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Piazza dei Signori

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PALAZZO DEL PODESTA’ (detto anche della Provincia, del Governo, della Prefettura, di Cangrande)

Già nel 1311 Cangrande I della Scala risiedeva nel suo nuovo palazzo di Santa Maria Antica, attuale palazzo dell'Amministrazione Provinciale, all'angolo della Piazza dei Signori con le Arche Scaligere. Vi si era trasferito dalla casa di suo padre, Alberto I, che si trovava accanto a Santa Maria Antica, nel cortile oggi indicato come quello del palazzo dei Tribunali.

Più volte rifatto, più volte anche restaurato (l’ultimo restauro risale al 1929), il palazzo presenta una facciata su piazza dei Signori ed un'altra verso le Arche Scaligere. Pare che proprio qui Cangrande abbia ospitato il poeta Dante Alighieri, esule da Firenze per la seconda volta a Verona (durante la prima permanenza, l'Alighieri era stato ospitato invece da Bartolomeo, nelle case di Alberto).

Sempre nell'ambito di questo palazzo pare che, proveniente da Padova, ove aveva appena mirabilmente dipinto la cappella degli Scrovegni, Giotto trovasse pure ospitalità alla corte scaligera. Racconta Giorgio Vasari che il grande pittore fiorentino "a messer Cane fece nel suo palazzo alcune pitture e particolarmente il ritratto di quel Signore, e ne' frati di San Francesco una tavola". Nessun affresco ci è però di lui rimasto.

Si sa anche da testimonianze di contemporanei che l'affluenza di gente al palazzo era continua. Personaggi importanti, ospiti illustri, ambasciate, religiosi, massari delle ville del territorio, armigeri, cavalieri tedeschi e italiani, servi, fantesche, paggi, palafrenieri, scudieri, falconieri, maestri d'arme, corrieri, trovatori, magistrati, rivenditori, cantori, musici, giocolieri animavano cucine, sale, logge, stanze e cortili.

Una loggia trecentesca fu qui invece edificata da Cansignorio. In origine si trattava di una loggia a due piani, a due sole stanze sovrapposte e altissime, le cui pareti erano state interamente dipinte dai celebri pittori Avanzo e Altichiero. La "Sala grande" interna alla loggia fu descritta e ricordata per ultimo dal Vasari nell'edizione Giuntina delle sue "Vite" (1568). Dei tre gruppi di decorazione a fresco, cioè la "Guerra di Gerusalemme secondo Giuseppe Flavio", che doveva trovarsi al primo piano, i due "Trionfi", che stavano probabilmente nella parete di fondo del piano di sotto, e il "partimento di medaglie", dovuti ad Altichiero e a Jacopo Avanzi, solo quest'ultimo è stato ritrovato, con molti brani ancora intatti e d’altissima qualità, recentemente restaurati e collocati al Museo degli Affreschi presso la Casa di Giulietta.

Erano le arcate dei piani superiori ad avere negli ampi sottarchi i dipinti: l'esempio più antico di medaglioni imperiali finora attestato nel Medioevo, esempio che anticipa le medaglie dei Carraresi, ritenute fino ad oggi le più antiche nella formula di gusto aulico preumanistico, di questo genere che trova forse a Verona le sue prime espressioni.

Altichiero e Jacopo Avanzi sono i due massimi pittori veronesi del secolo decimoquarto. A Verona, oltre che decorare con fatti della storia ebraica e medaglioni d’imperatori romani la loggia di Cansignorio, negli attuali palazzi della Prefettura, lavorarono anche altrove: a Sant'Anastasia e a San Zeno, per esempio.

Caduta la Signoria Scaligera, il Palazzo, durante la dominazione veneziana su Verona, ed anche oltre, fu sede d’importanti magistrature. Qui, in epoca veneta, erano gli uffici del podestà, uno dei quali, Giovanni Dolfin, commise nel 1533 a Michele Sanmicheli il magnifico portale che adorna l'ingresso del palazzo da Piazza dei Signori. Questa porta, fatta a somiglianza d’arco trionfale romano, ha anch'essa a Verona una probabile ascendenza: è l'arco cosiddetto dei Gavi, la cui facciata è qui ripresa con una certa verosimiglianza, salvo l'alto basamento, non potutosi realizzare perché il nuovo ingresso al palazzo podestarile doveva venire a sovrapporsi ad altro che in precedenza pure esisteva. E’ per questa mancata realizzazione del basamento che Giorgio Vasari, nella bella vita di Michele Sanmicheli, ebbe a scrivere: «Non tacerò già, che fece le bellissime porte di due palazzi: l'una fu quella de' rettori e del capitano, e l'altra quella del palazzo del podestà, ambedue in Verona lodatissime: se bene quest'ultima, che è d'ordine ionico con doppie colonne e intercolonni ornatissimi, ed alcune Vittorie negli angoli, pare, per la bassezza del luogo dove è posta, alquanto nana, essendo massimamente senza piedestallo e molto larga per la doppiezza delle colonne: ma così volle messer Giovanni Delfini che la fe' fare».

