Palazzo Radice - Verona

Login / Registrazione
travelitalia

Palazzo Radice

Verona / Italia
Vota Palazzo Radice!
attualmente: 10.00/10 su 1 voti
Palazzo Radice, conosciuto come palazzo Contarini, si trova a Verona, nella contrada di San Tornio, dietro le absidi dell’ex chiesa di San Marco ad Carceres, e si affaccia su piazzetta San Marco in Foro. Il bell'edificio cinquecentesco, a tre piani, fin qui sostanzialmente sfuggito a tutta la letteratura artistica, fu attribuito a Domenico Curtoni.

Il prospetto presenta un portale assai elegante di gusto sanmicheliano, databile alla metà del secolo XVI. Il fregio del portale segna anche l'altezza del piano terra, evidenziata lungo tutta la facciata da un marcapiano di pietra, sotto il quale si aprono le varie finestre a rettangolo coricato che danno luce ai due locali interni, dove era ed è tuttora (precisamente nel locale cui è dato accesso dal portale) anche la scala che conduce al piano nobile.

Ai piani superiori va rilevata la presenza, sia nel prospetto sulla piazza sia in quello lungo vicolo cieco Pozzo San Marco, delle belle finestre, sempre cinquecentesche, ad arco a tutto sesto, nelle cui serraglie sono collocati mascheroni di gusto manieristico. Non originali sono invece due pesanti balconi, realizzati come furono, in cemento, ai primi del Novecento. C'è ancora da osservare che, prima della sistemazione cinquecentesca del palazzo, sulla porzione orientale del secondo piano della casa che gli preesisteva era un’altana quattrocentesca, aperta a meridione con due fornici ed ad oriente con tre fornici. Essa è ancora leggibile all'interno del complesso, in cui fu inglobata.

E' stato scritto che il palazzo fosse di proprietà della nobile famiglia dei Contarini; in realtà, esso fu venduto dai precedenti proprietari a dei mercanti veronesi del Settecento sì di nome Contarini, ma che nulla hanno a che vedere con i membri della famiglia veneziana. Questa circostanza trasse in errore anche alcuni storici locali che videro nei Contarini i committenti di un salone affrescato, come appresso si vedrà, con storie d’Alessandro Magno, attribuite a Paolo Caliari detto il Veronese, e della decorazione di una scala sui muri della quale stavano due affreschi, sempre attribuiti a Paolo Veronese, ora al Museo di Castelvecchio. Il palazzo si arresta, includendolo, all'altezza di un torrione medioevale che lo separa da altri edifici che guardano piazza delle Erbe: si tratta di una casa-torre di grande interesse che invade la porzione nord-ovest del complesso.

Tale torre poteva essere la dimora dei Dalle Carceri, un'importante famiglia veronese che aveva preso il nome proprio dalle carceri che, in periodo comunale, erano state ricavate sulle costruzioni degli edifici romani che occupavano questo lato del Foro, e che sono tuttora esistenti sotto piazzetta Tirabosco e dintorni. Essa faceva parte di un gruppo di torri di tale famiglia, come ben rileva Gian Maria Varanini: "Quasi contemporaneamente compaiono, sul lato opposto della piazza [delle Erbe] - al di sopra del modesto rilievo che aveva ospitato un imponente edificio d’età romana, e nel sottosuolo del quale si trovava il carcere cittadino - le "domus alte" appartenenti ai due più autorevoli esponenti della famiglia dalle Carceri: la "domus alta de Carcere Balardini" e la "domus alta" di Guibertino dalle Carceri, podestà del Comune di Verona nel 1179, cui si affianca all'inizio del Duecento, una torre appartenente a Filippo dalle Carceri. La famiglia fu tra le protagoniste delle lotte di partito in Verona, com’è ben noto già dagli studi del Simeoni; sin dai primissimi episodi di guerra civile sono segnalate distruzioni delle loro dimore".

