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Peschiera del Garda

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Adagiata là dove il lago di Garda diventa Mincio, Peschiera è oggi una delle più vivaci cittadine che costellano il Benaco, anche in virtù di una consistente espansione edilizia che, scavalcando l'antica cinta muraria, ha dilatato a macchia d'olio l'abitato del capoluogo nella campagna immediatamente circostante. Ma le mura magistrali emergenti dall'acqua, e altre opere militari, restano ancora l'elemento dominante di questo paesaggio urbano, camminando all'interno del quale si può senz'altro capire - come ha di recente sottolineato Giovanni Biasi - il destino di questa cittadina "sospesa nei secoli tra la durezza delle vicende belliche e la serenità del lago e del fiume che n'esce, avviandosi sonnolento nella pianura tra filari d'alti pioppi".

Peschiera si è sempre lamentata - anche in anni a noi assai vicini -della pesantezza delle sue servitù militari, dapprima sotto altri domini ed ancor più sotto la dominazione austriaca, quando divenne uno dei capisaldi del Quadrilatero veneto. Ma a Peschiera gli Scaligeri prima, il dominio veneziano poi, erano già intervenuti pesantemente fortificandola con una poderosa e vantata cinta di mura: e pare fosse per gli sviluppi futuri della cittadina una vera e propria sciagura, come del lamento che ci giunge attraverso una supplica del 25 novembre 1589:

"tale e tanta è la penuria di vivere nella fortezza sopra Peschiera et così puochi sono gli negotii che a poco a poco gli abitanti abbandonano volontariamente I'habbitar in essa et vanno altrove per procurarsi commodamente il viver il che si vede anco con danno di vostra serenità, cosa che non succedaria quando si potesse fuori d'essa fortezza far mercato come di quel modo che si fa a Crema a Orzi Novi ed altri luoghi di fortezza ...".

Colpo mortale venne ancora a questa Comunità il 13 dicembre 1759, quando cioè Lazise ottenne il permesso di fare, il giovedì di ogni settimana, il mercato di biade, di animali, di commestibili e di ogni altro genere di merci. I ricchi mercanti abbandonarono allora definitivamente la Fortezza che si trovò così ad essere abitata prevalentemente da miserabili, tanto che la maggioranza dei consiglieri comunali era composta di persone che dimoravano fuori di essa.

Abitata fin da ere preistoriche, Peschiera è nota nella letteratura paletnologica mondiale non solo per la ricchezza e per la straordinaria abbondanza dei materiali restituiti, ma anche perché essa ha dato il nome ad un orizzonte cronologico (Peschiera-Zeit), che s'identifica con l'età del Bronzo recente. Ricorda a questo proposito Alessandra Aspes come a Peschiera siano stati riconosciuti resti di almeno sette villaggi palafitticoli, venuti alla luce in seguito ai lavori per la costruzione delle fortificazioni austriache, scavati senza metodologia scientifica, nel corso dell'Ottocento e che hanno restituito un'enorme quantità di materiali ceramici e metallici, i primi andati in gran parte dispersi o distrutti durante i lavori di recupero, i secondi conservati in numero nettamente superiore.

Le due palafitte più consistenti sono "Imboccatura del Mincio" e "Bacino Marina" che offrono da sole una panoramica della cultura materiale di Peschiera, attribuibile, come si è detto, alla fase recente dell'età del Bronzo. Il recupero dei vari materiali prese le mosse dal 1851, durante i lavori di fortificazione dei bastioni, quando il Genio Austriaco mise casualmente in luce i resti di un vasto insediamento palafitticolo, i cui primi rilievi di carattere scientifico furono effettuati dallo scopritore delle palafitte Keller e da von Sacken. I reperti provenienti da "Imboccatura del Mincio" e "Bacino Marina" la dicono assai lunga su queste due palafitte molto consistenti che, probabilmente, rivestirono grande importanza proprio quali centri di produzione metallurgica. Anche in età romana la località continuò ad essere considerata economicamente importante: in essa era posta Arilica, poi divenuta Peschiera, e nella cittadina avevano sede un collegio di navicellai veronese e un collegio di navicellai benacensi, ricordati in ben tre iscrizioni superstiti. Secondo il Pighi le due corporazioni erano infatti distinte. L'iscrizione che ricorda i barcaioli veronesi a Peschiera è una dedica agli Dei Mani da parte di Publio Verucate Massimino e di Terzo, i quali, in memoria dei loro genitori, diedero a quella corporazione, con sua succursale in Peschiera, la somma di quattromila sesterzi perché ogni anno portassero rose sul sepolcro di quelli e vi deponessero cibi, secondo l'antico costume.

