Palazzo Maffei - Verona

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Palazzo Maffei

Verona / Italia
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Su disegno venuto da Roma, almeno così autorevolmente è stato affermato, il palazzo che fu dei Maffei, e che ora appartiene alle Assicurazioni Generali, sorge in capo a Piazza Erbe a Verona e ne costituisce anzi il fondale. Il fastoso edificio barocco, iniziato verso il 1626 e concluso verso il 1668, fu forse realizzato sviluppando, con variante in opera, un primitivo progetto che prevedeva, con ogni probabilità, l'esecuzione di soli due piani, così come porterebbe a pensare la presenza della cornice che divide il piano nobile dal piano attico.

Del palazzo, Dal Maso, Marchiori, Martinis e Omizzolo hanno scritto: «L'alta efficacia decorativa e monumentale di una facciata altrimenti assai piccola - dal bugnato robusto e sobrio al pianterreno che incornicia i cinque arconi; dagli eleganti timpani e capitelli al piano nobile; dal manieristico attico; dal coronamento sormontato dalla balaustra con statue, che dà sulla piazza vivace - questa efficacia trova all'interno una conferma di tipo affatto diverso, un "acuto" tecnico vero e proprio realmente eccezionale». E giustamente sottolineando il valore della scala a chiocciola che dalle cantine giunge fino al tetto, senza alcuna spina centrale che la sostenga, soggiungono: «Essa sembrò prodigiosa ai contemporanei, e in verità tale appare, nel quadro storico ancor oggi. Costruita completamente in pietra, è di proporzioni perfette in ogni suo elemento, e unisce felicemente all'ardimento costruttivo l'armonia e l'eleganza. È coronata da un'imponente lanterna. Così il palazzo, per l'importanza e la ricchezza monumentale del suo fronte e per quest’eccezionale fatto tecnologico all'interno, adempie pienamente ai canoni manieristici».

Da parte sua Gazzola, inquadrando il palazzo nelle manifestazioni del barocco, soggiunge: «II Palazzo Maffei fa convergere su di sé, come su un centro focale, l'incomparabile atmosfera della Piazza delle Erbe. La sua mole non tanto espressiva delle strutture reali, quanto della potenza illusionistica del linguaggio barocco. La facciata, cinematografica sequenza di luci e d’ombre, offre un'immagine lampeggiante. Il valore intrinseco dei singoli elementi viene sopraffatto dall'effetto di simultaneità del complesso: a fatica possiamo indugiare su porzioni singole della fabbrica, ché essa è, nella sua realtà estetica, indivisibile». E ancora: «Un moto di giostra si trasmette dalle ruote dentate degli archi, sale attraverso le mensole, le balaustre, le colonne, i capitelli inanellati, le cornici, le paraste figurate, i fregi rigogliosi, sino alle statue, investite di luce e d'aria sì da sembrare volanti e libere. Il pittoricismo dell'esterno si trasforma, all'interno, in un gioco spaziale che ha il suo cardine nella spirale della scala a chiocciola: spazio strigilato, per eccellenza dinamico, nelle evoluzioni ellittiche delle rampe. Il suo progettista è ignoto. Certo doveva appartenere alla generazione del Rinaldi e del Fontana e conoscere, per esperienza e forse per interventi diretti, il Barocco romano».

Sull'angolo del palazzo, verso la Torre del Gardello, s’incontravano, in epoca romana, ai margini del Foro, il Decumano e il Cardo Massimi, quest'ultimo qui interrotto dalla presenza di un grande edificio che chiudeva il lato nord-ovest dell'antico Foro. Nello spazio corrispondente, al cui centro è ora il Palazzo Maffei, si nota ancora una considerevole elevazione di livello come per l'esistenza di cumuli di ruderi: quei ruderi appunto del Campidoglio messi recentemente in luce qui sotto e sui quali, fino a pochi anni fa, non si aveva alcun dato preciso, né di fatto né di tradizione, qualora si fosse escluso una base di marmo ben lavorata e un bel capitello qui trovati scavando e che figuravano, ai tempi del Da Persico, all'ingresso della scala del palazzo.

Sappiamo ancora che attorno alla Torre del Gardello e precisamente sulla stessa area occupata dalla fronte di Palazzo Maffei erano, in epoca medioevale, i banchi dei campsores (cioè dei cambiatori). I Maffei stessi - qui registrati già nelle anagrafi del 1409 - furono campsores ed esercitarono quest’attività nelle loro case e nei loro banchi.

