Palazzo Guastaverza - Verona

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Palazzo Guastaverza

Verona / Italia
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Nel bel mezzo del Liston di Piazza Bra’ a Verona fa ancora bella mostra di sé il maestoso palazzo degli Honorii, una gemma incastonata sulla passeggiata dei veronesi fra la fine della Via Nuova e i cosiddetti Portoni della Bra’.

Lo notava agli inizi dell’Ottocento il podestà Giambattista da Persico, nella sua Descrizione di Verona, con queste parole: "II bell'occhio di questa piazza, quale a mio parere è il palazzo dei Guastaverza; è il solo del Sanmicheli in Verona, che abbia portico per la corsia del passaggio. Qui seppe quel sommo ingegno, volutosi colle nuove secondare le vecchie muraglie, contrapporre ordine e simmetria all'irregolarità della pianta facendo sì bene scontrar la porta del palazzo con quella dell'interno cortile e con l'arco intermedio del portico esterno, sì che ne stanno perfettamente in squadra le due esterne pile cogli stipiti delle due porte. Quindi è, che in questo palazzo tutto ride con grazia; e di più, quel poggiuolo pare la grazia medesima. Ogni occhio avvezzo al bello ne trova in questa facciata le traccie, sì nella proporzione delle sue dimensioni, che negli scompartimenti ed ornati". E l'autore continua con minuziosa descrizione che si omette per amore di brevità. Così come pure si tralascia di riportare quanto fu scritto su questo palazzo, fino ad oggi da tutti gli storici, che vennero ripetendo all'unanimità gli stessi concetti.

Ma per parlare di questo palazzo facciamo un momento un passo indietro, anche se, qualora dovessimo descrivere la situazione di degrado in cui versava la piazza della Bra’ a Verona, agli inizi del secolo XVI, ci occorrerebbe di più di queste poche righe. La Brà: più che di una piazza si trattava un tempo di uno slargo posto fra l'Arena e le mura comunali del Pallone (la Gran Guardia non era ancora stata edificata), e fra la contrada dei Ferraboi e le casette di Sant'Agnese, queste ultime messe di traverso all'attuale piazza, all'altezza della fontana del giardino. Un luogo squallido e periferico, facilmente raggiungibile da piazza delle Erbe attraverso l'apertura dell'ultimo tratto dell'attuale Via Mazzini (per i veronesi comunque via Nuova) che è intervento urbanistico del 1391, dovuto a Gian Galeazzo Visconti, quando il Signore di Milano, dopo la caduta degli Scaligeri, era anche Signore di Verona. La Via Nuova (perché da allora fu così chiamata) mise dunque in più diretta comunicazione l'antico centro commerciale della piazza delle Erbe con questo slargo che ospitava, almeno dall'età scaligera, il foro boario, e cioè il mercato dei buoi. L'abbattimento visconteo di case fra l'attuale farmacia delle Due Campane e l'Arena, onde ricavare una via raddrizzata e regolare che praticamente costituisse la continuazione del primo tratto più antico (ancora romano) della via Nuova, sarà poi seguito, un secolo e mezzo dopo, dall'apertura, utilizzando il fossato della Cittadella, del proseguimento di quest’itinerario oltre i Portoni della Brà, fino alla porta anch'essa Nuova, con la creazione dell'attuale corso. Si tratta in questo caso d’imprese (il corso e la porta) realizzate, dominante la Repubblica di Venezia, su disegno di Michele Sanmicheli, l'architetto urbanista che ridisegnò alcune importanti porzioni della città di Verona.

Logico che Michele Sanmicheli dovesse dunque porsi anche il problema di un migliore assetto del tratto fra lo sbocco nella Bra’ della via Nuova e i cosiddetti Portoni, monumentale accesso al nuovo corso e quindi alla nuova Porta, quel tratto che è oggi denominato il Liston della Bra’, per via della sua pavimentazione in pietra qui realizzata nel secolo XVIII. E l'occasione gli si presentò quando, attorno agli anni Cinquanta del secolo XVI, messer Bonaventura degli Honorii, abitante ai Ferrabuoi, decise di costruire al posto delle casette da lui qui acquistate e abitate, un sontuoso palazzo (poi passato ai Guastaverza ed infine ai Malfatti) degno del suo conquistato prestigio economico e quindi sociale.

