Palazzo della Gran Guardia - Verona

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Palazzo della Gran Guardia

Verona / Italia
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La travagliata storia della costruzione della Gran Guardia, solenne edificio fronteggiante l'Arena di Verona in Piazza Bra’, a Verona, inizia nei primi anni del Seicento per concludersi, dopo alterne vicende, soltanto nel 1843, e dunque circa centocinquant'anni fa, ma non in modo brillantissimo. Eppure il monumento rappresenta tuttora - e, in effetti, di là dalle sue varie imperfezioni lo è - un’importante emergenza in Piazza Bra’, in grado di gareggiare, come si è detto, con la gran mole dell'Arena romana.

L'atto di nascita della Gran Guardia - voluta per la rivista dei soldati veneti nei giorni di pioggia - risale al 26 settembre 1609, quando uno dei due rettori, il Capitano che era allora Giovanni Mocenigo, scrisse al Doge di Venezia Leonardo Donà prospettandogli l'opportunità di avere a Verona un locale coperto per passare in rivista le truppe nei giorni di maltempo, da erigersi appunto in Bra’, a ridosso della muraglia della Cittadella, in modo che la muraglia stessa servisse "per uno dei lati et la spesa riuscirà tanto minore", provvedendovi gli stessi uomini d'arme "con un di più sulle ammende".

Nei locali superiori era altresì prevista una serie di locali per gli esercizi cavallereschi che quivi avrebbero tenuto gli Accademici della Filotima, vale a dire dell'Accademia che accoglieva i nobili "amanti del valore". Tre mesi dopo, il 30 dicembre 1609, il doge concesse la sua approvazione, mentre il 13 febbraio 1610, i senatori giungevano a contribuire direttamente all'erezione della fabbrica con la somma di cinquecento ducati.

Già nei primi decenni dell’Ottocento, vale a dire quando si decise il completamento della fabbrica, si discuteva a chi fosse da attribuire il progetto di tanto monumento. E a questo proposito Giambattista da Persico, nella sua preziosissima guida alla città e alla provincia di Verona, ebbe in quegli anni a scrivere: "II disegno di ordine dorico non disdice in tutto allo stile del Sammicheli a cui anche alla vulgare opinione e qualche scrittore l’attribuiva, ma falsamente; provatosi già per l'allegata ducale, che si pensò a questa fabbrica da cinquant'anni circa dopo la sua morte. Oltreché pare che non male osservino più intelligenti dell'opere di Sammicheli, non dover questa essere di lui per alcune irregolarità che vi ravvisano, e le soggiungo per esercizio di critica architettura. Sono esse adunque l’elevazione delle arcate oltre i due quadri; le colonne binate a scompartimento del piano nobile; gli architravi delle finestre rotti dalle serraglie; lo sporto della trabeazione più leggiero che si convenga alla dorica magnificenza; l'attica nel corpo di mezzo per lanciarne a più altezza la sala; e qualche altro siffatto obietto negli ornati ed aggiunti; sebbene ad alcuna d'esse apporre si possa in contrario qualche esempio di lui ed altri architetti".

Da Persico dava anche indicazioni su una possibile ricerca da farsi a proposito dell'autore del progetto: "Quindi tra le lettere del Mocenigo, scritte al Senato l'anno 1609 o in quel torno, trovandosi quella che accompagnò le ragioni e il disegno di questa fabbrica, potremmo forse chiarirci se l'architetto fosse, come altri vuole, un Domenico Curtoni, nipote del Sammicheli o qual altro ne sia stato. A questo fine sonosi già inoltrate pratiche e istanze, perché se ne facciano ricerche negli archivi che restano de' Veneziani".

Non si sa se tali ricerche siano state eseguite ma il nome di Domenico Curtoni, avanzato da Giambattista Da Persico, è tuttavia accettato dalla critica come quello del più probabile progettista,

E Domenico Curtoni (1556-1629) non era certamente l'ultimo degli architetti veronesi di quei decenni. Il suo linguaggio prende da Michele Sammicheli (1486/88-1559), forse attraverso la mediazione del cugino Bernardino Brugnoli (1538/39-1584) con il quale aveva in comune il nonno Paolo Sammicheli, l'organizzatore e per così dire il proto dei vari cantieri sammicheliani veronesi.