Delle altre due iscrizioni, la prima ricorda come Ponzia Giusta desse alla corporazione dei barcaioli di Peschiera la somma di dodicimila sesterzi perché con la rendita si facessero ogni anno in perpetuo i rosali e i parentali in memoria del figlio Giusto e di sua moglie Giusta e sua; a questa somma ne era stata aggiunta altra di seicento sesterzi da distribuire tra i membri della corporazione, in memoria della liberta Fortunata, per lo stesso fine. La seconda invece è ancora una dedica agli Dei Mani di Gaio Petronio Marcellino, figlio di Gaio della Tribù Poblilia, membro del consiglio direttivo della corporazione dei barcaioli di Peschiera, alla quale corporazione egli diede e legò la somma di duemila sesterzi per le offerte annuali dei cibi e delle rose in memoria sua e della moglie. Fu la figlia, Petronia Pia ad incaricarsi di far eseguire il legato e ad erigere la dedica.

Non ci è esattamente noto quando Arilica abbia cambiato il suo nome in Peschiera, ma sembra che ciò sia avvenuto nell'VIII-IX secolo. Due secoli dopo, nel X, pare che Peschiera abbia dato rifugio a Berengario I, sconfitto dagli Ungari e che passata poi in dominio dei Veronesi, questi vi fabbricassero uno dei loro castelli turriti e merlati, spianato indi da Ezzelino da Romano, che lo avrebbe avuto in suo potere acquistandolo per 3000 lire veronesi dai Guelfi. Ma appena il truce avventuriero fu scacciato e gli Scaligeri vennero in possesso di Peschiera, anche questo castello fu rialzato ed accresciuto di nuove opere.

E' questa d'età scaligera la Peschiera ricordata da Dante nel ben noto ventesimo canto dell'Inferno:

"Siede Peschiera bello e forte arnese da fronteggiar bresciani e bergamaschi, ove la riva intorno più discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ciò che 'n grembo a Benaco star non po' e fassi fiume giù pe' verdi paschi. Tosto che l'acqua a correr mette co' non più Benaco, ma Mincio si chiama fino a Governolo ove cade in Po".

Si trattava di un castello che, come ben sottolinea Vittorio Bozzetto "formava il nodo del sistema tra le fortificazioni costiere e quelle fluviali" perché "qui s'intrecciavano le vie d'acqua e le vie terrestri"; e proprio "da questa combinazione scaturiva la sua speciale importanza militare". Insomma "la posizione di Peschiera era essenziale per la Signoria che fece di questo borgo, con successivi interventi di rafforzamento, un ragguardevole caposaldo fortificato".
Sicché tra i numerosi borghi forti del sistema confinario Garda-Mincio è ancora, questo di Peschiera "quello che risente, in modo più compiuto, per il complesso artificio delle sue fortificazioni, il condizionamento del sito acquatico". Peschiera è, infatti, come si è già detto, fondata proprio all'imboccatura del Mincio, dove il Garda si fa fiume.

Ci assicura ancora Vittorio Bozzetto come la fondazione del castrum scaligero vada senz'altro attribuita a Mastino I della Scala, se è vero che, come narrano le storie, nell'anno 1271 rafforzò ed ampliò il complesso della Rocca e cinse il borgo di mura e torri.

