Palazzo Boldieri-Malaspina - Verona

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Palazzo Boldieri-Malaspina

Verona / Italia
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Palazzo Boldieri-Malaspina, in angolo fra Via Leoni e stradone San Fermo, è oggi sede di uffici dell’Amministrazione Provinciale di Verona, dopo essere passato nel secolo scorso agli Angerer e quindi ai Trezza e ai Bottagisio. Pesantemente restaurato, la sua origine è in ogni modo quattrocentesca, come mostrano ancora le belle finestre gotiche in marmo rosso di Sant' Ambrogio, in parte originali ed in parte eseguite in occasione del riordino ottocentesco della facciata, quando, con tutta probabilità, il palazzo venne dotato altresì di un nuovo portale di accesso.

Dal portale il visitatore viene subito immesso in un ampio androne, aperto sul fondo, per mezzo di una loggia, verso quello che un tempo era un più ampio cortile interno poi ridotto con l'edificazione di un corpo di fabbrica trasversale che lo venne a separare ancor più nettamente da un pur relativamente ampio giardino retrostante. Tale corpo di fabbrica, costruito parallelo a quello retrostante il prospetto principale, venne pure sostenuto da un loggiato contrapposto a quello originale quattrocentesco: altre tre colonne di marmo rosso vennero dunque in tale circostanza a fare da contrappunto a quelle originali, salvaguardando così l'idea originaria di un piano terra completamente a disposizione dei carriaggi (ed ora delle automobili).

Ampio giardino era all'interno, con muro di delimitazione su stradone San Fermo, ma esso fu poi ridotto anche per la costruzione dell'ala ottocentesca che adesso ospita gli uffici provinciali della caccia e della pesca. Si salvò comunque, in fondo al cortile, il nicchione barocco in cui fa bella mostra di se la statua allegorica della Verità, opera dello scultore Francesco Filippini. Di questo giardino all'italiana ci fornisce bella rappresentazione il disegno a colori del 17 dicembre 1694, di mano dell'ingegnere della città Gasparo Bighignato, conservato all'Archivio di Stato di Verona: si tratta appunto di una pianta, con relativi alzati mobili, delle case Malaspina e Murari Dalla Corte, ove si possono chiaramente leggere i confini delle proprietà tra Via Leoncino, via Flangini, stradone San Fermo e via Leoni.

I primi abitanti del palazzo appartenevano ad un ramo della famiglia Boldieri, una famiglia di origine non veronese - ma qui approdata fra il Tre e il Quattrocento - di estrazione "borghese", così come di estrazione borghese erano altre famiglie abbastanza velocemente "nobilitate", sulla base del censo e quindi del potere e prestigio contemporaneamente raggiunti.

Lo ha annotato recentemente anche Gian Maria Varanini, ricordando appunto come pure i Boldieri appartengano a quel gruppo di famiglie veronesi che nel giro di poche generazioni, durante il Quattrocento - quando appunto il ceto dirigente veronese continua ad essere caratterizzato da un forte dinamismo, da un ricambio sociale accentuato - si affermano nel patriziato cittadino, un patriziato la cui "chiusura" sociale ed istituzionale è, almeno per il primo secolo della dominazione veneziana, una leggenda storiografica alla quale nessuno crede più. A questo proposito occorre rilevare come proprio negli ultimi anni molte ricerche monografiche su singole stirpi abbiano dimostrato l'assunto: e basterà qui ricordare le indagini di Chiappa sui Carlotti, di De Martini sui Trivelli, di Varanini sui Pindemonte, sui Saibante e recentemente sui Turchi, e di altri ancora.

Con la specifica attenzione ad alcuni indicatori classici dell'affermazione sociale nella società italiana del Rinascimento, cade in acconcio, adesso, proprio un'ampia ricerca che Gian Maria Varanini e Daniela Zumiani hanno dedicato recentemente al medico veronese quattrocentesco Gerardo Boldieri e alla sua famiglia e che spiega come il percorso compiuto dalla famiglia Boldieri e in particolare da Gerardo richiedeva, per essere adeguatamente illustrato, la collaborazione fra specialisti di discipline diverse (la storia sociale e culturale da un lato, e la storia dell'arte dall'altro).

Provenienti da Ghedi, nel territorio bresciano, i Boldieri si trasferiscono a Verona verso la fine del Trecento: esercitano la professione di coltellai e, in seguito, di orefici. Orefice, e già abbastanza ricco verso il 1425, è Perozano Boldieri, padre di Gerardo, di Matteo (pure medico) e di altri numerosi figli. Ma la ricchezza (in larga parte fondiaria, naturalmente) vale poco, nella Verona del Quattrocento, se non si è socialmente accettati e se non si esibiscono adeguati status symbol. Ecco allora che i Boldieri acquistano l'austero palazzone già scaligero detto dell'Aquila (l'attuale Hotel Due Torri); che un ramo si costruisce poco dopo una casa più alla moda in Via Leoni (ove hanno attualmente sede, come si è già detto, alcuni uffici della Provincia); che essi pagano due colonne della chiesa domenicana di Sant'Anastasia, sulle quali figura il loro stemma.