Agli inizi del Quattrocento le case e le torri su cui sorge l'attuale palazzo erano della nobile famiglia dei de Cambiatoribus o dei Montanari dediti, come dice la loro stessa cognominazione, all'esercizio del cambio e del prestito di denaro: banchieri dunque che, come i Maffei, tenevano i loro banchi in stationes attorno alla platea mercati fori, l'attuale piazza delle Erbe. Erano allora dei de Cambiatoribus o de Campsoribus anche le case oltre il torrione medioevale, verso la piazza delle Erbe appunto. Ricorda Marina Repetto che qui tale famiglia si trasferì da San Sebastiano tra il 1418 ed il 1425 rimanendovi poi fino a metà Cinquecento quando il complesso, almeno per la porzione riguardante piazzetta San Marco in Foro, fu venduto al facoltoso mercante Antonio Radice, vicino di casa, per 4.000 ducati.

Ma chi erano i Radice, ai quali appunto si deve la trasformazione cinquecentesca delle vecchie case Montanari sul retro della chiesa di San Marco? Va subito avvertito che non si tratta della nobile famiglia donde proviene tale Galeotto Radice, personaggio di un qualche spessore vissuto nei primi anni del Quattrocento, e la cui discendenza continuerà poi per tutto il Cinquecento, bensì di più modesta famiglia di formaggiai. Essi giunsero da Gandino agli inizi del Quattrocento, ma via via si arricchirono fino a costituire una delle più importanti famiglie della borghesia veronese del Cinquecento, con pretesa - anche questo era nella norma - di fregiarsi di un qualche blasone.

Il primo personaggio dei Radice formaggiai è tale Antonio "fo fiolo de Zuano dal Raiso da Gandian formaiero de San Marco" entrato nell'Arte il 15 settembre 1441, nato verso il 1420 non sappiamo se a Verona o nella terra dei padri. Costui ebbe più figli: Paolo nato verso il 1445, Filippo nato verso il 1448, Gianantonio nato verso il 1461 e Francesco nato verso il 1465. Giovanissimo, nel 1487, Gianantonio compie un salto di qualità sposando Maria Barziza figlia di Giacomo, un facoltoso drappiere che dotò la figlia di 180 ducati d'oro. Con questo matrimonio si crearono i presupposti per il passaggio di Gianantonio dalla professione paterna a quella del suocero, verso la quale incamminerà anche il fratello Francesco.

Nel 1496 si verifica un altro avanzamento di Gianantonio che, con il fratello Francesco, anch'egli qualificato drappiere, acquista nella vicina contrada di San Tornio, dal conte Matteo Rizzoni, una "dornus murata copata et solarata cum duobus porticis versus Stadera quod unum tenent dicti emptores". E' la casa di piazzetta Tirabosco, fra gli edifici della Stadera (con corte quest'ultima prospettante su Via Pellicciai), e il palazzo che allora era dei de Cambiatoribus ossia dei Montanari.

Seguono poi, nella politica d’ascesa familiare, altri acquisti di case, l'una appresso all'altra, sempre nella stessa contrada e sempre fra la chiesa di San Marco e piazza delle Erbe.

La discendenza continua con i figli di Francesco (Antonio nato verso il 1489, Giandomenico nato verso il 1506, Pietro nato verso il 1510) e quindi con i figli di Antonio (Carlo, illegittimo, nato verso il 1513, Nicolò nato verso il 1519, Marcantonio nato verso il 1520, Giovanni Paolo nato verso il 1536).

L'ascesa dei mercanti Radice (che affittano nel frattempo dagli Stoppi anche la bottega di San Cristoforo su piazza delle Erbe) continua, con l'assegnazione a diversi membri della famiglia di importanti cariche pubbliche, con accorta politica matrimoniale che li porterà ad imparentarsi con i Mazzanti, con i Da Campo, con i Pellegrini, con i Del Sole, con i Bevilacqua, con i Da Vico, con i Quaranta, e così via.

Forse al punto massimo dell'ascesa famigliare (si registreranno poi ai primi del Seicento le prime disavventure economiche dovute a cattiva amministrazione, a speculazioni sbagliate, ma anche all'eccessivo moltiplicarsi dei pretendenti al patrimonio) e godendo in quei decenni di ricchi cespiti, i Radice acquisirono qui, intorno alla metà degli anni Sessanta del Cinquecento, la casa prossima alla loro proprietà e che fino a quel momento era stata pur essa dei Montanari, nella circostanza trasferitisi in altra dimora sull'attuale Via Cattaneo, casa che venne in quella circostanza ricostruita come oggi ammiriamo.