A proposito del "bello e forte arnese" veduto da Dante, Vittorio Bozzetto aggiunge che qui la "bellezza" della fortezza di Peschiera diventa nei decenni successivi quasi un topos: "un bel castel" parla un noto madrigale; "la bella rocca di Peschiera" è la definizione data da un rimatore fiorentino, Ventura Monachi ed anche Fazio degli Uberti la ricorda con apprezzamento.

Poi la tenace e vigorosa politica militare di Cangrande l della Scala arricchì le fortificazioni di nuovi interventi, documentati dalla lapide dell'anno 1327, conservata in Castelvecchio a Verona. Questa indica una serie d'importanti lavori, voluti da Cangrande I, che sembrano configurare anche la ristrutturazione della Rocca di Peschiera: "...In castro Pischeriae fecit aedificari I Domos Mathas I Cameras Salis Muros et Fabricas et Revoltum I Rochas cum Scalis Lapideis".

Anche i Veneziani - succeduti poi nel governo di Peschiera agli Scaligeri, dopo la breve parentesi viscontea - non restarono insensibili all'opportunità di guardare a questa fortezza con una particolare attenzione. Visitata da Marin Sanudo - che ricordò nel suo Itinerario questa "rocha fortissima" - ebbe dapprima le attenzioni di Michele Sanmicheli e poi quelle di Guidobaldo Il della Rovere, duca d'Urbino.

Così ne scriveva Michele Sanmicheli, nella relazione del 1548 al Senato veneto, giudicando la rocca un'opera fortificata ben costruita, da irrobustire, ma da conservare nelle sue forme principali:

"… li è una buona rocha che altre volte si guardava, et era molto stimata, dalla qual rocha si passava da la banda di qua verso Verona con un ponte di piera sopra il Menzo, il qual ponte è anchora in essere, et similmente la rocha, ma dishabitata, dalla qual se potria tuor un soccorso, et metter fuori sempre che 'l accadesse; vi è anchora un altro ponte di legno che serve per passar li viandanti di fuara via de Peschiera, accioché nissuno habbi ad entrar nela terra. Dico adunque che questa rocha è de grandissima importantia, et starebbe ben fortificata; et a far questo effetto voria prima che fusse acconzata come l'era avanti, et farli ancor maggior diffese, cioè fianchi de quel che lì sono... et oltre questo rassetar le mura della terra, con fargli deli fianchi dove accaderà... ".

Ma i programmi della Serenissima per il consolidamento dell'assetto militare e difensivo in terraferma furono meglio rispecchiati, come ricorda ancora Vittorio Bozzetto, dal disegno di Guidobaldo Il Della Rovere, duca d'Urbino, che proponeva, nel 1548, la fondazione di una nuova grandiosa fortezza bastionata, di moderna concezione:

"L'opera richiedeva la trasformazione e l'ampliamento del sito fortificato antico. Ma anche Guidobaldo, sia per spirito antiquario che per buona razionalità costrutti- va e funzionale, non sfuggì al fascino dell'antica fabbrica fortificata. Il Duca, innervando ed incorporando la Rocca del nuovo bastione Zeno (poi, Cantarane), ne fece la macchina da guerra principale della nuova cinta: il cavaliere della Rocca, anima della fortezza".

Già da queste prime fortificazioni scaligere e veneziane, seguite poi dalle fortificazioni francesi, austriache ed italiane, il destino di Peschiera era per sempre segnato. E se ne soffrì per lunghi secoli l'economia del luogo, tuttavia oggi, divenuti questi vincoli un ricordo, possiamo invece guardare a Peschiera come ad uno dei più interessanti "laboratori" d'alcuni fenomeni urbani. Un "laboratorio" nel quale lavorarono storici accreditati, fra cui il già citato Vittorio Bozzetto che di Peschiera ha studiato anche tutte le fortificazioni successive, fino ai nostri giorni e che, con altri, ha fondato quel Centro di documentazione storica per la fortezza di Peschiera che ben si ripromette di documentare ancora e sempre meglio, la singolare storia di questa città "militare".

Per Peschiera insomma si può ancor oggi condividere la considerazione di Emilio Pagano, studioso d'architettura militare e direttore del Genio a Verona alla fine dell'Ottocento, il quale scriveva come "in alcuni centri fortificati vi sia la storia, tuttora vivente, delle fortificazioni, cui non può negarsi grandissimo interesse".