In questo quadro si inserisce l'altro strumento essenziale per la nobilitazione ed il consolidamento sociale, cioè l'istruzione e l'insegnamento universitario. I fratelli Gerardo e Matteo Boldieri sono, infatti, negli anni Cinquanta, docenti a Padova, a rappresentare la ricca tradizione medica veronese di quel secolo (da Arcole, Zerbi, e più tardi Benedetti, Della Torre, Fracastoro...). Gerardo, in particolare, ha relazioni sociali ad altissimo livello: Francesco Sforza, il marchese di Mantova, Andrea Mantegna che gli invia a Venezia il figlio da curare.

Ma soprattutto Gerardo è orgoglioso di avere contribuito con lo studio e con l'insegnamento all'elevazione della famiglia e ne vuole consolidare la posizione. Perciò nel suo testamento egli prevede la possibilità che uno dei maschi della familia et prosapia illorum de Bolderiis studi medicina, e ordina che i suoi libri di filosofia e di medicina restino in casa, "perché con essi i discendenti possano studiare e rendere più grande e magnifica la nostra famiglia con adeguati onori e dignità, così come io l'ho ampliata, resa magnifica ed innalzata". La famiglia e la cultura dunque, e la cultura come strumento del prestigio famigliare.

Desiderosissimo di vivere dopo la morte, conscio del proprio prestigio culturale, Gerardo Boldieri non poteva non pensare a lasciare di sé una traccia duratura nella prediletta chiesa domenicana, come ci mostra Daniela Zumiani. Pensò alla sua famiglia prima di tutto, e poi anche a se stesso. Per sé fece erigere una tomba nella quale si definisce sui temporis physicorum princeps, il medico migliore dei suoi tempi. Ma la sua iniziativa più importante è l’erezione della cappella Boldieri, dedicata a Pietro Martire, il neo-patrono (o meglio compatrono) della città.

Gerardo aveva anche in mente i modelli numerosi delle chiese di Venezia, ove soggiornò a lungo: pensò per vent'anni a questo articolato progetto che prevede tra l'altro (con una scelta tipica da parvenu) un san Pietro Martire che regge in mano un modellino della città di Verona. E se non si può dire che gli esiti del grande impegno profuso da Gerardo Boldieri siano stati sul piano qualitativo eccezionali (Santa Anastasia ospita cappelle famigliari di ben altro livello), occorre comunque riconoscere che il suo sforzo di passare alla posterità ebbe indubbiamente successo.

Così come dovette avere successo - per il prestigio di tutta la famiglia e non soltanto del ramo che vi andò ad abitare - la costruzione di questa nuova casa "alla moda" sita in Via Leoni. Casa -a due piani con piano terra ampiamente libero e probabilmente con loggia superiore affacciantesi sul cortile interno, sopra la loggia terrena, come da modelli edilizi allora in voga; loggia superiore alla quale si doveva accedere, con tutta verosimiglianza, da monumentale scala, così come ne sopravvive ancora un esempio nella casa che fu dell'umanista Giorgio Bevilacqua Lazise, in Via Nizza.

Quando verso la metà del secolo XVI i Boldieri si riunirono di nuovo a Santa Anastasia, nel palazzo ove adesso sorge l'Hotel Due Torri, il palazzo di Via Leoni venne affittato dapprima al generale della cavalleria leggera Astorre Baglioni, e quindi all’Accademia Filotima, fintanto che nel 1610 venne acquistato dai Malaspina, che di nuovo lo resero alla destinazione d'uso per la quale era stato edificato: quella di dimora nobiliare.

La vendita ai Malaspina da parte dei Boldieri comportò il trasferimento di un ramo dei Malaspina costì, dopo l'esecuzione di molti e costosi restauri alle strutture. Era accaduto, infatti, che, trasferitosi a Bergamo nel 1566 il generale Baglioni, fondatore dell'Accademia Filotima, il palazzo passasse in affitto direttamente all’Accademia che lo trovò in condizioni disastrose, evidentemente devastato, all'atto della partenza, dai soldati che erano al servizio del generale.