Come ricorda Giuseppe Conforti e come si deduce dai più attendibili documenti d'archivio, Domenico nacque a Verona nel 1556 e non nel 1564, secondo quanto affermava una vecchia tradizione basata su di una registrazione anagrafica ripresa anche dalle voci più recenti. Suo padre fu Pietro, a sua volta indicato nei documenti come protus e muraro, originario della Valcamonica, e la madre una Lucia che si suppone fosse figlia di un lapicida Paolo da Porlezza cioè di Paolo Sammicheli, circostanza (del resto già avallata dalle fonti) che accredita la parentela del Nostro con lo stesso Michele. Domenico Curtoni sarebbe dunque primo cugino di Bernardino Brugnoli, non solo come lui nipote di Paolo, ma continuatore a sua volta della bottega di Michele e del nonno, dopo che questi due ebbero, quasi contemporaneamente, a morire.

Osserva molto a proposito Giuseppe Conforti come Domenico risultasse "uno dei più significativi esponenti della cultura architettonica post-sammicheliana, per molti versi ancora condizionato profondamente dal linguaggio rinascimentale: capace tuttavia di notevoli invenzioni e di approcci spregiudicati nei confronti del nuovo gusto anticlassico che anche in Verona veniva trovando spazi e committenze".

Sicché: "Come il padre, anch'egli non fu solo architetto, ma un vero e proprio impresario e direttore di cantiere: spesso coinvolto anche solamente in qualità di fornitore di materiali (pietre, marmi); in diverse occasioni interpellato, data la notevole conoscenza delle tecniche che gli venne riconosciuta, per pareri e perizie su opere in via di definizione".

Ecco dunque spiegato il sapore sammicheliano di quest’edificio della Gran Guardia, ulteriore intervento del Curtoni - il quale poco prima aveva realizzato, ma in chiave palladiana, il pronao del Filarmonico - che qualifica notevolmente nel tessuto urbano secentesco della città di Verona, il grande invaso della Bra’, fino allora considerato discarica di materiali, giusto il ricordo di Ludovico Moscardo: "Era così piena la piazza della Bra’ di quelli fragmenti, che levano i tagliapietra lavorando le pietre, né restavano anco altri di portarvi ruine di fabbrica et ogn'altra sorte di materia, in modo tale che era venuta impraticabile, e deserta, et di ciò avedutisi li nostri Padri del Consiglio ordinarono, che fosse levata quella materia et spianata con egual ordine, imponendo pena a qualunque per l'avenire similmente la impedisse onde divenne spatiosa, e praticabile nel modo che hora si vede".

In tale prospettiva va giudicata - con Loredana Olivato -riqualificazione di uno spazio che, altrimenti, non era in grado di stabilire alcuna significativa relazione con l'antistante mole dell'Arena. "Da quel che possiamo dedurre - sono sempre osservazioni della Olivato - fu realizzato il portico inferiore e otto degli intercolunni superiori a cominciare dal margine destro. Le tredici arcate del pianterreno si innestano su una superficie a bugnato rustico, di notevole effetto chiaroscurale, fermata agli angoli da massicce testate dove si apre un doppio ordine di finestre. Le otto luci del piano superiore riprendono modulazioni sammicheliane, in particolare nella cornice a colonne binate, nell'alternanza di frontespizi triangolari e curvilinei e nelle metope classicheggianti della trabeazione; quanto a queste ultime è stata notata per tempo la precisione della scansione, tanto bene che i trillifi, ad onta delle doppie colonne corrono sino al fine senza alcuna spezzettatura negli angoli".

Sempre a stare con la Olivato: "II progetto di Curtoni, oltre che da una volontà di complessivo riassetto dell'invaso della Bra’, origina anche da una prospettiva, nella concretizzazione di quella volontà, più personale: Domenico, a questa data, ha già fornito l’impostazione della sede dell'Accademia Filarmonica, accanto ai portoni che affacciano sulla piazza e, nel definire l'assetto della Gran Guardia, non può non esporsi al colloquio esigente con la gran mole dell'Arena. Il nuovo edificio partecipa insomma ad un disegno che ci affida la sagacia dell'architetto nell'intuire le esigenze diffuse e nel saperle ricomporre in coerenza di forme".