Ha scritto a questo proposito, di recente, Lionello Puppi: "II compito di definire la nuova dimora degli Honorij offriva a Michele la possibilità di sigillare un’operazione avviata più di quattro lustri avanti, con Porta Nuova, e sempre tenuta a mente fissando il cardine fondamentale per la definitiva sistemazione del grande invaso della Bra’. La constatazione non è gratuita o frutto d'inammissibile forzatura critica, ove si tenga conto che l'iniziativa privata dei committenti trovava suo necessario presupposto e incentivo nella pianificazione del rinnovamento della Cittadella, incentrato su un'asse viario fondamentale puntato deliberatamente attraverso i Portoni, appunto sulla Bra’". E ancora: "La riqualificazione del vecchio borgo stimolava, di conseguenza e da lontano, per la sua forza suggestiva, il recupero della grande area, che appariva allora arginata, da una parte, dal tratto superstite della cortina delle mura vecchie e dall'altra, da un'edilizia per lo più modesta o miserabile; per giunta ingombra di casupole pertinenti all'Ospedale di Sant'Agnese, e dominata, infine, dal grande relitto romano dell’Arena".

C'è un preciso riferimento a questo concetto dell'utile privato coniugato con il decoro pubblico proprio in una supplica che Bonaventura presentò ai maggiorenti cittadini e che fu letta nel Consiglio Comunale il 22 novembre 1555, onde ottenere lo spazio necessario a realizzare il porticato che sta alla base del maestoso palazzo: "Chiarissimi Signori Rettori, Spettabile e Gravissimo Consiglio. Havendo più volte considerato io Bonaventura degli Honorij sopra il modo di ampliare quella parte della mia casa che spetta verso la Bra per mio particolar commodo, sempre mi son risoluto di voler congionger il beneficio proprio con quello del pubblico e cum ornamento maggiore che per me si potesse a quella parte della Città. Ma intertenuto fin'hora nell'effetto di questa mia conclusione da diversi rispetti et accidenti, che cessando al presente, non parmi dover più differire il principio designato per detta ampiatione di fabrica, che serà col levar in alto una fazada di quattro archi, con li soi pilastri di pietra, cominciando al canton sinistro del mio portego, e fornendo al mio confine dell'altro portico qual è d'Andrea Scudelar drizando però essa fazada a retta linea della pilastrada del portego di Messer Righetto de' Righettini acciò che l'opera passi con la soa convenientia. Supplico le Chiarissime ecc. che si degnino darmi licentia di questa fabrica, la quale non apporta cum se danno o pregiudicio alcuno al pubblico, né al privato, ma ben, come spero, serà di grandissimo ornamento a quel sito e a me suo deditissimo servitor di somma satisfattione e contento. E in buona gratia delle Signorie Vostre h umilmente mi raccomando".

A ben leggere la supplica appare subito ben chiaro un concetto allora in voga: la cura del decoro urbano non è solo compito dei governanti, ma tutti i cittadini sono chiamati a rendere più bella la città, sposando il prestigio che può derivare al casato, con quello che ne viene alla comunità. Secondo la precettistica dell'Alberti, infatti: «E se alcuno edificio sarà ben compartito e perfettamente finito chi sia quello che non lo risguardi con dilettazione e letizia grandissima? Ma a che racconterò io quando ed in casa e fuori non solamente abbi giovato e dilettato ai cittadini l'architettura; ma gli abbia ancora grandemente onorati? Chi non sarà colui che non si reputi ad onore l'aver edificato, essendo reputato ancora a gloria l'aver fatte un poco accuratamente le proprie case ov'egli abita? Gli Uomini dabbene approvano; ed insieme si rallegrano, che tu con lo aver fatto un muro o un portico bellissimo, e postovi ornamento di porte, di colonne e di coperture, l'abbi fatto il tuo ed il loro; per questo certo più che per altro, che agnoscono che tu hai accresciuto con questo frutto delle tue ricchezze a te, al casato, ai discendenti ed alla città tua molto di onore e di dignità».

Di tali sentimenti sono dunque buona testimonianza diretta, con i monumenti superstiti, anche i documenti: in questi tornano, infatti, frequenti le affermazioni che si fabbrica anche a comodità, vantaggio, profitto, decoro, ornamento, fregio, abbellimento della città. E vero: siamo certamente di fronte ad una forma retorica e a dei tentativi di captatio benevolentiae verso chi doveva rilasciare il permesso. Ma qualcosa di vero essi esprimono ugualmente. Almeno nelle intenzioni, l'idea di sottostare alle regole del civico decoro c'è sempre, sia da parte dei committenti che decidono, sia da parte dei tecnici che eseguono, traducendo in nobili architetture di pietra le volontà di chi paga.