Cavazzocca-Mazzanti - traendo le notizie dagli Atti dei Rettori Veneti - ci dà ampio ragguaglio di cos'era accaduto quando il Baglioni ebbe ad abbandonare il palazzo. Da un sopralluogo eseguito da Benedetto Boldieri furono trovate porte aperte, perché asportate le serrature; nella scuderia levate le mangiatoie e la porta; altro uscio era scomparso dalla corte grande. Lungo la scala mancavano sette ferri e una colonna situata nel piano superiore, che sosteneva una testa di moro, vedevasi spezzata e gettata giù nel cortile; i vetri tondi delle finestre erano quasi tutti frantumati; e del resto si era certi che alla consegna del palazzo al Baglioni, esso si trovava in ottimo stato di manutenzione.

Ricorda ancora Cavazzocca-Mazzanti che i Filotimi si accorsero ben presto in quale disastroso stato di deperimento era stato ridotto quell'alloggio militare, sicché il 31 dicembre 1565 deliberarono di spendere venti ducati nei restauri e che i compagni portassero ognuno uno scanno di noce con scolpitavi la propria arma. Tanti erano poi i danni riscontrati che il 15 gennaio si posero a disposizione cento ducati per le spese necessarie: una somma ben superiore dei trenta stimati in un primo momento. Ad ogni buon conto, con tanto di capitolo si proibiva di entrare nella sede armati.

Tullio Lenotti in un suo interessante saggio sulle vicende della casa Malaspina annota - sempre su base documentale - che il 20 febbraio 1610 Curio Boldieri, a nome anche dei I fratelli e nipoti, vendette il palazzo per 5000 ducati ai fratelli Pietro Paolo e Spinetta Malaspina della contrada di San Sebastiano, ma con la condizione di poterlo riscattare in ogni i tempo; e che si dovette por mano ai lavori più urgenti per i restauri (solamente per le finestre occorsero 600 vetri, e cinque vetrate furono "fatte de novo con 1040 vetri grandi bianchi") che proseguirono per vari anni.

Molto opportunamente Lenotti sottolinea che il palazzo vero e proprio si estendeva allora al destra con un fabbricato avente portico e botteghe, che faceva angolo con Via Leoncino. L'insieme di questi edifici fu valutato nel 1693 in 10.000 ducati, dopo che, alla fine del '600, aveva raggiunto maggior perfezionamento, quando appunto il marchese Ippolito volle adornare anche il giardino con una bella statua rappresentante la Verità.

Altri lavori di un certo rilievo dovettero eseguirsi sempre nel torno di questi decenni, con la distruzione della scala esterna sul cortile, (che pare di poter ravvisare come esistente anche dal rendiconto del sopralluogo del 1566) e la costruzione del monumentale scaIone con accesso dal Iato destro dell'atrio, con putti sulla balaustra, la grande statua di Marte all'ingresso e, nel soffitto, le raffigurazioni di Giove e Apollo dove l'effetto scenografico delle riquadrature e i ricercati motivi decorativi inducono Federico Dal Forno ad attribuire l'opera pittorica a Ludovico Dorigny.

Difficile riferire in questa sede tutte le altre vicende di cui il palazzo fu protagonista: altri passaggi di proprietà e, nella circostanza, altri lavori, fino ai nostri giorni. Ci basti a questo punto annotare che quando nella seconda metà dell'Ottocento i Malaspina si trasferirono a Vicenza, il palazzo venne venduto a Giovanni Angerer, un fabbricante di birra che, come ricorda Federico Dal Forno, pensava di sostituire questo basso palazzo gotico con uno più grandioso e di gusto classicheggiante ed incaricò l'architetto Francesco Ronzani di progettare il nuovo edificio.

"La creazione che ne uscì - scrive Dal Forno - fu veramente grandiosa, tanto che per realizzarla armonicamente si rendeva necessaria l'occupazione di una porzione di suolo pubblico sito sul Iato destro del palazzo verso via Leoncino. Avrebbe dovuto essere bugnato nella parte terrena, con portoni ad arco, le finestre nel primo e secondo piano, affiancate da paraste ioniche, elemento centrale elevato oltre la gronda, e decorato da acroteri, al centro uno scudo stemmato affiancato da due leoni rampanti; simile elemento si doveva creare anche nei lati sinistro e destro della facciata".

"II progetto - prosegue Dal Forno - venne presentato alla Commissione Municipale dell'Ornato il 3 settembre 1860, seguito dalla richiesta di cessione da parte del Comune di una piccola porzione di area pubblica, in considerazione del grandioso complesso da edificarsi. La cessione venne concessa, ma la costruzione non ebbe inizio. Seguirono solleciti da parte del Comune; nel frattempo l'edificio venne recinto per prevenire danni che potevano derivare dalla sua demolizione, ma la demolizione non avvenne."

Sicché oggi, pur con tutte le manomissioni e gli pseudo restauri "in stile", nel frattempo intervenuti, il palazzo che fu dei Boldieri e poi dei Malaspina è ancora lì a testimoniare i fasti di due famiglie che ebbero a cuore la rappresentazione del loro casato ma anche il decoro della città.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1996

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