Palazzo Da Sacco-Pincherle - Verona

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Palazzo Da Sacco-Pincherle

Verona / Italia
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In Via Diaz a Verona, ove oggi insiste parte di un hotel, erano un tempo le case dei nobili da Sacco, membri dell'illustre famiglia veronese affermatasi durante la Signoria Scaligera soprattutto per i meriti di Pietro, eminente figura di diplomatico, giurista e consigliere dei Signori di Verona.

PIETRO DA SACCO

La famiglia aveva fatto fortuna a Verona nella seconda metà del secolo XIII con l'esercizio di pubblici uffici (i suoi membri erano giuristi e notai) non disgiunti dall’attività commerciali. Pietro in particolare, come diplomatico, aveva trattato nel 1309 a Bologna per conto dei suoi Signori, con esiti che però, se brillanti forse sul piano diplomatico, non gli portarono personalmente fortuna. Ne fu comunque compensato dagli Scaligeri con l'esenzione dalle imposte, esenzione assurta a valore di posta statuaria, la CCXII del primo libro degli Statuti di Cangrande del 1328. Pietro da Sacco venne ad abitare in città accanto alla porta dei Borsari, nei primissimi anni del Trecento, probabilmente dopo il 1312, proveniente dalla sua precedente abitazione in contrada San Giorgio, più precisamente in località Sacco, oltre l'odierna Campagnola. Di qui il cambiamento del cognome di Guidotti in quello di Sacco.

PRECEDENTI INSEDIATIVI

La casa che Pietro da Sacco ebbe a costruirsi (o a ristrutturare in quell’occasione), e della quale sussistono abbondanti porzioni, nasceva su precedenti ancor più antiche strutture altomedioevali, che a loro volta poggiavano sui resti di case romane, essendo questo isolato già fittamente abitato fin dalla fondazione della città.

Ricorda Giuliana Cavalieri Manasse come i resti scoperti sotto questo stabile partecipano della comune situazione in cui si trovano le testimonianze dell'edilizia privata veronese: "scarsezza di resti murari, in genere non collegabili fra loro, presenza di pavimenti musivi, litostrati, pozzi, cunicoli, il tutto frammentario e a diversi livelli, presenza di materiale romano reimpiegato".

L'edificio, o gli edifici in questione, erano fin dall’età romana serviti da due strade, come del resto anche attualmente: il decumano massimo (attuale corso porta Borsari) e il primo cardo (attuale via Adua). I resti murari più consistenti sono raggruppati in due complessi: uno minore si trova sotto palazzo Realdi-Monga; l’altro proprio sotto le case che furono dei da Sacco.

Comunque un giudizio complessivo sui resti rinvenuti va formulato con molta cautela: "Certo siamo in presenza di abitazioni del centro storico, stese su almeno tre livelli - osserva la Cavalieri Manasse - Due di questi si possono datare dai pavimenti in marmo alla fine del III-IV secolo d.C. nonostante la diversa profondità, il terzo è dato dallo strato medioevale con le povere casette. Sono anch'esse testimonianze storiche, storia della vita di Verona. I pavimenti della parte più meridionale possono essere appartenuti a una o anche a due domus private. La grande estensione e la ricchezza dei resti più a nord può far pensare ad una villa, forse anche ad una schola con funzioni pubbliche a carattere religioso".

E ad ogni buon conto "Le scoperte di cui si è riferito si inseriscono in un periodo storicamente difficile, archeologicamente poco documentato. Sono perciò maglie preziose, se pure un po' sfrangiate, del tessuto urbanistico romano di Verona, questa città sempre viva".

LA CASA DI PIETRO DA SACCO

Ma torniamo ai da Sacco per annotare come durante i lavori di restauro ai quali la loro casa è stata di recente sottoposta, per conto della Società Cattolica di Assicurazione e su progetto dell'architetto Libero Cecchini, sia apparso, al piano terra del prospetto sud, il breve portico a due arcate, sostenuto al centro da una bella colonna in marmo rosso nel cui capitello riccamente scolpito è la loro arma. Si tratta di un lavoro attribuibile appunto al secolo XIV, mentre forse al secolo successivo sono attribuibili le facciate decorate con finestre trilobate distrutte pressoché totalmente nel 1853 ma delle quali ci è rimasto Il disegno.

Quando nel 1853 un ignoto ingegnere veronese presentò alla Commissione comunale dell'Ornato per conto del proprietario Pincherle, un progetto di rinnovazione della facciata del palazzo, egli allegò, infatti, anche il disegno del prospetto come allora si trovava, dove si legge appunto, pur con numerosi interventi posteriori, un'architettura quattrocentesca con quattro finestre trilobe superstiti, che saranno distrutte nel corso di quel rifacimento.

