Museo delle Carrozze dell'Ottocento - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Museo delle Carrozze dell'Ottocento

Verona / Italia
Vota Museo delle Carrozze dell'Ottocento!
attualmente: 06.00/10 su 6 voti
Fra le tante cose che rendono così ricco e vario il patrimonio culturale di Verona, vi è anche il Museo delle carrozze dell'800, per la verità poco noto al pubblico.

Un museo dedicato alle carrozze costituisce un'attrattiva molto particolare, si potrebbe dire addirittura un privilegio. In Italia, infatti, esistono oltre 1500 musei, gallerie, istituzioni e simili, quasi tutti dedicati alle arti decorative, all'archeologia, alla numismatica, alle armi, alla storia del Risorgimento e alle scienze naturali.

Poche città invece possono vantare un museo riservato esclusivamente alle carrozze (Firenze, Napoli, Piacenza, Trani, Macerata, Filottrano, Maser e appunto Verona) e tra queste la collezione scaligera non è certo agli ultimi posti sia per la qualità, sia per il numero d’esemplari.

L'origine della carrozza si fa risalire al sec. XIV con l'introduzione di un sistema di sospensione della cassa dalle ruote mediante catene o cinghioni di cuoio: prima di allora l’abitacolo poggiava direttamente sugli assali. Per secoli e secoli, dalle epoche più remote, il carro non aveva avuto in pratica alcuna evoluzione di rilievo, se si eccettua la creazione dello sterzo (perno verticale inserito nell'asse anteriore che consentiva alle due ruote di girare) intorno al I secolo a.C., forse per opera dei Celti.

Il merito della nuova, importante invenzione della cassa sospesa è attribuito tradizionalmente all'Ungheria: pare che il termine italiano cocchio, il francese coche, l'inglese coach, il tedesco Kutsche e il boemo Koci derivino dal nome del villaggio danubiano di Kotze, dove per prime cominciarono a circolare le carrette dondolanti, vale a dire le carrozze. E' curioso rilevare che in Italia questo tipo di vettura fu denominato «veronese». Le cinghie per le sospensioni nel XVI sec. furono sostituite con molle e balestre d’acciaio e poi perfezionate nel corso dei secoli, fino a raggiungere nell'800 un altissimo livello di funzionalità.

Se si eccettua un sulky antico, tutte le carrozze conservate al Museo di Verona sono dell'800: una raccolta suggestiva, ma insieme anche completa delle vetture dell'epoca e quindi di particolare valore storico-documentale. Ai visitatori si offre la possibilità di rivivere un modo di vita passata, accostandosi nello stesso tempo ad una notevole sorgente di cognizioni culturali su questo secolo romantico.

Una buona parte della vita pubblica di allora sarebbe impensabile senza le lunghe e frequenti escursioni in carrozza, i cui svariati modelli erano finalizzati agli impieghi più diversi: ecco allora le sontuose vetture per le parate sul corso o per le visite, i cortei di nozze e quelli funebri, il servizio di carrozze pubbliche, anche allora munite del debito tassametro, le diligenze postali, un tempo trascinate da focosi cavalli, le vetture adibite ai servizi di guerra e il calesse del buon medico di campagna per le visite quotidiane.

Il passaggio di una carrozza per le vie cittadine, anche se in quei tempi non costituiva certo un fenomeno inconsueto, rappresentava pur sempre per i passanti, nonostante il rumore e la polvere che sollevava, un evento curioso e attraente: ora era ammirata l'eleganza o la modernità della vettura, ora si cercava di indovinare l'identità o il rango dell'eminente personaggio che vi era ospitato. Particolarmente emozionante e ricco di vita era l'arrivo delle diligenze alla stazioni di posta (dal latino "positae"), precorritrici dei moderni motels. che, disseminate lungo le grandi strade di comunicazione a distanze variabili tra le 25 e le 30 miglia, erano attrezzate per il ristoro delle persone e dei cavalli. In effetti, per i nostri avi, il viaggio comportava davvero disagi e sacrifici che oggi sembrano impossibili, dovendo percorrere chilometri e chilometri su strade spesso pericolose e comunque acciottolate, ora fangose, ora polverose. Ma se il viaggio era faticoso per i passeggeri, lo era ancora di più per i cocchieri e i postiglioni, che spesso si trovavano esposti per ore e ore, senza riparo, alla pioggia o al solleone, prima di potersi ristorare e di far riposare i cavalli. L'avvicinarsi della diligenza alla stazione di posta era annunciato dal suono del corno lanciato dal postino, il quale, seduto a cassetta accanto al cocchiere, urlava agli addetti di portare i cavalli di ricambio se già non vi avessero provveduto, ai passeggeri di tenersi pronti a salire o scendere e ai cittadini in generale di consegnare la posta mentre si cambiavano i cavalli.

