Museo Miniscalchi-Erizzo - Verona

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Museo Miniscalchi-Erizzo

Verona / Italia
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Indirizzo Orari Biglietti
Via San Mamaso, 2 -Verona Chiuso il Sabato - 11,00-13,00/16,00-19,00 Ingresso a pagamento.
Verona ha un Museo, per molti aspetti singolare. Si tratta del Museo Miniscalchi-Erizzo, realizzato dall'omonima Fondazione, la cui costituzione fu voluta per testamento, nel lontano 1955, dal conte Mario Miniscalchi-Erizzo.

Privo di discendenza diretta, egli si preoccupava di salvaguardare al pubblico decoro l’avito palazzo e le raccolte storiche, archeologiche, artistiche in esso conservate sull'esempio d’altri famosi mecenati: Herbert Percy Horne, Gian Giacomo Poldi Pezzoli, Federico Stibbert, Giovanni Querini Stampalia. Egli dispose un legato a favore della costituenda Fondazione, dotandola dell'antico palazzo di via San Mammaso e del grandioso edificio classicheggiante che prospetta su via Giuseppe Garibaldi, preceduto dal vasto cortile d'onore: all'interno dell'ultima residenza di famiglia si sarebbe dovuto allestire un Museo con le raccolte specificatamente legate.

I Miniscalchi, infatti, avevano acquisito, a seguito del matrimonio tra Teresa Moscardo e Marcantonio Miniscalchi (1785), una cospicua parte delle collezioni di Ludovico Moscardo (Verona, 1611-1681), il grande erudito autore dell’Historia di Verona (Verona, 1668). Altri apporti si erano aggiunti nel tempo a seguito delle nozze di Luigi Miniscalchi e di Marianna Erizzo (1808), una delle tre ultime discendenti dell'illustre casato veneziano. Agli inizi del Novecento, poi, si erano aggiunti gli arredi di villa Pullé di Chievo, poiché la madre della contessa Elvira Ponti Miniscalchi-Erizzo aveva sposato in seconde nozze il conte Leopoldo Pullé.

Pur tralasciando altri apporti di minore importanza, è già sufficientemente chiaro che un Museo Miniscalchi-Erizzo non è mai esistito storicamente, nella misura in cui tutti gli oggetti d'arte e di storia confluiti nei Miniscalchi non dipendono dalle scelte di un unico collezionista, dal suo gusto, dalla sua cultura, bensì da una serie di sopravvenienze casuali e differenziate tipologicamente e cronologicamente.

Il conte Mario Miniscalchi-Erizzo morì nel 1957, ma il legato a favore della costituenda Fondazione era stato subordinato all'usufrutto da parte della consorte del donatore. Grazie all'interessamento del prof. Piero Gazzola, all'epoca Soprintendente ai Monumenti per la Provincia di Verona, Mantova e Cremona, la Fondazione, costituita nel 1964, nel 1965 fu eretta in Ente Morale con decreto del Presidente della Repubblica Italiana. Solamente alla morte della vedova del conte Miniscalchi, il 25 marzo 1977, la Fondazione entrò nel possesso dei propri beni e cominciò la sua vita ufficiale.

Le deboli risorse finanziarie, limitate alle rendite d’alcune unità immobiliari locate, giunte molto degradate, i delicati meccanismi successori, che videro tre soggetti interessati alla divisione dei beni immobili e ben quattro per quelli mobili, lo stato precario in cui si trovavano gli ambienti destinati a sede del Museo e le stesse collezioni, le necessarie opere di trasformazione e d’adeguamento degli impianti, in vista della nuova destinazione museale, furono ostacoli di non lieve momento sulla strada della neonata Fondazione.

Con chiarezza e determinazione d'intenti furono affrontati i problemi più urgenti e, nello stesso tempo, venne avviato anche il progetto d’allestimento del futuro Museo.

La primitiva, suggestiva ipotesi di creare un Museo d'ambiente venne scartata in considerazione del numero, relativamente esiguo, degli arredi e dei complementi d'arredo pervenuti in legato. L'attenzione si spostò allora più segnatamente sulle collezioni, nell'ambito delle quali, grazie ad una fotoschedatura preliminare, fu possibile ordinare una serie di sezioni (archeologica, grafica e bronzistica rinascimentali, armi e armature antiche, arte sacra, arredi antichi, biblioteca, ecc.) a loro volta articolate in sottosezioni sia in ordine alla varietà sia in rapporto alla differente cronologia degli oggetti.

Una volta abbozzato il piano organico delle sezioni del costituendo Museo, si rese necessario un non meno attento studio del rapporto tra il contenitore del futuro Museo, cioè le sale del palazzo, che erano state abitate dai Miniscalchi-Erizzo fino al 1977, e i contenuti, al fine di integrare armonicamente l'uno con gli altri, senza dimenticare, nel progetto di sistemazione scientifica delle collezioni, di conservare gli ambienti, che nei secoli avevano svolto specifiche funzioni residenziali, il sapore di una dimora nobiliare. Si trattò, in altri termini, di trovare "provando e riprovando", una serie di punti d’equilibrio tra le esigenze espositive proprie della moderna museologia e quelle di una casa signorile vissuta senza soluzione di continuità dalla metà del Quattrocento. Esigenze, codeste, che non dovevano essere annullate e neppure stravolte, ma anzi, possibilmente, esaltate nel rispetto delle situazioni storiche.

