Palazzo di Cansignorio - Verona

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Palazzo di Cansignorio

Verona / Italia
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In occasione della mostra "I Mirò di Mirò", le vaste "catacombe" dei palazzi comunali e scaligeri di piazza dei Signori sono state per la prima volta presentate ad un vastissimo pubblico di visitatori che ha potuto così apprezzare anche la sistemazione degli scavi archeologici qui condotti dal Comune di Verona nel quadro di un programma pluriennale di riassetto dei due complessi: quello dell'antico palazzo comunale al cui interno è il cortile Mercato Vecchio e quello già del Tribunale, conosciuto anche come il palazzo di Cansignorio o del Capitanio o Pretorio. Il commento favorevole è stato non solo unanime, ma tutti si sono anche chiesti perché il Comune non pensi davvero ad utilizzare sistematicamente i vasti, suggestivi ambienti, per altre mostre o magari per qualche istituzione museale.

La "scoperta" da parte di veronesi e turisti di questo sottosuolo archeologico ci offre così l'occasione per scrivere del complesso del palazzo del Tribunale. Lo si farà partendo anche dalle varie relazioni presentate in più sedi dal direttore dello scavo, il dott. Peter J. Hudson, fra gli inizi della grande e coraggiosa intrapresa (1981) e la celebrazione dell'anno degli Scaligeri (1988), precisando anzitutto che le ricerche archeologiche hanno interessato tutto il cortile del Tribunale, tutta la Via Dante, le zone limitate dalle ali meridionale ed occidentale degli ex Uffici Giudiziari e di quella orientale del cortile del Mercato Vecchio, ed il marciapiede all'interno della parte orientale dell'ala meridionale degli ex Uffici Giudiziari. Per quanto riguarda l'età romana, lo scavo ha restituito pavimenti a mosaico e strutture di varie abitazioni, databili in parte fra il primo e il secondo secolo, e in parte fra il quarto e il quinto secolo: più unità edilizie nella situazione più antica, probabilmente un'unica dimora nella situazione più recente. Il mosaico pavimentale più bello, in tessere bianche e nere con figurazioni geometriche, appartiene alla grande casa tardo antica, distrutta da un violento incendio, forse al momento della conquista longobarda.

Per l'altomedioevo lo scavo ha rivelato l'esistenza di più abitazioni ed anche di sepolture. Le abitazioni, nate sui precedenti edifici romani, sembrano in genere piuttosto povere: sopra i mosaici tardoromani sono stati trovati pavimenti più alti in terra battuta e con tegole e si sono trovate anche strutture in legno ed altre murature tirate su alla bellemeglio: in altre parole, ci troviamo in un periodo storico nel quale non si va tanto per il sottile e si riutilizza quanto già prima esisteva che nel frattempo era stato probabilmente semidistrutto da inondazioni, incendi, terremoti e incursioni.

Le sepolture - che sono spesso eseguite nella nuda terra, senza bara - vanno collegate con ogni probabilità alla fondazione in quest'area della chiesa con annesso monastero femminile di Santa Maria Antica - nel 745 circa, cioè verso la fine della dominazione longobarda - da due sorelle Autfonda e Natalia, nelle loro case: la cappella che esse dedicarono a santa Maria Antica per distinguerla da santa Maria in Solaro, da santa Maria del Duomo e da santa Maria in Organo cui si era sottoposta, forse per goderne la protezione ed essere anche esonerata dalla soggezione al vescovo di Verona, dipendendo, la potente abazia benedettina fondata sul canale dell'Acqua Morta, direttamente dal Patriarca di Aquileia.

Solo una sepoltura è di epoca anteriore alla destinazione di quest'area a cimitero; gli oggetti in essa ritrovati sono infatti del settimo secolo: nella tomba c'erano, fianco-fianco, due defunti, probabilmente marito e moglie, mentre ai piedi dei due c'erano le ossa sparse di un bimbo. Tombe di questo genere - cioè risalenti a quest'epoca - e munite di corredo non sono mai venute in luce all'interno della città, se si esclude quella di Palazzo Miniscalchi. Si pensa quindi che l'essere sepolto in città fosse allora un segno di rispetto riservato solo ai più agiati.

La cappella longobarda di santa Maria Antica più non esiste, sostituita quasi subito da una chiesa vera e propria sorta in periodo carolingio o precomunale: ne sarebbe unica, ma sicura testimonianza, un frammento di pavimento a mosaico, con tessere bianche e nere, ancora esistenti in fondo alla navata destra e messo in luce durante i lavori di restauro della chiesa qualche decennio fa. Qui, nel 995, venne tenuto un sinodo da Otberto, vescovo di Verona, che ebbe a lottare non poco contro i chierici di santa Maria Antica, nonché di santa Margherita, unite all'abazia di santa Maria in Organo, poco docili a certe sue prescrizioni (intervenne sull'argomento anche Giovanni, patriarca di Aquileia, che sentenziò come i chierici dovessero obbedienza al loro vescovo).
Lo scavo praticato nella stessa circostanza nella vicina Via Dante, ha messo invece in luce, sempre di epoca altomedioevale e sopra una strada romana, un grosso muro lungo cinquanta metri e alto due metri e mezzo: dal muro si vedono tre livelli di soglie di entrata con focolari per riscaldare gli interni. I tre livelli sono rispettivamente della fine del quinto o dell'inizio del sesto secolo, dell'ottavo o nono secolo, e dell'inizio dell'undicesimo. Gli edifici cui il muro apparteneva vennero abbandonati cioè proprio quando si costruì il palazzo comunale, tra il 1185 e il 1195.