Come erano delimitate le case da Sacco all'indomani del trasferimento costì di Pietro? Difficile dirlo, anche perché i da Sacco - forse lo stesso Pietro e senz'altro i suoi discendenti - fecero quello che in quei secoli tutti facevano: acquistavano magari un piccolissimo lotto di costruito e poi via via - a mano che la famiglia si diramava, crescendo anche in capacità economiche - perseguivano, ogniqualvolta se ne presentasse l'occasione, una politica di acquisti rivolta alle case confinanti, fino a costituire degli interi blocchi edilizi a più casette ed occupanti porzioni consistenti degli isolati quadrangolari già disegnati in un antico passato.

Comunque sia, quelle che senz'altro dovrebbero essere identificate come le dimore dei da Sacco sono due unità edilizie: una, che è la principale, ha la facciata direttamente su via Adua; l'altra, che si trova in parte dietro a questa, apre il suo prospetto su di un cortile interno cui si accede da via Adua, confinando a sud con le case sul corso, ad est con Palazzo Realdi, e a nord con una casa di recente costruzione poi demolita, corrispondente al passaggio coperto fra via Adua e corte Realdi. Anche le botteghe sul corso, nonché l'area coperta di passaggio tra via Adua e corte Realdi, facevano parte del complesso da Sacco.

Non si è in grado di sapere che cosa abbiano trovato in quest'area i da Sacco alla loro venuta. Certamente la zona era - come si è accennato - già edificata e probabilmente alcune strutture di questa unità edilizia sono anteriori al Trecento: in particolare una torre (o casa-torre?) di origine comunale inserita dai da Sacco nei rifacimenti delle loro case. Tale torre, che si eleva ancora per tutta l'altezza di questa unità edilizia al suo interno, dovrebbe essere stata troncata nella sua parte superiore quando, alla fine del Trecento, il palazzo venne riformato.

Al rifacimento di questa prima unità edilizia - ma anche dell'altra vicina - dovettero mettere mano con ogni probabilità, fra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento, i pronipoti di Pietro e di Guglielmo, tra cui quel medico Francesco da Sacco che appare nei documenti fra il 1388 e il 1415 e che sigla il suo intervento con le iniziali del nome (F.S.) poste a lato dello stemma da Sacco scolpito sull'architrave di un portalino in marmo rosso collocato sul prospetto sud del secondo edificio.

Sono questi, fra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento, gli anni di maggior splendore di casa da Sacco quando questa famiglia, notevolmente arricchita dalle attività professionali dei suoi membri (avvocati, giudici, notai, orefici e banchieri), formò una delle più grosse consorterie veronesi, tanto da poter entrare ufficialmente nel 1409 a far parte della nobiltà cittadina.

L'ammissione alla nobiltà locale, oltre che risultare un riconoscimento del censo acquisito dalla famiglia, venne altresì a premiare un secondo Pietro da Sacco che con altri notabili veronesi era stato, nel 1405, fra gli artefici della dedizione di Verona a Venezia.

LA RISTRUTTURAZIONE OTTOCENTESCA

Il complesso edilizio - come si è già accennato - passò nell’800 alla famiglia Pincherle che, nel 1853, presentò alla Commissione comunale dell'Ornato un progetto di sua ristrutturazione. Alla data di presentazione del progetto Pincherle - poi eseguito con la riduzione della facciata nelle forme tardoneoclassiche che tuttora ostenta - varie manomissioni erano però già intervenute: non indifferenti quelle della sostituzione delle originali finestre al piano nobile con finestre rettangolari, e della bucatura di tutto il piano terra con le ancora esistenti aperture che immettono nei negozi.

Annota Maristella Vecchiato: "L'intervento di rifacimento della casa di Mayer Pincherle ubicata nella parrocchia di Santa Eufemia, come descritto nella proposta progettuale approvata dalla Commissione in data 13 maggio 1853, costituisce un interessante esempio di architettura ottocentesca realizzata nella città di Verona. Lo schema compositivo è senz'altro neoclassico e si sovrappone ad un complesso architettonico di impianto molto antico, trasformato successivamente con inserti di elementi probabilmente settecenteschi (incorniciature dei fori e zoccoli di bugnato al piano terreno). Il rilievo dello strato preesistente, infatti - leggibile nel grafico che collega l'istanza di Mayer Pincherle - descrive un prospetto articolato da luci trilobate di stile gotico che si affiancano a finestre classiche sormontate da architravi modanati, in una mescolanza di stilemi che la cultura architettonica del tempo non poteva tollerare e che perciò riconduce, demolendo "vecchi fabbricati... mancanti di euritmia nei loro elementi architettonici" ad uno schema rigoroso, ove le ali più basse, loggiate al primo piano, fiancheggiano l'imponente corpo centrale, alleggerendolo. L'episodio delle logge, scandite da colonne rastremate con capitello d'ordine ionico sormontato da frontone, si ripete inoltre nella campata di mezzeria del fabbricato. Dell'antica abitazione si ripropone al piano terreno l'alto basamento a bugnato, sul quale si affacciano le aperture ad arco rialzato, mentre binari di fasce modanate, con inserti decorativi a losanga e a cerchio scandiscono la successione dei piani".