Ebbe allora inizio la lunga e onerosa opera di restauro degli ambienti, che prese le mosse lei 1978. Si trattò non solo di restaurare gli ambienti e di riportarli al pristino stato, ma anche di recuperarne alcuni, estrapolati nel tempo dalla residenza di famiglia e di adeguarli tutti alla nuova destinazione museale: furono rifatti tutti gli impianti e furono installati strumenti adeguati per la sicurezza del costituendo Museo, in armonia con la vigente legislazione.

Anche gli oggetti che lo richiedevano furono sottoposti a restauri conservativi, o, almeno, a puliture specializzate che ne garantissero il pieno recupero, la migliore fruizione e l’ottimale conservazione. Nello stesso tempo prese anche avvio l'allestimento del costituendo Museo mediante la progettazione e la costruzione di vetrine e di teche destinate all'esposizione degli oggetti.

In quegli anni di lavoro preparatorio il «Museo Miniscalchi-Erizzo» cominciò a funzionare come punto di riferimento culturale accogliendo richieste di studiosi interessati a qualche oggetto o ad intere raccolte conservate nel palazzo. Piace ricordare, in particolare, le collaborazioni con l’«Association internationale pour l'histoire du verre» di Bruxelles e con il «Musée national de la cèramique de Sèvres» di Parigi. E poi i prestiti temporanei di materiali inediti in occasione di qualificate mostre in Italia e all'estero: tra il 1978 e il 1988 il Museo partecipò a ben dieci mostre, tra cui primeggia per importanza e risonanza internazionale quella organizzata dal «Victoria and Albert Museum» di Londra (inverno 1981-1982) dedicata agli «Splendours of the Gonzaga». Nell'estate del 1983 il «Museo Miniscalchi- Erizzo» fu in grado di organizzare la prima mostra propria dedicata alle «Collezioni rinascimentali» conservate nel palazzo. L'esposizione, che fu organizzata con entusiasmo pari all'esiguità dei mezzi, registrò un notevole successo.

La mostra fu di buon auspicio: infatti, proprio in quel tempo si riuscì a costituire un "pool" finanziario, alla cui realizzazione si attendeva dal 1982, che consenti un intervento urgente di gran rilievo non solo per l'immagine della Fondazione, ma per la difesa del patrimonio artistico cittadino: il restauro della facciata dipinta dell'antico Palazzo Miniscalchi di Via San Mammaso, allora ridotta in pessime condizioni. I lavori, che offrirono l'opportunità di risanare l'intero fabbricato, si conclusero nell'estate 1984 e furono evidenziati da una nuova mostra dedicata alle «Facciate dipinte di Verona». Si trattò di una rassegna inedita, che si avvalse degli importanti prestiti di due collezionisti privati di Verona e che consentì al pubblico di ammirare il volto di una Verona "città dipinta" ormai perlopiù perduto. L'esposizione era conclusa da una sezione tecnico-documentaria dell'avvenuto restauro della facciata dipinta di Palazzo Miniscalchi, che riscosse unanime consenso, tanto che fu presentata l'anno seguente a Roma (Castel Sant'Angelo, dicembre 1985 - gennaio 1986) e nel 1987, con opportuni adattamenti, fu trasferita a Nîmes (Musée du Vieux-Nîmes) nell'ambito della «Semaine veronaise» (11-17 maggio) organizzata dalla Ville de Nîmes e dal Comune di Verona per il gemellaggio tra le due città. Nel 1985, a margine della seconda edizione della Mostra biennale europea d'antiquariato (Verona, palazzo della Gran Guardia), il Museo Miniscalchi-Erizzo realizzò la mostra «Un angolo del Museo Moscardo», intesa a riprodurre idealmente, grazie ai numerosi oggetti da esso provenienti di proprietà della Fondazione, un angolo della famosa «Wunderkammer» veronese del Seicento.

Nell'Autunno del 1987, nella sede del Museo, fu allestita, in collaborazione con la Regione del Veneto, un’inedita mostra di «Antichi tappeti armeni», seguita, nell'aprile 1989, da un'altra breve esposizione di «Antiche miniature armene e khatchkar». L'ultima, piccola preziosissima mostra, quella dei «Libri su pergamena stampati da Giovanni Mardersteig», risale al giugno 1989.

