di Torello Saraina; parecchi dell'Aliprandi e del Dal Moro, che figuravano già su case nei dintorni degli Scalzi; uno di Francesco Morone, ch'era prossimo al ponte alle Navi, in cui è notevole la veduta dell'antico ponte con ritta ancora la torre sua mediana; altro, ch'era là presso, su d'una casa dei Cipolla di fronte alla strada Iungadige per a porta Vittoria, opera dello stesso Francesco Morone, colla data del 1515, raffigurante la Vergine col Battista ed i Santi Nicolò e Rocco, ed un Padre Eterno, che sostiene la croce sulla quale è confitto il suo divin Figliuolo, lavoro esso pure del medesimo Morone, già al ponte dell'Acqua Morta, su una casa Zannoni trasformata dal proprietario, contro la conservazione del quale affresco di quel sommo pittore aveva dato voto sfavorevole una Commissione municipale appositamente scelta, sia per la grave spesa, sia per la difficoltà dell'asporto, mentre, insistendo, la commissione conservatrice dei monumenti, l'ufficio regionale e le Autorità governative, col solo dispendio di 300 lire lo si salvò, asportò ed inviò al civico Museo. Esempio questo il quale valere può per salvare lo storicamente preziosissimo affresco dell'Alticherio del quale fu detto a pagine 156 e 232 a cui nuoce fatalmente l'indugio del provvedere, le scosse che il muro, tutto infranto su cui è, riceve dai veicoli numerosi transitanti sulla prossima piazza, avendolo fatto scapitare già d'assai, mentre le profferte di concorso e le sollecitazioni del regio Governo datano da qualche anno e la spesa complessiva per quel salvataggio giunge appena alle 1600 lire".

Era così nato, all'interno del Museo Civico, un nuovo ideale museo: quello degli affreschi staccati ed in tal modo salvati. Un museo soltanto ideale peraltro, rimanendo, buona parte di tale patrimonio, confinata nei magazzini a disposizione forse di qualche studioso ma non certamente a godimento di un più vasto pubblico, mancando -prima nella vecchia sede di palazzo Pompei alla Vittoria e poi nella nuova sede di Castelvecchio - lo spazio espositivo necessario a degnamente sistemare e valorizzare tanto patrimonio.

Se si voleva mettere in mostra almeno una buona parte di tali affreschi, occorreva insomma pensare ad una sede museale apposita, ad un nuovo contenitore che permettesse di tirare fuori dei depositi questi dipinti sopravvenuti al Museo in seguito a cambiamenti e demolizioni eseguiti in città. Lo spazio c'era, ed era quello dell'ex convento francescano dove è ospitata anche la Tomba di Giulietta; uno spazio che, oltre che ad ambienti da ristrutturare permetteva anche, lungo le ali del Chiostro di San Francesco al Corso, le opportune addizioni. Si trattava di iniziare con almeno un piccolo nucleo destinato col tempo a crescere.

Questa l'idea che Licisco Magagnato, direttore dei Musei d’arte del Comune dì Verona, sottopose anni fa alla Giunta e al Consiglio comunali, ottenendo poi quei necessari consensi e quindi quei finanziamenti che gli permisero di inaugurare, nel luglio del 1973, il primo nucleo del museo che si fregiò del nome del veronese Giovanni Battista Cavalcaselle, il grande storico dell'arte originario di Legnago, che pure aveva contribuito ai suoi tempi, dapprima come studioso, ma poi anche come funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione, a salvaguardare il nostro i patrimonio artistico, con un particolare riguardo per gli affreschi.

La ragione più vera che il museo veronese degli affreschi si intitoli al Cavalcaselle - al di là dell'omaggio all'insigne storico ottocentesco - è pure quella che i criteri di restauro e di conservazione da lui stabiliti quando era il dirigente della Sezione pittura del Ministero della Pubblica Istruzione, sono tuttora validi per tutti coloro che sono convinti, giusto quanto affermava il Frizioni, "che il miglior partito è quello di dare ricovero alle opere nello stato in cui si trovano, se è vero, com’è verissimo, che un memorando frammento in tatto vale più di un'opera rimpasticciata".

Accanto alle opere che già l'estensore della nota per la monografia del prefetto Sormani-Moretti nominava, sono nel frattempo affluite al Museo "G.B. Cavalcaselle" altri insigni monumenti dell'arte pittorica veronese: si citano la bella sala affrescata da Paolo Farinati per un palazzo Guarienti ai Filippini; gli affreschi del primo e del secondo strato della cosiddetta Grotta dei Santi Nazaro e Celso; le decorazioni cor medaglioni dei Cesari dipinte dall'Altichiero nei sottarchi della loggia di Cansignorio; e porzioni delle vastissime facciate del palazzo di Fiorio della Seta dovute a Domenico Brusasorzi e a Bernardino India.

Non tutto il materiale disponibile può ancora dirsi esposto. Ma alla tomba di Giulietta, nell'ambito dei chiostri, sono stati portati a compimento altri restauri d’ambienti che hanno permesso a quest’embrione di museo, di dilatare i suoi spazi espositivi per soddisfare all’esigenza di alleggerire sempre più il carico dei depositi inaccessibili al pubblico, e permettere in tal modo una migliore godibilità di tante opere a tempo opportuno sottratte a fatale distruzione. Non si può poi non essere d’accordo con quanti, anche a Verona, ritengono auspicabile poter disporre sempre più di vasti spazi museali o di "contenitori", come oggi si usa dire, ove poter presentare, magari a rotazione, pure le opere più significative dei depositi, in rassegne peraltro organiche. raggruppando il materiale prezioso delle collezioni per temi storico-artistici, periodi cronologici o con altri criteri.

E anche presso il museo degli affreschi - cui potrebbe affluire il grosso pubblico in visita alla Tomba di Giulietta - ciò sarà un domani reso possibile, proprio per mezzo del recupero di tanti locali oggi male utilizzati perché bisognosi essi stessi di restauri.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1983

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