Già in epoca scaligera sorgeva su questo fronte della piazza una loggia in legno, di pubblico dominio, distrutta dai Maffei quando, ai primi del secolo XV, qui edificarono un loro palazzo. La loggia venne, in quest’occasione, a cura degli stessi Maffei, ricostruita in pietra, sempre a servizio dei campsores, che sotto di essa vi tenevano i loro banchi, e degli orefici, che avevano pure case e botteghe lungo la "bina aurificum", lungo cioè il primo tratto dell'attuale Corso Sant'Anastasia, fino all'altezza di Via Rosa.
Nel 1436 anzi, avendo i Maffei tentato di occupare la loggia, una commissione eletta dal Consiglio Comunale ordinò loro di demolire tutti gli steccati, i tramezzi e le soprastrutture che ingombravano ad arte la loggia di proprietà del Comune, e perciò di pubblica utilità e di decoroso aspetto alla piazza. Tale loggia fronteggiante Piazza Erbe dovrebbe essere stata conservata fino al secolo XVII e cioè fino alla ricostruzione del palazzo. Essa è rilevabile anche da una pianta della piazza del 1564: su una linea forse un po' più arretrata dell'attuale facciata del palazzo figurano infatti quattro colonne fra due pilastri.

Nel rapporto della Commissione, che raccolse in quell'occasione testimonianze circa la proprietà comunale della loggia, è anche una descrizione dell'antico palazzo che vale la pena di trascrivere e riportare integralmente: «Una pecia terre casaliva murata, copata et solarata, cum porticu in voltis a columnis et pilastris lapideis de ante et vocatur stationes a cambiis, iacens Verona in guaita S. Benedicti a capite merchati fori versus montes, et coheret de una parte videlicet de ante merchatum fori medietatem via comunis, de retro Marchus de Mapheis quondam Aluisii de Sancto Benedicto de parte versus turrim horarum via comunis et de alia parte versus mane heredes magistri Crescimbeni aurifici de Sancta Eufemia et alii».

Si è già detto come già le anagrafi del 1409 diano abitante in contrada di San Benedetto (nell'area dunque dell'attuale palazzo) la famiglia Maffei: «De Maffeis Bartholomea uxsor quondam Maffei cum Daniele et aliis filiis Petrus Paulus quondam Antonii, Marcus quondam Aloisii de S. Benedicto». La presenza in loco d’antichi edifici di nobile fattura è del resto testimoniata ancor oggi da alcune strutture murarie sul vicolo Monte (portale trecentesco murato), su vicolo Raggiri (portale romanico del secolo XII) e in confine della proprietà verso San Benedetto (murata con affreschi trecenteschi). Ricorda il Lenotti come all'inizio del Seicento la famiglia Maffei di San Benedetto si componesse di Angela Guarienti vedova Nicolò Maffei con i figli Marcantonio e Nicolò, quest'ultimo sposato a Benedetta Fumanelli con quattro figlie e un maschio di nome Rolandino. Dieci anni dopo troviamo Nicolò divenuto chierico regolare teatino nel convento di Santa Maria della Giara e la moglie Benedetta e le quattro figlie divenute suore nel monastero di San Cristoforo. Scomparsa la capo famiglia Angela Guarienti, rimasero soli Marcantonio Maffei ed il nipote Rolandino.
Furono questi due Maffei, zio e nipote, che il 20 dicembre 1626, volendo ricostruire il loro palazzo si rivolsero al Consiglio Comunale perché intervenisse contro i titolari delle botteghe sotto gli archi della facciata, titolari che si opponevano alla riforma degli archi stessi e perciò al perfezionamento dell'edificio, e questo probabilmente perché pensavano di essere - i titolari dei negozi - appoggiati dal Comune, così come erano stati appoggiati nel lontano 1436 i loro avi, contro le usurpazioni dei Maffei. Ma i tempi e le situazioni dovevano essere indubbiamente cambiati, inquantoché il Comune dette ragione ai Maffei che poterono così far cavare i fondamenti del nuovo edificio, la cui costruzione si protrasse peraltro fino al 1668.

Si è già avanzata l'ipotesi che il progetto originale del palazzo non comprendesse che l’esecuzione dei primi due ordini (quello terreno ed il primo), conclusi in alto da una cornice e si crede anzi che in un primo momento il palazzo sia stato così realizzato e che in tal modo il cantiere potesse essere chiuso alla vigilia del "gran contagio" del 1630. Probabilmente però il fabbricato così realizzato doveva risultare, a fondale della piazza, troppo poco imponente soprattutto in relazione alle due quinte laterali rappresentate da casa Curioni e dalle case Mazzanti.

Forse qui è da ricercare il motivo della sua sopraelevazione ottenuta a mezzo della realizzazione di un piano attico negli anni che andrebbero dal dopo-peste al 1668, in un arco di tempo che potrebbe restringersi anche fra il 1663 e il 1668, appunto.