Entro il 1990 si sono conclusi i lavori di restauro della sede del Museo, che si articola attraverso sedici ambienti situati al primo piano del palazzo, e del vasto piano terreno; dove l'area un tempo adibita a scuderia e poi a rimessa è stata trasformata in uno spazio espositivo adeguatamente attrezzato per consentire al Museo Miniscalchi-Erizzo di promuovere e di ospitare mostre estemporanee, come quella dei "Tesori delle Fondazioni artistiche italiane", che coincide felicemente con l'apertura al pubblico del Museo.
Tra le collezioni esposte al pubblico vanno segnalate, per importanza, quella dei disegni antichi: si tratta di 168 fogli, che saranno presentati a rotazione per evitare la prolungata esposizione alla luce. I disegni provengono tutti, salvo pochissimi addendi, dalla raccolta Moscardo, dove erano catalogati per soggetto. Quasi senza eccezione i disegni di cui si compone la superstite raccolta del Museo appartengono ai secoli XVI-XVII e spettano in massimo numero alla scuola veneta: Giovanni Antonio Pordenone, Giovanni Maria Falconetto, Paolo Farinati, Felice Brusasorzi, Battista Zelotti, Andrea Vicentino, Jacopo Bassano, Paolo Veronese, Alessandro Maganza, Palma il Giovane, Domenico Tintoretto. Tra i non veneti s'incontrano: Taddeo Zuccari, Giulio Romano, Ludovico Toeput detto il Pozzoserrato, Camillo Procaccini, Antonio Campi, Francesco Primaticcio, Ludovico Carracci, Guido Reni, Elisabetta Sirani.

Eccezionale è la raccolta dei bronzetti rinascimentali, disposta in due sale dell'antico edificio di Via San Mammaso: vi sono opere plastiche di Jacopo Sansovino, di Andrea Briosco detto il Riccio, di Nicola Roccatagliata, Tiziano Aspetti, Giulio della Torre, Bartolomeo Bellano ecc.

Vi si affiancano idealmente alcuni istoriati in maiolica dipinta del primo Cinquecento di area urbinate. Celebre fra tutti è il piatto dipinto da Nicola d'Urbino con la raffigurazione del mito di Latona e i contadini della Licia, appartenuto al servizio di Isabella d'Este Gonzaga, di cui compaiono sul piatto lo stemma, il motto «nec spe, nec metu» e l'insegna delle "polizze del lotto".

L'armeria vanta settanta pezzi circa di alta levatura, databili tra la metà del Quattrocento e i primi anni del Seicento: in buona parte si tratta di pezzi di armature da parata, ma non mancano armi da punta e da taglio d'uso.

Altro interessante capitolo è offerto dalla sala archeologica, dove, accanto ai bronzetti etrusco-italici e romani (tra tutti si segnala il «koùros Moscardo», fusione peloponnesiaca della metà del VI sec. a.C.), compaiono splendidi e coloratissimi vetri romani e terrecotte sigillate.

Una sala del Museo è stata dedicata alla ricostruzione della figura di Ludovico Moscardo e della sua «Wunderkammer»: vi si trovano oggetti originali autografati dall'erudito, nonché una serie di oggetti -«naturalia e artificialia» - che consentono in qualche misura di penetrare nella realtà del museo moscardiano, autentico "microcosmo", dove, accanto all'oggetto artistico stava, con pari diritto, il reperto curioso e in ogni caso significativo di un aspetto della molteplice e confusa realtà cosmica.

Una deliziosa cappella domestica conclude l'itinerario, che si svolge attraverso la sala del Settecento veneto, la biblioteca antica, la sala degli antenati, quella del Procuratore Erizzo, quella delle bifore, in un succedersi affascinante di ambienti storicamente caratterizzati, ognuno dei quali offre al visitatore inattesi incontri con oggetti d'arte e con arredi che testimoniano di un passato di cultura, di gusto e di ricchezza.

Una parola merita anche la mostra dedicata ai «Tesori delle Fondazioni artistiche italiane». Undici istituzioni museali, in rappresentanza di otto città d'Italia, hanno acconsentito a prestare temporaneamente al Museo Miniscalchi-Erizzo alcuni loro capolavori per esporli nella sede del nuovo Museo veronese: si tratta di opere di prima grandezza, dalla «Croce bianca» di Vasilj Kandinsky (Peggy Guggenheim Collection, Venezia), alla «Venere accosciata» di Giambologna e alla «Allegoria della Musica» di Dosso Dossi (Fondazione Herbert Percy Horne, Firenze), la «Conversione di Santa Cristina» di Paolo Veronese (Pinacoteca dell'Accademia Carrara, Bergamo), la «Sacra conversazione» di Jacopo Palma il Giovane (Pinacoteca dell’Accademia Tadini, Lovere), la «Croce processionale» di Limoges del sec. XIII (Museo Poldi Pezzoli, Milano), il «libro d'ore» miniato da Jean Fouquet (Museo di Palazzo d'Arco, Mantova) ed altre opere molto significative di questo particolare segmento del patrimonio artistico italiano rappresentato dalle Fondazioni consorelle di quella veronese che finalmente apre i battenti al pubblico.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1990

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