Ma sempre nell'area del Tribunale non sono mancate le sorprese anche per epoche successive: tra il 1150 e il 1200 nella parte orientale della zona siamo in presenza di una piccola piazza di mercato delimitata da un porticato del quale sono state trovate basi di colonne; nella parte occidentale abbiamo con ogni probabilità la casa e l'officina di un artigiano del ferro e del bronzo .

Del periodo scaligero è stata infine ritrovata tra l’altro una cantina di una casa riempita poi di rifiuti. Tra questi vi sono frammenti di vetro molto belli che portano lo stemma della famiglia scaligera: una scala gialla su fondo rosso. Si tratta con ogni probabilità di un corredo di bicchieri da tavola dei signori che dominavano in quegli anni su Verona.

Comunque sia, prima della costruzione da parte di Cansignorio della Scala del suo palazzo turrito, l’odierno cortile del Tribunale era senz’altro suddiviso in più proprietà appartenenti a privati ed alla chiesa di santa Maria Antica e, dal momento della fondazione di questo monastero nel 744-745, sembra che la maggior parte del cortile gli appartenesse e che venisse sfruttata come orto, sicché fino al X secolo l'area pare priva di abitazioni.

Poi, dall'inizio dell'XI secolo o al più presto dalla seconda metà del X, si assiste ad uno sfruttamento più vario della zona: nelle parti centrale e nord-orientale viene impiantato un cimitero, che si estendeva anche al di sotto dell'ala meridionale degli Uffici Giudiziari, mentre nella fascia occidentale furono costruite due abitazioni affiancate: queste ultime, attraverso varie modifiche e ricostruzioni, furono utilizzate fino alla costruzione del palazzo di Cansignorio che sancì il loro abbattimento. Inoltre, è da attribuire al periodo d'uso del cimitero la costruzione di una casa-torre nella parte settentrionale del cortile del Tribunale, davanti alla facciata di santa Maria Antica.

Dalla metà del XII secolo al '300 circa la situazione - come si è già accennato - si evolve, ed in particolare la zona precedentemente adibita a cimitero viene suddivisa fra una struttura porticata, un'area aperta con resti di attività artigianali, un'altra aveva aperta la superficie acciottolata, due case affiancate e un complesso abitativo con casa-torre. Nasce allora in qualche modo la piazza di santa Maria Antica la cui prima attestazione documentaria è del 1235.

Un decennio dopo qui sono già presenti alcuni Scaligeri: Ongarello Il della Scala ed i suoi fratelli Bonifacio ed Aleardo vendevano per 100 lire a Bressanino dei Tali una proprietà con casa e curticella retrostante che giaceva "super plateam Sancte Marie Antique de una parte via de altera heredes Facini de Bosio de tercia Lafranchinus peliparius et quarta casaturris Bonaventure nepotis quondam dicti domini Enrici de Bricio", da dove risulta che una proprietà che dava sulla piazza confinava anche con una casa-torre. Altri documenti si riferiscono sicuramente a due strutture diverse: i porticalia Sancte Antique e la domus filarolum cioè i portici di santa Maria Antica e la casa dei filatori.

Impossibile in questa sede seguire tutte le successive vicende, da quando nel 1277 viene per la prima volta nominata l'abitazione di Alberto della Scala (cedutagli dal fratello Mastino) e quando Cansignorio, nella seconda metà del '300 (prima comunque del 1364), rifonda il palazzo, probabilmente come ora si ammira, e ciò almeno per l'impianto e le principali strutture.

Occorrerà comunque, anche se di sfuggita, ricordare il pozzo tuttora esistente nel cortile e che Mellini attribuisce alle case di Alberto. Si tratta di un monolito di rosso veronese sagomato in forma assolutamente geometrica "esaltata dal solo fregio di un integlio equatoriale, quasi un enorme vaso sprofondato nel suolo e espanso alla base nella forma di una piatta corona, costruita in lastre perfettamente combacianti: sormonta la vera un'aerea forca in travi di ferro battuto, che si dirama nel terreno". Prosegue Mellini: "Dal lato funzionale un capolavoro di tecnica - si pensi al marciapiede circolare, al comodo livello dell'orlo, alla solidità del giogo arcuato ed elastico (soluzione sicura di un problema che tormenterà tutti i costruttori di pozzi nei secoli successivi) - dal lato fantastico un capolavoro attualissimo nel gusto assolutamente astratto della sua architettura, tale da produrre, al momento della sua chiusura, un altro atto originale, che può essere additato come esemplare nella storia del restauro architettonico, quel coperchio, cioè monolito e piatto, affatto invisibile".

Il palazzo, risalente al periodo scaligero, è allora in realtà un complesso nato sopra vari edifici sorti in varie epoche e destinati ad assolvere funzioni diverse. E se pare si debbano attribuire ad Alberto della Scala i primi interventi sulle costruzioni dell'età comunale che sorgevano nella zona, allora la successiva organizzazione di un complesso fortificato è attribuibile a Cansignorio il quale avrebbe operato un radicale riassetto del complesso, la cui facciata su piazza dei Signori è ancora riprodotta in un dipinto di Nicola Giolfino, eseguito verso il 1520. All'epoca di Cansignorio con ogni probabilità tutti gli edifici che compongono il complesso erano stati fra di loro collegati, ottenendo anche qui, sul modello del vicino palazzo della Ragione, un cortile centrale chiuso, attorno al quale si sviluppavano le varie unità edilizie, mentre un vasto brolo si stendeva dietro queste case e dietro altri edifici scaligeri che sorgevano di fronte al Teatro Nuovo, sull'area dell'attuale palazzo e dei giardini delle Poste, in parte ricalcando il tessuto romano ma anche cancellando e privatizzando un tratto di via che sarà riaperto solo alla fine del secolo scorso.
Fonte: Notiziario BPV numero 3 anno 1989

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