Il palazzo sorse in tal modo su disegno del grande architetto Michele Sanmicheli, cui venne sempre concordemente attribuito negli anni immediatamente successivi, in forme squisitamente eleganti e leggiadre. Sotto i pancali delle finestre del primo piano Bonaventura degli Honorii fece dipingere a fresco le armi gentilizie della sua famiglia, stemmi, che quasi più non si vedono, sbiaditi e deteriorati dal tempo. A questo proposito Raffaello Brenzoni in un suo saggio di diversi decenni fa faceva notare una cosa che oggidì può a prima vista sfuggire: "AI di sopra dei cinque archi del porticato, costruiti in corpi di pietra, il fondo del rimanente della facciata si presenta ad intonaco tutto affrescato; ma, come per le armi gentilizie, anche tutti gli altri motivi ornamentali sono assai consumati e possono in gran parte rilevarsi solo con attento esame. Sopra la linea delle colonne scanalate corre una decorazione classica; negli spazi ristretti fra finestra e finestra sono dipinte figure simboliche; sotto i bancali del primo piano e il poggiolo si delinea un fregio a festoni di fiori e di frutta sostenuta da mascheroni. Se pensiamo con l’immaginazione all'effetto che doveva dare tale sobria policromia di poche tonalità su note gialle e dorate, diffusa in tutti i brevi spazi lasciati liberi dagli elementi dell'architettura - egli conclude - possiamo avere una idea della primitiva leggiadria del nobile palazzetto".

Sicché anche queste decorazioni pittoriche, funzionali a quelle architettoniche, contribuirono certamente a dare ulteriore dignità al complesso, secondo le intenzioni del progettista, ma anche del committente. Infatti, a dirla con Lionello Puppi: "Nel momento progettuale Michele non tradisce un metodo divenuto insopprimibile abito mentale, né sembra lasciarsi sfuggire l'occasione di esaminare tutte le implicazioni, agganciando il vecchio discorso, ma partendo beninteso dalle condizioni oggettive e concrete che la commissione gli imponeva: la posizione del terreno disponibile e obbligato, avanti tutto, insieme difficile in vista di una distribuzione planimetrica funzionale e felice nella prospettiva dell'invaso all'Arena e ai Portoni. La soluzione pittorica, illusiva dell'ideale retorico di armoniosa proporzione che offre la facciata, emerge dalla coincidenza di un approdo stilistico, in cui la composizione mira a creare per suggestioni luminose il sogno di una nuova classicità, e l'impegno di stabilire il punto focale - il "bell'occhio", secondo la felicissima espressione di Da Persico - della piazza". E allora Lionello Puppi può ancora aggiungere che "L'ampliamento del progetto primitivo da quattro a cinque arcate - probabilmente durante i lavori e ciò induce a pensare che la costruzione sia stata diretta dal maestro in persona - rispecchia la duplice intenzione; così come la base porticata, impostata su spessi piloni a bugna reggenti i nudi capitelli dorici, lungi dal riprodurre la sortita azzeccata di Palazzo Roncale per una carica formale in se stessa, nasce dalla volontà deliberata e trasparente di affrontare, sul piano di un'identità di trattamento e sbalzo della materia, l'ala non finita dell'anfiteatro".

Non si starà a rifare, con l’ausilio di Raffaele Brenzoni, tutti i passaggi di proprietà del palazzo dall'indomani della sua costruzione ai nostri giorni. Si dirà soltanto che ceduto poi ai conti Guastaverza e quindi ai conti Sparavieri, da questi fu venduto nel 1887 ai baroni Malfatti di Rovereto che, appena presone possesso, non trovando di proprio gradimento le piccole finestre dell'ultimo piano, sopra le grandi finestre del piano nobile, perché a loro dire li impossibilitavano di dare sufficiente luce ai locali pure essi adibiti ad abitazione, al principio del 1889 chiesero all'Amministrazione municipale il permesso di ingrandirle. Si sarebbe voluto in quella circostanza alzare tanto le finestre da invadere tutta la fascia di coronamento fino agli abachi.
Ma la Commissione comunale di Edilizia, giustamente ritenendo che non si potessero consentire manomissioni all'edificio, già allora monumento nazionale, negò il permesso. l Malfatti allora modificarono i termini della loro richiesta, dichiarandosi disposti ad alzare le finestre di soli 25 centimetri, per rispettare così la fascia ricorrente sotto gli abachi. E di nuovo la Commissione si pronunciò contro qualsiasi modifica della facciata del palazzo e in particolare delle cinque finestre rettangolari. l Malfatti allora resistettero e, contro il volere del Comune, si accinsero alle loro opere di "restauro", sicché il 21 marzo 1890 lo stesso Prefetto, chiamato in causa, negò in modo assoluto l'invocato consenso.