Sottolinea, a questo proposito, Pietro Gazzola come Domenico, in questa impresa: "doveva essere animato da proposito di contrapporre all'anfiteatro romano un'architettura che gli si adeguasse in gravitas, seguendo un cursus figurativo differente. Questo edificio - infatti - che interrompeva la colorita parata delle case gotiche di piazza Bra’ sembra l'ordinata esposizione degli elementi che costituivano quella componente della figurativa sanmicheliana che il Curtoni aveva accuratamente evitato nella sua cernita dei vocaboli stilistici del Maestro".

"Ma soprattutto -concludiamo anche noi con Loredana Olivato -quello che viene a mutare è lo spirito che informa la realizzazione: "Curtoni vi rivela la sua originale consonanza a ciò che in questi anni viene definendosi come rinnovamento linguistico - e che sfocerà presto compiutamente nella cultura espressiva barocca - nella notevole ed intenzionale dilatazione della scala dell'impianto, sicuramente determinata - come notavamo - dall'antica forma dell'anfiteatro: ora in tale dilatazione scompaiono i termini di quel prezioso luminismo che aveva caratterizzato le superfici della precedente stagione; qui il dialogo si stabilisce direttamente tra grandi masse d'ombra e di luce, senza quell'accorto dosarsi di effetti che traspare ad esempio, a breve distanza, dal palazzo sanmicheliano degli Honorii, e questo ci fa avvertire un senso, una dinamica affatto nuovi".

E' uno scrittore veronese contemporaneo, Antonio Grandi, a farci edotti che l'Accademia interessata ad avere alcuni locali nell'edificio era quella dei Filotimi, cioè amatori dell'onore. Anche un'iscrizione, nonché lettere ducali smentiscono il Moscardo che affermò come l'opera fosse ordinata e pagata dai Veronesi per alloggiarvi il provveditore generale di terra ferma, come più tardi riprese Scipione Maffei. Il testo dell'iscrizione come era scolpito in marmo nel mezzo della facciata così recita: "Designavit, a fundamentisque excitavit egregiam praeclaris operis moles loannes Mocenico praefectus M.D.C.X. consilius cujus et suasu ex S.C. universa resp. fieri iussit in varios Martis usus". A questa iscrizione Giambattista Da Persico soggiunge altra scolpita nell'interna volta dell'arco alla porta laterale da sera: "Auct. jub. lo. Moc. praef. Veronae. Io. Andrea Mildano Ver. V. Col. Gnli. P. Pec. invent. incoept. op. Christ. Sal. a. MDCX".

Questo relativamente alle lapidi che attestano l'inizio dei lavori, proseguiti poi sotto Girolamo Corner capitano, a tutto il 1611 , come si legge nell'iscrizione cancellata, sempre dai Francesi, nel lato di fronte al museo lapidario, allusiva alla famiglia dei Corner. Da quest'epoca sino al 1614, come dalle due note Valerio (Silvestro Valier che fu capitano) e MDCXIV, scolpite dal detto lato, i lavori della fabbrica proseguirono con i ricavi di multe pagate da portatori d'arme, e di qualche altra ragione, non però a spese dell'erario.

Nel 1614 i soldi erano già finiti, sicché il 2 maggio 1639 il Consiglio Comunale di Verona, chiese di inviare una supplica al doge per trattenere diecimila ducati dalle tasse dovute a Sua Serenità, da spendersi in tre anni. Ma la proposta non andò in porto e così i lavori rimasero definitivamente sospesi: rimaneva a costruire al piano delle sale tutto il Iato a mattina dalla nona finestra in là, oltre due terzi delle volte e il tetto.