Sopra il piano attico fu prevista infatti e realizzata anche una terrazza-giardino con giochi d'acqua e balaustrata adorna di statue raffiguranti Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva. Così infatti scriveva, il 14 febbraio 1663, Rolandino Maffei al Consiglio Comunale per riavere l'acqua che i suoi maggiori avevano goduto durante oltre tre secoli: «II vaso dove correva l'acqua con parte del condotto, l'anno 1626 con l'occupazione di cavar li fondamenti della fabbrica restò distrutto né più si ha potuto rimetter per la quantità di materie che hanno occupato la corte. Hora si ritrova libera e la fabbrica anco di dentro, lodato Iddio, quasi ridotta in perfettione». Ed aggiunge che ora gli abbisognano non più una ma due spine, per poter supplire agli scherzi e spruzzi d'acqua «non tanto al privato comodo et gusto, quanto al pubblico servizio e decoro, e li vasi d'acqua con ornamento di statue et altri abbellimenti non tanto si potranno dir de' Maffei, quanto della Piazza medesima e di tutta la Città».

È del 1668 la lapide murata all'ingresso della scala a chiocciola; essa ci dice che Rolandino Maffei attenendosi al vecchio limite dello zio paterno Marcantonio, che aveva costruita la scala a chiocciola, riedificò, più che riparare, il palazzo avanzando la facciata che guarda la piazza, adornandolo di statue e simulacri e di una terrazza per un giardino pensile. Forse si deve dunque a Rolandino Maffei, nel caso che questa sia avvenuta in un secondo tempo, la sopraelevazione del palazzo oltre la cornice del secondo piano, sopraelevazione che spiegherebbe una certa diversità di stile fra gli elementi architettonici al di sotto e al di sopra della cornice.

Il giardino pensile, con terra riportata ed aiuole, non dovette durare a lungo. Dato come ancora esistente nel 1713, già trasformato con vasi di piante e fiori, esso dovrebbe essere stato distrutto poco dopo. Quando infatti il Maffei, nel 1732, scriveva del palazzo, così si esprimeva: «La casa de' Conti Maffei gode raro vantaggio dal sito, occupando la fronte della piazza grande. Entrando si vedrà quanto sia ben divisato e nobilmente ornato anche l’interno. La scala, che dalle cantine s'alza fino all'ultima sommità per non perder sito fu fatta a chiocciola ma spaziosa, e nobile, e tutta in aria. Nel pian terreno giudiciosamente è cavato il comodo, per quattro botteghe, senza guastar punto il decoro, né l'apparenza. Sopra il tetto era un giardino, che a piacere può rimettersi». Probabilmente l'eliminazione del giardino si rese necessaria per le infiltrazioni d'acqua nelle sottostanti sale. Fu in quell'occasione che la copertura piana venne sostituita da una copertura a falde, mantenendo peraltro, delle strutture del giardino, la balaustra con le statue.

Era questo il primo avvertimento della decadenza? Evidentemente sì se nel 1826 il palazzo venne posto in vendita. Il Comune ne progettò anzi in quell'occasione l'acquisto per 100.000 lire austriache, ed elaborò il piano per la concentrazione in essi dei vari uffici comunali sparsi in più luoghi. Il Municipio si sarebbe cioè tenuto tutto il piano nobile, con ottanta dei migliori locali, dei quali 28 occupati dalla famiglia Buri, 26 dalla famiglia Marogna. Tutti gli altri locali, e le botteghe, dovevano rimanere affittati per coprire una parte del capitale occorrente all'acquisto del palazzo. Sul progetto si chiese il giudizio dell'architetto municipale Giuseppe Barbieri, il quale lo trovò utile, sia dal lato finanziario, sia quale residenza del Comune, raccomandando peraltro molta prudenza, trattandosi di eredità contrastata tra le famiglie Maffei, Giusti e Lanfranchini. Non se ne fece nulla, il palazzo passò di proprietario in proprietario, con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

Fu allora, e per oltre un secolo, quasi una gara per sfruttarne lo spazio a scopo di ricavarne, in qualsiasi modo, alloggi, negozi, magazzini ed uffici, senza riguardo alcuno, rompendo, disbrigando, ricavando ammezzati che tagliano in altezza gli originari spazi dei saloni sulla piazza, aggiungendo nei cortili interni poggioli e balconate sostenuti da strutture metalliche (1863), ristrutturando interni e facciate su vicolo Monte.

Ma da qualche anno il complesso è stato completamente riscattato con una serie di lavori di restauro che le Assicurazioni Generali hanno finanziato. Nel ristrutturare il palazzo si è anche provveduto a quegli scavi archeologici che poi, proseguiti anche sotto piazzetta Monte ed oltre, hanno portato alla luce, come si è detto, le fondazioni del Campidoglio veronese, ubicato fino ad oggi dagli archeologi nella zona dei Pellicciai, sotto piazzetta Tirabosco, in tal modo recuperando nuove tessere per la conoscenza del volto della Verona romana e dello stesso Foro, corrispondente, come ben si sa, all'attuale piazza delle Erbe.
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