Palazzo della Torre-Ederle - Verona

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Palazzo della Torre-Ederle

Verona / Italia
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Si conosce poco di Palazzo Della Torre - Goldschmidt - Lebrect -Ederle in stradone San Fermo (già via dei Brentari) a Verona, non tanto relativamente ai suoi antichi proprietari, quanto alla sua costruzione. Si tratta comunque di un imponente edificio a vari piani, da alcuni attribuito a Michele Sanmicheli, da altri a Domenico Curtoni, rimasto incompiuto per quasi una metà - il lato sinistro guardando la facciata - fino al secolo scorso.

Monumentale il piano terra, che riceve luce da sei finestroni con arco a tutto sesto, in mezzo ai quali si apre il portale che dà accesso al cortile centrale. Sempre in prospetto, al di sopra dei sei finestroni e del portale, e da questi divise da una cornice marcapiano, stanno le sette finestrelle del mezzanino. Altri sette finestroni, dotati di timpani a sesto ribassato alternati a triangolari, scandiscono la facciata al di sopra delle finestrelle del mezzanino, dando luce al secondo piano, pure monumentale. Infine, al di sopra di questi, sono le piccole aperture dell'ultimo piano, quelle sotto il tetto.

Francesco Ronzani e Gerolamo Luciolli, che reputano il disegno del palazzo da attribuirsi a Michele Sanmicheli, osservano che l’architetto "in vero non ostenta in questa nobile abitazione quella sontuosità, che negli altri suoi edifizi e in Verona, ed altrove si osserva, e probabilmente per la nota moderazione de' suoi ordinatori, serbando nondimeno quel carattere, che a famiglia di condizioni si conveniva; la quale nell'epoca appunto e di questo, e dell'encomiato monumento fu celebratissima, e della gente di lettere, e d'arti memorata con distinta estimazione".

Il giudizio dei due storici di Michele Sanmicheli va ovviamente riferito solo al prospetto del palazzo perché, se dall'atrio si accede al cortile o alle sale interne, le risoluzioni architettoniche e decorative sono senz'altro improntate a minor semplicità: l'osservazione valga soprattutto per l'elegante portico a pilastri che, in fondo al cortile, separa quest'ultimo da un piccolo ma delizioso giardino; e valga altresì per le sale interne, ove Federico Dal Forno ci assicura che si possono ammirare pregevoli soffitti con stucchi, monumentali camini e decorazioni a raffaellesche, nonché le tracce di decorazioni floreali trecentesche. Ben visibili qua e là le insegne araldiche dei Della Torre, che si vedono murate anche nella loggia e in più punti del cortile.

Se probabilmente ha un fondo di verità anche la leggenda di una provenienza lombarda della famiglia originariamente proprietaria del palazzo, molto di più sappiamo sui Della Torre del ceppo veronese a partire dall'ultimo scorcio del secolo XIV, quando sarebbe attestata, nella città scaligera, la presenza di un Domenico, aggregato nel 1408, all'inizio della dominazione veneziana, al nobile Consiglio di Verona.

L'Estimo cittadino del 1409 riferisce, infatti, della presenza a San Fermo di Domenico del fu Giovanni, già defunto nel 1418, quando altro Estimo ricorda gli eredi ed i beni di Domenico. Ancora: gli Estimi del 1425 e del 1433 ricordano qui la presenza di Giovambattista del fu Domenico con i fratelli, mentre gli Estimi del 1443, del 1447 e del 1456 ci rammentano che Giovambattista si è spostato nella contrada di San Benedetto e che qui abita Francesco. Poi, dalla casa madre di San Fermo, si staccano via via altri fuochi che, a loro volta, generano altre residenze: quella di Sant'Egidio, quella della Bra’, quella di San Zenone, quella di San Vitale, quella di San Pietro in Carnario, quella dell'Isolo, quella di San Paolo, in un proliferare di nuclei che non è qui il caso di seguire. E tutti questi rami continuano ad esercitare diritti dapprima su una cappella, costruita ancor prima del 1415 dall’avo Domenico, e poi sul bellissimo sepolcro cinquecentesco, decorato dalle formelle bronzee di Andrea Riccio, nella vicina chiesa che dà il nome alla contrada.