Ma lasciamo la storia militare (anche se ci sarebbe molto altro da raccontare specie relativamente all'epopea del Risorgimento), ricordando soltanto come a Peschiera nel novembre del 1917, dopo la rotta di Caporetto, si fossero dati convegno, nella palazzina adibita a sede del comando militare, e con Re Vittorio Emanuele III, gli alleati con gli italiani nella guerra contro l'Austria e cioè i rappresentanti di Francia e di Inghilterra. Qui Vittorio Emanuele sostenne di attestare l'esercito sulla linea del Piave e respinse la proposta degli alleati di ripiegare all'Adige, al Mincio e al Po. E i testi di storia narrano che la risolutezza e la fiducia del re trovarono conferma, dopo un anno, nella vittoria di Vittorio Veneto.

Passando a tutt'altro argomento, non si dimenticherà di accennare come il territorio comunale di Peschiera abbia anche un suo laghetto: più grande dei laghi del Trentino, esso ospita folaghe, fenicotteri e persino cigni ed è situato nei pressi del santuario del Frassino, pochi chilometri a sud di Peschiera, accanto alla frazione Broglie. Detto perciò anche lago del Frassino, è grande cinque volte il lago di Lavarone e - sempre per restare nella regione trentina - supera in dimensioni anche quelli, pure rinomati, di Tenno e di Cei, mentre è di poco inferiore al famosissimo lago Tovel, quello che diventa rosso per effetto di un'alga.

Qui vicino è il santuario della Madonna del Frassino, celebre in tutto l'ambito provinciale veronese ma anche nel bresciano e nel mantovano. Il santuario fu eretto nel luogo dove l'undici maggio 1510 il contadino Bartolomeo Broglia avrebbe veduto apparire, fra le fronde appunto di un frassino, una statuetta della Madonna. Per secoli esso fu centro di fervore e di pietà mariana e il simulacro qui custodito fu incoronato solennemente il 24 settembre 1930 dopo che, alla fine dell'Ottocento, fu risvegliata dai francescani la devozione alla Madonna, sopita per la chiusura e l'abbandono della chiesa a seguito delle demaniazioni napoleoniche.

Il tempio, ricco di tesori d'arte, merita una visita. Due tele di Paolo Farinati (La Natività e Madonna e Santi), una di Zeno da Verona (San Pietro e San Giovanni Battista), dodici del Bertanza da Salò (Misteri del Rosario e Santi), quattro tele del Muttoni il Giovane e altri dipinti, fanno di questa chiesa un'autentica pinacoteca. Ma ogni cappella, o quasi, è poi affrescata dallo stesso Farinati che visse parecchio presso questo santuario, tutto intento alla preparazione d'affreschi, come ricorda una lapide del chiostro. Probabilmente però il Farinati padre fu aiutato in questi lavori dal figlio Orazio e dalla figlia Cecilia, pure pittori e che con lui lavorarono in parecchie circostanze. Ammirevole anche il pregevole coro in noce eretto nel 1652 per iniziativa di fra Bartolomeo Speciani, così come una visita merita anche il chiostro con lunette affrescate sempre dal Muttoni.

Peschiera, il suo laghetto e le sue specialità gastronomiche sono ricordate anche da Francesco Corna da Soncino nel suo celebre Fioretto:

Ben trenta miglia stende questo lago
da meridian verso settentrione;
e dentro sì li, vien Sarca e Senago,
e quasi al mezo è posto Sermione,
el qual fu già bel loco magno e vago,
dove se pilia sardene e carpione;
de lo levante tien la sua riviera
Garda, Lazixo, Bardolin, Peschiera.
De pessi delicati eli è abondante,
el qual fornise la magna Verona,
e Mantoa n'ha parte al somigliante,
e Bressa e Trento, come si rasona;
e tanto anguile (non sarìa dir quante)
se salano a Peschera e se raguna;
e ha vèr I'ostro un lago picolino,
che col Mantuan confina a Solferino...