L'anno successivo la causa era in Tribunale e i giudici condannando i Malfatti, li obbligarono anche al pagamento delle spese legali. Costoro, non ancora convinti di non poter apporre delle modifiche su un edificio di loro proprietà, ricorsero in Appello alla Corte Veneta e di nuovo si videro accusati. Un'ulteriore sentenza della Corte d'Appello di Venezia del 18 ottobre 1892 segnò il definitivo trionfo dei regolamenti edilizi municipali.

Quello che si è testé narrato è uno dei primi e più clamorosi episodi che videro anche in seguito contrapposti pubblico e privato rispettivamente nella difesa e nell'offesa di un patrimonio d'arte che in quanto tale è patrimonio di tutti i cittadini. Ne erano e ne sono ben consci quanti hanno via via combattuto le loro buone battaglie in questa direzione: a cominciare proprio da Camillo Boito e da Augusto Caperle, l'uno storico e teorico del restauro, l'altro valentissimo avvocato veronese, che in quella occasione impegnarono tutte le loro energie per far trionfare l'idea, anche attraverso una battaglia forense, della supremazia di un diritto sociale su un vandalismo individuale.

Per completezza di informazione si deve anche aggiungere che la costruzione di palazzo degli Honorii in Bra’ fu la prima di una serie di operazioni edilizie monumentali che via via, nel tempo, dettero al cosiddetto Liston l’attuale assetto. Un'operazione urbanistica questa, durata più secoli, fino cioè alla costruzione del grandioso palazzo Ottolini, realizzato alla fine del secolo XVIII, su disegno di Michele Castellazzi (1736-1791), sull'angolo del Liston con via Roma: e proprio questo palazzo neoclassico non poteva - come ha osservato Lia Camerlengo - da un lato non ripetere motivi e proporzioni del piano terra della Gran Guardia e dall'altro riprendere, moltiplicandone i moduli, il piano nobile di palazzo Guastaverza. E anche in questo caso si manifestò tra l'altro il pubblico controllo sull'operazione nell'obbligo che vincolò la concessione ad aprire gli archi in continuazione dei portici della Bra’.

Sarà infine al volgere dell'età del neoclassicismo che altre operazioni di assetto definitivo della piazza vedranno la demolizione dell'Ospedale costruito da pochi anni ove erano le case e la chiesa di Sant' Agnese, il completamento della Gran Guardia vecchia e la costruzione della Gran Guardia nuova, vale a dire dell'attuale Municipio. Ma questo è già un altro capitolo della storia di piazza Bra’, il cui riscatto comunque ha inizio proprio dalla costruzione di questo palazzo degli Honorii, in grado di collegare lo stesso anfiteatro romano con i portoni della Brà e, attraverso il corso, con la porta Nuova, su un itinerario che ha il suo doppio nell'altro itinerario sanmicheliano dalla porta dei Borsari ai palazzi Bevilacqua e Canossa, e, attraverso questi, all'Arco dei Gavi e alla porta del Palio.

Una serie di edifici dunque, antichi e recenti, "more romano constructi". Una serie di episodi urbani i quali ultimi ci confermano che - e sono ancora parole di Lionello Puppi -: "trascorse le grandi bufere d'avvio del secolo XVI che non avevano mancato di lasciar segni anche nella città, e ripristinata la pace, una pace che pareva ormai sicura e permanente, la classe aristocratica veronese, nelle cui mani si concentrava il capitale mobiliare ed immobiliare, sembra orientata a ribadire il ruolo di privilegiata e staccata civiltà attraverso clamorose illustrazioni esteriori: avanti tutto connotandola nell'evidenza fastosa e prestigiosa delle dimore rinnovate che divenissero l'ornamento della città allo stesso modo che quelle famiglie sono considerate l'ornamento e il presidio della Comunità cittadina".
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