In questo sepolcro trovò degnissima sepoltura anche quel Girolamo di Giambattista del ramo di San Marco che fu medico di fama, insegnante all'Università di Padova, dove morì, a 62 anni, nel 1506. La sua salma, trasportata a Verona, venne qui collocata, come del resto quella di Marcantonio, suo figlio, pure medico di grande fama che lesse nelle Università di Padova e Pavia e illustrò dal vero e con gli scritti per primo - narra il Chiocco - l'anatomia, emendando molti errori dei suoi contemporanei. Nota Giorgio Vasari che Leonardo da Vinci stesso avrebbe avuto grande giovamento dalla luce che Marcantonio avrebbe dato all'anatomia, "fino a quel tempo involta in grandissime tenebre d'ignoranza". Marcantonio morì a soli 30 anni mentre soggiornava a Riva del Garda, ospite del conte Nicolò d'Arco, e là era stato provvisoriamente sepolto. Girolamo Fracastoro, amicissimo di Marcantonio, in una commovente elegia del 1512 invoca l’Adige perché trasporti presto in patria la salma dell'amico e invita per quel giorno le Naiadi del fiume a cospargere a piene mani la bara di rose fragranti. Solo alcuni anni dopo i tre fratelli Giulio, Giambattista e Raimondo poterono trasportare a Verona quella salma, che venne collocata appunto in San Fermo. Si sa che il mausoleo fu privato, in epoca napoleonica, delle sue preziose formelle, rimaste a Parigi e non più restituite: ma questa è un'altra storia.

Torniamo allora al palazzo e alle sue vicende attribuitive, per sottolineare, con Francesco Ronzani e Gerolamo Luciolli, le ragioni che lo vorrebbero non già di Domenico Curtoni ma di Michele Sanmicheli, il sommo architetto della Verona del Cinquecento. Sono ben cinque i motivi che i due storici dell'arte sammicheliana adducono per affermare che l'edificazione del palazzo, che essi giudicano da collocarsi attorno alla metà del secolo XVI, sia da attribuirsi a Michele.

Vale la pena di ricordarli in questa sede con le loro stesse parole: "Primo, perché le porte collocate di parte e dall'altra dell'ingresso non sono proprie della prima metà di quel secolo. Secondo, perché fu pure in costume di quell'età coronare un edifizio qualunque (foss'anche di architettura Greco-Romana) con una grondaia, o cornicione di legno, e questo sporto oltre quanto conveniva all'ordine, ed al carattere del sottoposto edifizio; ciò stesso si osserva frequentemente in Firenze, ov'ebbe sede, ed allignò l'etrusco costume; cioè quegli antepagmenta, o sporti di legno memorati da Vitruvio nella casa toscana, che nei cortili tenea luogo di logge della casa greca; siccome di frequente s'incontrano anche in Verona, ed in signorili edifizi del tempo indubbiamente sopra notato. Terzo, per l'introduzione dei mezzanini tra il pian terreno, ed il nobile, di cui vuolsi inventore lo stesso Sanmicheli. Quarto, per l'opera in Plastica di parecchie stanze, e distintamente nella Sala d'arme, nella quale, e nella superiore inoltre, esistono sontuosi cammini in marmo, le di cui sagomature non possono smentire il bello stile dell'epoca dell'edifizio intero. Quinto, la porta d'ingresso, decorata coll'ordine Jonico del nostro Architetto, e con colonne, il cui capitello ha collarino, non che l'ordine con piedistallo alto per ben un terzo della colonna. Ne loderemo in ciò lo stile al Sanmicheli famigliare, onde soleva elevar da terra la colonna, o con lo zoccolo, o con piedistallo, e talora anche sotto l'ordine Dorico, come si osserva nella loggia a capo del cortile dell'edifizio qui descritto, la quale, comunque possa giudicarsi eseguita dopo la morte dell'Architetto ordinatore, serba non pertanto quell'impronta, che col confronto degli altri suoi edifizi risulta opera di Lui, e nello zoccolo sottoposto al pilastro Dorico, e nella cornice architravata a doppio gocciolatoio, e nella balaustrata, che la descritta loggia sormontata".

Ma se per la redazione del progetto del palazzo è stato fatto il nome di Michele Sanmicheli - al quale fra gli altri lo attribuisce Giuseppe Venturi - per Scipione Maffei, seguito da Langenskiol, l'edificio sarebbe stato costruito nel secolo XVII. Quest'ultimo aderisce anzi all'opinione di Diego Zannandreis che assegnava l'edificio a Domenico Curtoni. Attribuzione per attribuzione, e pensando ad un personaggio intermedio fra Sanmicheli e Curtoni, si potrebbe fare anche il nome di quel Bernardino Brugnoli, architetto e cartografo, figlio di Alvise, erede morale, con il padre, del Sanmicheli, del quale era anche parente, per il fatto di aver come nonno Paolo Sanmicheli, che troviamo sempre a capo dei cantieri sanmicheliani.