Così il testo letterale. Qui dunque prosperava allora l'industria della conservazione delle anguille, catturate pare al tempo dei loro amori quando dal lago esse venivano ad infilarsi nel Mincio incorrendo nelle paratoie delle molte peschiere poste appunto a Peschiera, come ricorda lo stesso Plinio:

"Lacus est Italiae Benacus in Veronensi agro Mincium amnem tramittens, ad cuius emersus annuo tempore, Octobri fere mense, autumnali sidere, ut palam est, hiemato lacu, fluctibus glomeratae volvuntur in tantum mirabili multitudine ut in excipulis eius fluminis ob hoc ipsum fabricatis singularum milium reperiantur globi"; (è un lago in Italia nel Veronese, chiamato Benaco, per il qual si passa il fiume Mincio, e alla cui uscita, ogni anno quasi del mese d'ottobre, nell'autunno, quando il lago è già raffreddato, si rivoltano per l'onde viluppi d'anguille, in sì mirabile numero, che in certe peschiere di questo fiume, costruite ad hoc, se ne trovano gruppi di mille avviluppate insieme).

Degni di nota sono anche i vini prodotti nella zona ed in particolare il celeberrimo Lugana, un bianco la cui area si estende poi, fuori del Comune di Peschiera, in territorio bresciano, anche con la preparazione di un vino spumante che ha già dato ottimi risultati qualitativi.

Lo ricordiamo in questa sede storica perché esso era probabilmente il vino che zampillava da una fontana, piccolo capolavoro d'ingegneria idraulica e simbolo dell'abbondanza, presente negli apparati allestiti a Peschiera per il primo passaggio di Carlo V, reduce dall'incoronazione bolognese del 1530. L'imperatore giunse a Peschiera - come ci narra Paolo Rigoli - il 20 aprile con un seguito impressionante di soldati, muli, cavalli, carri; lo precedevano più di cento "trombetti", suonando in tal guisa che "altro non se sentiva et udeva". Accolto secondo la prassi dell'ingresso trionfale, fu alloggiato nel palazzo del Provveditore sul Mincio; le strade ed il ponte sul fiume furono coperti di panni e festoni che "invero stava ben" benché Peschiera "fosse mezzo ruinata", così come afferma un autorevole testimone, Priamo da Lezze Capitanio di Padova, incaricato con altri di ricevere Carlo V per conto della Serenissima; un altro cronista si limitò a costatare che "era uno bello aparato da in perador".

Oggi Peschiera non vede più fra le sue mura principi, re ed imperatori: ma resta una città frequentatissima da un turismo cosmopolita che qui ama trascorrere, in riva al più bel lago d'Europa, giorni di serena distensione non solo nel colmo della stagione estiva ma anche nelle stagioni intermedie, e persino in quelle invernali. Un turismo che da qui raggiunge facilmente città d'arte come Verona, Brescia e Mantova, quest'ultima attraverso la splendida valle del Mincio, della quale in un certo senso Peschiera è la porta naturale per chi provenga dal lago.

Quest'idea di valorizzare la valle del Mincio da Peschiera a Mantova è stata di recente concretamente sostenuta avviando a realizzazione la strada-parco sul sedime della dismessa ferrovia Peschiera-Mantova. La strada in questione intende proporre una conveniente valorizzazione turistica del recupero integrale dei valori ambientali, paesistici, culturali, storici e naturalistici propri di una suggestiva fascia del territorio mantovano e veronese che, sino a pochi anni fa, era appunto attraversata ed unita dal tracciato della ferrovia.

Con la proposta della Strada-Parco e d'altre infrastrutture ad essa collegate, le Regioni Lombardia e Veneto, le Province di Mantova e di Verona e le Comunità interessate hanno così inteso rilanciare concretamente l'idea di un "Garda più largo" e I'esemplarità di un percorso "alternativo" che ha, nell'asta del Mincio, il suo motivo conduttore, articolandosi di poi in una serie quasi infinita d'occasioni di turismo, d'arte e di storia.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1990

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