Più precisamente, la casa in questione era stata venduta da Benassuto Montanari ad Antonio Radice fra il 1552 ed il 1554, forse contemporaneamente ad altra casa che si trovava sempre in questo stesso sito, ceduta invece da Benassuto ai Falaschi e questa volta in data conosciuta: 16 maggio 1554.

Ignoto resta l'architetto che nell'occasione ridisegnò questo palazzo che già preesisteva ma che fu, appunto, quasi completamente ricostruito, con una sopraelevazione, una nuova facciata ed una, almeno parzialmente, nuova sistemazione interna.

Quando Antonio Radice acquista la casa dai Montanari, mantiene una famiglia di 17 bocche. L'anagrafe del 1555 elenca infatti con Antonio (di 63 anni), la consorte Paola (di 55 anni), i figlioli Nicola (di 32 anni), Marcantonio (di 24 anni), Giampaolo (di 16 anni) e Carlo (di 38 anni). Vengono quindi Lucia, consorte di Nicola, (di 22 anni) con i figli Francesco (di 2 anni) e Chiara (di 1 anno), 4 massaie e 5 famigli. Dei figli, solo Nicola è sposato e sarà lui che continuerà la discendenza.

Data al 10 maggio 1559 l’accoglimento da parte del Consiglio cittadino di una supplica presentata dallo stesso Antonio Radice per raddrizzare un certo "muro nudo posto fra la sua casa all'incontro (vale a dire di fronte) della cuba all'altar maggiore della chiesa di San Marco, lungo piedi vintiuno (circa sette metri) che (è) un deformissimo smanco a costo il muro nuovo della sua habitatione sporto fuora inegualmente per piedi dui e un quarto, retrandolo indietro et per retta linea congiungendolo con l'una della casa per detto supplicante già acquista dal nobile Benassù Montenar in tal forma che partorirà una eguale e bella prospettiva". Segno che nel 1559 si stava lavorando a rinnovare questa spina di case di proprietà Radice, e dunque anche, con molta probabilità, il nostro palazzetto.

Ormai vecchio, Antonio fa testamento il 30 dicembre 1561 e poco dopo muore, lasciando le case e i cantieri aperti al figlio Nicola e ai fratelli di costui.

Conclusi i lavori murari per la ricostruzione del palazzo toccò dunque senz'altro a Nicola l'incombenza di far decorare, a vari pittori veronesi, le sale della nuova abitazione, e ciò nel decennio 1559-1570. Ed è qui che entra in scena - forse con il pittore Bernardino India, cui dovrebbero essere assegnate le decorazioni di una delle due sale al piano nobile - il pittore Paolo Veronese, cui erano state attribuite le Storie di Alessandro nell'altra sala del piano nobile (oggi perdute dopo lo stacco avvenuto alla fine dell'Ottocento) e le due figure (una dama ed una serva) oggi conservate al Museo degli Affreschi presso la tomba di Giulietta, autografe (a quanto pare almeno la dama) di Paolo.

Le due figure sono quanto resta non della decorazione della sala, come impropriamente è stato scritto, ma della scala che a questa conduceva e il cui vano era ed è ancora diviso da questa per mezzo di una parete di legno, con apertura ad arco e due vittorie alate, che si pensava ottocentesca ma che invece è risultata, nel corso dei recenti restauri, l'originale del Cinquecento.

Per l'ultima mostra di Paolo Veronese a Castelvecchio - dove la dama era ospitata, dopo un restauro che l'aveva privata di ottocenteschi imbellettamenti - il dipinto fu accolto nel catalogo con un punto di domanda circa la paternità attribuitagli. E qui una scheda di Sergio Marinelli ribadiva il divario sostanziale di qualità e di mano con l'altra figura al balcone (e ovviamente a favore della dama) richiamando anche come queste figure dovessero far parte di un ciclo di affreschi - pure staccati nell'Ottocento, e adesso documentati solo da labili ricordi fotografici - che decoravano il salone al piano nobile del palazzetto.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1999

Condividi "Palazzo Radice" su facebook o altri social media!

Palazzo Radice - Commenti [0]

 

Aggiungi commento


Nome
Cognome
Email (non sarà pubblicata)
Commento (non sono ammessi tag HTML)
Inserisci il codice di sicurezza indicato di seguito*
 
Vuoi ricevere via email la notifica per ogni nuovo commento inserito?
No Si

* Impedisce l'esecuzione di script automatici non autorizzati.