Il lessico brugnolesco ci pare assai evidente soprattutto nella loggia del cortile: un lessico comunque assai vicino a quello del tempietto di Villa della Torre di Fumane, da Giorgio Vasari attribuito al Sanmicheli ma forse anch'esso (come tante altre opere del maestro) condotto a compimento dallo studio, nel quale risultano in quegli anni operosi proprio i due Brugnoli, padre e figlio.

Purtroppo gli archivi Della Torre - oggi dispersi in vari fondi archivistici presso la Biblioteca Capitolare e l'Archivio di Stato e mai inventariati -, non hanno ancora consentito a qualche studioso di stabilire in maniera seria la paternità delle molte imprese architettoniche della famiglia Della Torre; la quale, oltre che al Sanmicheli, era ricorsa anche a progetti del Palladio, ed aveva pur sollecitato e ottenuto di volta in volta le collaborazioni di pittori, scultori e stuccatori, per decorare le varie fabbriche avviate in quegli anni.

E a proposito di Andrea Palladio, ci fu proprio chi avanzò, a livello attributivo, anche questo nome, che, tra i numerosi altri, Giambattista Da Persico, ancora agli inizi del secolo scorso, si affrettava a smentire. Così lo storico nella sua notissima descrizione di Verona: "Lungo lo stradone di San Fermo, degno d'osservazione è il palazzo dei Della Torre al n. 1657, comeché non ancora compiuto. La bella porta, il levarsi del pian nobile; e l'intera loggia campeggia sopra massicce volte, sostenute da colonne d'ordine toscano; poteano di leggieri farlo tenere per opera del Palladio; ma se così fosse, come diceasi, dobbiamo supporre che non sarebbe sfuggito ai diligenti illustratori de' suoi disegni, che altri due e non questo ne pubblicarono di lui appartenenti a cotesta illustre famiglia. Quindi crediam noi poterci attenere all'opinion di quelli, che ne fanno autore il nostro Curtoni. Il tempo vi consumò quasi in tutto le sue belle opere di pittura degli egregi artisti di quell'età".

Come già detto, la fabbrica del palazzo era rimasta incompiuta e molti ne sollecitavano il completamento. Questo venne eseguito nel 1850 ad opera del proprietario, Pacifico Goldschmidt. Con parere espresso in data 19 aprile 1850 la Commissione dell'Ornato, infatti, autorizzava il compimento dell'ala sinistra del prospetto, in simmetria con il restante costruito. Si ebbe peraltro cura di non distruggere dalle fondamenta la preesistente casa tre-quattrocentesca che occupava tutta l'area a sinistra del portale centrale, ma di "inglobare", per così dire, almeno alcuni setti murari nel completamento. In quella circostanza si modificò anche la larga gronda in legno che sporgeva sulla strada, ricostruendola in pietra, come forse era in origine.

E a tal proposito Francesco Ronzani e Gerolamo Luciolli annotavano, ancor prima dell'inizio dei lavori: "Non lascieremmo di riprovar la cornice, o gronda di legno, del cui costume indicammo l'origine, e l'osservammo mantenuto in non pochi splendidi edifizi in Verona indubbiamente contemporanei al nostro, cioè nella casa Verità alle Stimate, nella casa Dalla Riva, nella casa Ridolfi, nel casino Guarienti, e nell'istessa casa Negrelli, che fu Pindemonte, ove, senza riguardo a spesa, fu la cornice solidamente convertita in pietra; ciò che vedremo verificato nelI'edifizio sin qui descritto all'occasione di darvi compimento. Giova bensì aggiungere un'avvertenza ben necessaria al proposito, ed è la seguente; che nel convertire in pietra le grondaie di legno, e correggerne l'eccessivo lato sporto (il quale avea non pertanto l'utile scopo di coprire le muraglie dell'edifizio non solo, ma sì ancora i passeggieri) non si degeneri nel vizio di restringerle a segno di far comparire una casa, come comparisce un uomo col naso simo, e schiacciato". Il completamento della facciata ebbe subito pubblico riconoscimento. Ne fa fede tra gli altri la Guida di Giuseppe Maria Rossi del 1854, nella quale così sta scritto: "Per lodevole cura del proprietario sig. Pacifico Goldschmidt vedesi ora con piacere finita la bellissima facciata di questo magnifico palazzo, la cui porta lo assicura opera del Sanmicheli, e lo assicura egualmente la loggia dorica a capo del cortile, che mette nel bel giardinetto. Le sagome ancora delle finestre sono del suo stile; e mal perciò si apporrebbe chi il volesse opera del Seicento, aggiungendo per di più la grondaia di legno che vi aveva, il cui uso ha cessato, anche nei fabbricati sontuosi, fino dalla metà del secolo XVI".
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1998

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