I posti di tappa, oltre ad essere dotati di cucina con locanda per dormire, fornivano naturalmente i cavalli per il "cambio" e il personale provetto per ferrare i cavalli, riparare le ruote di legno, sistemare i cerchioni di ferro, ricucire o adattare i finimenti rotti, preparare le lanterne per i viaggi notturni, lavori questi che richiedevano particolare competenza e precisione.

L'alta perfezione tecnica raggiunta dalle carrozze nel XIX secolo richiedeva, anche nella fabbricazione, l'apporto di diversi provetti artigiani: vi erano quelli specializzati nella costruzione a caldo delle ruote di legno con i relativi raggi, quelli che si occupavano dei vetri mobili dei finestrini, altri costruivano il telaio e altri ancora le parti in ferro (balestre, timone ecc.). Alcuni accessori, come i freni o le splendide lanterne d’ottone, richiedevano pure specifici costruttori.

Contrariamente a quanto si potrebbe credere, le carrozze erano comodissime; l'interno era di solito addobbato con notevole eleganza, spesso anzi con sfarzo: sedili imbottiti e cuscini offrivano un conforto che, unitamente agli accorgimenti tecnici adottati per il molleggio (ruote gommate, balestre solide ma elastiche, timone snodabile) servivano ad alleviare quanto più possibile i disagi del viaggio.

In parecchi modelli di carrozza il predellino rappresentava un mirabile esempio di praticità, perché si ripiegava all'interno o contro la portiera della i vettura senza sporgerne quando questa era in corsa, ma, in caso d’utilizzo, poteva essere aperto a soffietto in modo da formare tre comodissimi gradini che giungevano fino a terra. Sia il telaio sia l’abitacolo erano a prova d'acqua, essendo rivestiti di vernici impermeabilizzanti, i cui colori prevalenti erano il nero e il rosso.

La collezione veronese conta 48 preziosi esemplari, 42 dei quali provenienti dalla raccolta messa insieme dal comm. Giorgio Giorgio, che era stato incaricato di preparare una sezione delle carrozze per l'esposizione di Roma del 1942. Tale esposizione non poté aver luogo a causa della guerra, così, qualche anno dopo (1948), in occasione delle celebrazioni per i 50 anni di vita della Fiera di Verona, nata come fiera dei cavalli, la collezione fu donata dal figlio del fondatore, il cavaliere del lavoro Antonio Giorgio, al comune di Verona, perché ne facesse un museo.
Da allora le carrozze sono state custodite in un grande padiglione nel quartiere fieristico di Borgo Roma, che viene aperto al pubblico soltanto durante i giorni della Fiera di Marzo e perciò per un brevissimo periodo dell'anno.

Come accennato, nel Museo veronese sono rappresentati praticamente tutti i principali modelli di carrozze dell'800. Vi si trovano, per esempio, alcuni magnifici esemplari di landau, il cui nome, che si pronuncia alla francese (Iandò), deriva dalla cittadina tedesca di Landau, e ciò perché il primo modello (1794) venne appositamente fatto costruire dall'imperatore d'Austria Giuseppe I per compiere un viaggio da Vienna a Landau. Si tratta di una combinazione tra il veicolo aperto e chiuso, perché il mantice di cuoio può essere aperto al centro del tetto e fatto ricadere in modo da formare un angolo di 45 gradi. Adatto per molteplici impieghi, il landau godette in Italia di vasta popolarità, tanto che il suo nome divenne sinonimo di carrozza in generale.

Particolarmente importante per la sua rarità è un esemplare di dog cart a due ruote, carrozza di campagna usata prevalentemente per gite e "tours" di caccia, che deve il suo nome al fatto di essere provvista di un'apposita gabbietta per sistemare i cani. Sembra che di questo modello a due ruote ne esista una sola altra copia conservata a Londra.

Altra curiosità è rappresentata dalla domatrice (detta anche scheletro, caccia o fuori strada) che serviva appunto per la "doma" dei cavalli.

Non mancano naturalmente il sofisticato phaeton, che deve il suo nome al mitico Fetonte, auriga del carro del sole; l'elegante victoria, così battezzata in onore della Regina d'Inghilterra, dalla linea ondulata e sinuosa, molto diffusa in Italia come vettura di piazza; la berlina, che deve il suo nome alla città di Berlino, dove fu costruita per la prima volta (1660); il mail coach, grande e robusto veicolo per il trasporto di passeggeri e bagagli, che raggiungeva una velocità di 15-18 km. orari; l'hansom cab, il famoso taxi londinese, e inoltre il brougham, il break, il dos à dos, il fiacre, il vis à vis e tanti altri tipi di belle e interessanti carrozze per i più svariati usi. E' anche questo un ricco e, data la rarità, invidiabile patrimonio di Verona, la cui valorizzazione in luogo adatto, con sistemi espositivi opportuni e in periodi favorevoli, sarebbe auspicabile.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1982

Condividi "Museo delle Carrozze dell'Ottocento" su facebook o altri social media!

Museo delle Carrozze dell'Ottocento - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.