Anche all'interno dell'edificio vengono occultate, nel corso di più che cinque secoli - ma si ha motivo di credere soprattutto nel corso dei lavori del 1853 - le originarie strutture: in primo luogo i molti soffitti lignei che, in occasione del recente restauro, sono stati riportati alla luce.

Annessa a questa unità edilizia era anche l'ampia corte sul retro dello stabile, all'interno dell'isolato, divisa dalle case Avesani e da corte Realdi mediante un alto muro medioevale di cinta. In questo muro, verso corte Realdi, si apre tuttora una bella porta romanica con arco a conci di tufo, protetta un tempo verso l'esterno, da un aggetto di lastre di pietra di Prun sostenuto da mensole di marmo.

Tale corte doveva essere anche un tempo in comunicazione con via Adua, attraverso un andito tra le case Avesani e le case da Sacco, lo stesso andito che, successivamente coperto, conduce ora, da via Adua, allo spazio realizzato ripristinando il perimetro originale di detta corte. La corte fu occupata in questo secolo da un edificio che venne demolito nel corso di recenti lavori: al suo posto fu realizzato appunto il nuovo spazio coperto, riaprendo così un’antica comunicazione fra via Adua e corte Realdi.

Di notevole interesse architettonico è comunque anche la seconda unità edilizia del complesso da Sacco: quella posta in fianco al cortile che è fra l'unità testé descritta e la spina di case ove aprono i loro battenti le botteghe sul corso. A questa unità edilizia si arriva da un lungo e stretto cortile che originariamente era diviso da via Adua a mezzo di un alto muro in cui si apriva l'ingresso carraio. Anche qui al primo piano sul cortile, girava un tempo - ed in parte gira tuttora anche se riattato nel secolo scorso - un ballatoio di pietra sostenuto da mensoloni di marmo. Attraverso una stretta galleria, ora ripristinata, tale cortile era in diretta comunicazione con la corte retrostante confinante con corte Realdi.

Se le facciate quattrocentesche di questa seconda unità non più esistono, sostituite da facciate ottocentesche, tuttavia al suo interno la casa conserva ancora molti dei vani della sistemazione che le si dette fra la fine del Trecento ed i primi anni del Quattrocento: grandi sale di indubbia bellezza per le pareti e i soffitti decorati.

Si è già osservato come del complesso degli edifici da Sacco faccia parte anche l’edificio con una lunga serie di botteghe sul corso, anch'esso ottenuto "assemblando", forse già dal secolo XVI, una serie di casette di origine medioevale. Questa spina di case, sul corso Porta Borsari, oggi anch'essa come tutto il complesso da Sacco di proprietà della Società Cattolica di Assicurazione per acquisto fattone nel 1901, si è rivelata, durante i recenti lavori di restauro, di un certo interesse.

I lavori hanno, infatti, messo in luce come la spina in questione, ora uniformata da un intervento edilizio probabilmente dell’800, sia composta da tre unità edilizie, distinte, di epoca medievale, forse romanica. Le tre casupole, che al piano terra probabilmente ospitavano fin dall'origine botteghe artigiane, avevano dei paramenti murari a vista in tufo, nei quali si aprivano finestrelle con archi a tutto sesto. Tale spina si prolungava un tempo anche sull'area dove, nella seconda metà del Settecento, sarebbe sorto il palazzo dei Realdi.

Le casupole medioevali dovevano essere a due piani, essendo stato aggiunto il terzo durante successivi interventi di epoca rinascimentale, quando su di una di esse venne dipinto il fregio che correva in facciata sottogronda e che è stato scoperto nel corso dei recenti restauri.

Sulla facciata di questa spina di case - che è stata pur essa di recente restaurata - fa bella mostra di sé anche una bella meridiana affrescata, forse contemporanea al fregio di gronda. Nel corso dei restauri si è pure valorizzato un bel tabernacolino quattrocentesco in tufo con il simbolo bernardiniano.

Da segnalare, all'interno di questi edifici, un ovale ad olio con scena mitologica che si trova sul soffitto di un locale al piano nobile ed i bei comignoli sul tetto, strutturati per raccogliere le acque piovane all'interno della loro canna con un’ingegnosa disposizione di coppi a canale.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1999

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