In ogni caso, anche se non ancora realizzate completamente: "Le parti di questo disegno - ce lo ricorda ancora Giambattista Da Persico - sono tredici arcate nel primo piano, sostenute da pilastroni a rustiche bozze, ciascuno del diametro di metri 3,573, sui quali si lanciano le volte del più ardito sesto che mai si vegga standone la corda m.ri 12,710, e la lunghezza del portico m.ri 86,443. Ne’ due pilastroni laterali, ognuno del diametro di m.ri 6, 772, sono aperte due minori finestre l'una sopra l'altra, modo forse pur esso non troppo convenevole a buona architettura. Altre otto sono tra loro d eguale forma e grandezza, sopravi altrettanti rispettivi finestrini, che corrono per un terzo ordine. Cinque finestroni arcuati intermedi sono d'altra forma e maggiore, ciascuno del vano di m.ri 2,660. Sono poi tutti ornati de' loro balustri, e frapposti a colonne binate. Sopra vi corre architrave e fregio con metope scompartite sì bene che i triglifi, ad onta delle doppie colonne, corrono sino al fine senza alcuna spezzatura negli angoli; modo dell'architettura sì malagevole da eseguire, che al Sansovino, interpretando un passo di Vitruvio, diede molto che fare la pratica di questa regola nel fregio della libreria di San Marco.

Chi voglia conoscer meglio la difficoltà di questo architettonico arcano, quale allora si tenea, legga quanto in proposito ne soggiunge il Temanza. Di mezzo levasi l'attica già ricordata rispondente ai cinque detti finestroni intermedi; che comprendono la sala di tutta altezza. Il Iato da sera è pur compiuto sulle stesse forme, contenendo tra due laterali pilastroni una sola arcata che apre tutta la lunghezza dello spazio sotto le magnifiche volte".

Rimasti dunque sospesi e interrotti i lavori, per quasi due secoli, sarà soltanto nel 1808 che il viceré d'Italia farà dono della Gran Guardia al Comune di Verona (con la caduta della Repubblica Veneta il palazzo era passato al Demanio) purché lo si completasse entro tre anni e lo si adattasse a sede dell'Amministrazione Civica. Se il Comune accettò, se affidò l'incarico dei lavori all'ingegner Giuseppe Barbieri, se sempre il Comune previde il finanziamento dei lavori in vari modi (fra i quali l'abolizione di un sussidio di 4.600 lire di allora al Baccanale del Gnocco e l'alienazione di alcuni edifici comunali), se il costo dell'opera venne preventivato in 44.673 lire, tuttavia, solo nel 1818, il 5 ottobre, si tornerà a parlare di iniziare effettivamente i lavori, quando ormai Verona, cessato di far parte del napoleonico Regno Italico (1814), passerà definitivamente sotto l'Austria. Nel giugno 1819 i lavori saranno finalmente appaltati, anche se poi durarono parecchi anni.

Della ripresa dei lavori e dell'utilità che dal loro completamento sarebbe derivato al decoro della piazza, così il contemporaneo Da Persico: "Più vario e piacevole ne potrà qui divenire il passaggio, apertosi nell'interne mura di rincontro alle arcate altrettante botteghe, ed ergendovi di mezzo uno scalone, già ordinato conforme alla dignità della mole. Se fortuna o consiglio non si opporrà al compimento, diverrà il Palazzo uno de' migliori ornamenti di questa piazza".

Fu in quella circostanza costruito appunto il grandioso scalone che porta alla sala superiore anche se, nel 1848, i lavori furono di nuovo sospesi per acquartierarvi nell'edificio i militari austriaci, che vi rimasero fino al 1852. Essi vennero ripresi poi, e nel maggio 1853 si ebbe il collaudo e la liquidazione delle spese ammontanti a 61.022,08 lire per l’irrobustimento della facciata e la sistemazione del piano nobile e a lire 124.807,77 per la costruzione dello scalone interno.

Tullio Lenotti - che in un suo libretto sulla piazza della Bra’ fornisce questi dati da lui direttamente desunti da documenti d'archivio - aggiunge anche che la pavimentazione in pietra del sotto portico fu eseguita nel 1856 con Ia spesa di 12.528,84 lire. Il resto è storia recente, e a dire il vero storia non molto fortunata fino al recentissimo restauro ultimato nell’agosto del 2001.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1995

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