A correzione del giudizio del Vasari, doveva intervenire nella prima metà dell’800 un altro podestà di Verona, quel Giambattista da Persico che nella sua famosissima guida alla città scaligera ebbe a scrivere: “AI Vasari e al Temanza parve questa porta alquanto tozza a vedere: ciò fu per essere stata ingombra dinanzi e dai lati da ferrati cancelli, oltre il poco spazio lasciato dalle finestre del piano superiore, come vi stanno ancora. Tale però ora non appare, e a chi bene osserva si mostra anzi regolata sulle modanature delle antichità greche, che le più stanno senza piedistalli. Ciò non pertanto difformata ne venne dappiedi, stante il pendio del piano. Tra i suoi pregi architettonici si vuol notare, com'abbia il Sanmicheli saputo imporre lo stesso capitello jonico sulle colonne e sui pilastri scanalati pur essi, schivando lo sconcio che ne dovea procedere nello scompartimento degli ovoli, sostituendone un mezzo retto sotto le volute, quando gli altri vi stanno rotondi: tal merito ne rivelò pure l'Albertolli, Non altrettanto possiamo dire dell'altra che mette agli uffizj giudiziarj, non cadendo in essa siffatti obbietti. Vedi però in ambedue che simmetria d'invenzione, e che grazia di forme!”.

Fonte: BPV 3/87

LOGGIA DEL CONSIGLIO (o di Fra’ Giocondo)

Si tratta di una loggia voluta dai maggiorenti del Comune di Verona - che allora aveva sede nel quadrato palazzo romanico in angolo con piazza delle Erbe - per le sedute appunto del patrio Consiglio. Una loggia di rappresentanza dunque, un edificio significante nel cuore della città, nella stessa piazza dove risiedevano anche i rettori che Venezia inviava nelle province a lei soggette, in quest’entroterra veneto guardato sempre un po' con amore e un po' con sospetto.

Risalgono al 1451 i primi tentativi della città per ottenere un luogo consono alla dignità del suo Consiglio, ma sarà soltanto nel 1476 che, falliti vari tentativi di ristrutturazione di vecchi fabbricati da adibire allo scopo, si deciderà di costruire una bellissima loggia con colonne marmoree, da edificarsi dove fino allora era un vecchio palazzo merlato e fatiscente, con un prospetto molto avanzato verso il centro della piazza e non allineato a costituire l'attuale regolare rettangolo tanto caro all'urbanistica rinascimentale.

Lunghe sono le varie fasi della progettazione e della costruzione di questa gemma della piazza, dovuta ad un ignoto architetto o meglio ad un gruppo di cittadini in fabricis pratici, che vi attese per numerosi anni, e all'interno dei quali pare primeggiare Daniele Banda, talché Raffaello Brenzoni per primo poté definire il celebre monumento quale opera collettiva di umanisti veronesi che si servirono, per le decorazioni, di alcuni noti artisti comacini.

Loggia di Fra’ Giocondo, la chiamano comunque i veronesi, ma sulla scorta di una erronea attribuzione avanzata soltanto nel secolo scorso. Estraneo - assolutamente estraneo - al cantiere, sia per progettazione sia per realizzazione, resta questo celebre frate, architetto ed idraulico veronese, attivo a Parigi, a Venezia, a Roma e altrove, ma delle cui opere ben poco sussiste, e la cui presenza a Verona, pur per altre imprese, è assai poco documentata.

La splendida Loggia, straricca di rilievi scultorei e di decorazioni pittoriche, è comunque un capolavoro, uno sfoggio esuberante e superbo degli artisti specialmente lombardi che vi hanno lavorato, sicché della vicina regione risente forte l'influsso. Fra questi artisti - alcuni di origine lombarda ma da qualche tempo trapiantati a Verona - sono da ricordare Alberto da Milano, Domenico da Lugo, Matteo Panteo, detto Mazola, maestro Modesto e Beltramo da Valsolda.

E proprio allora la Loggia fu arricchita, nel suo fastigio, dalle statue dei due Plini, di Emilio Macro e di Catullo, vale a dire dei viri illustres antiquissimi qui ex Verona claruere. Inoltre essa ebbe già da allora una facciata interamente dipinta, nel quadro di una tradizione veronese, anche se non soltanto tale, che va intesa come contributo a quel "decoro" al quale, nei secoli andati, si dimostrava di credere.

Pare che verso il 1493 i lavori per la costruzione del celebre monumento potessero dirsi sostanzialmente conclusi. Ma se la costruzione era finita, non altrettanto completa poteva dirsi la decorazione. I lavori di abbellimento insomma continuarono ancora per molti decenni (praticamente, non ebbero mai fine) come quando nel 1606, più di un secolo dopo la fine dei lavori, il Consiglio incaricò lo scultore Gerolamo Campagna di scolpire una Annunciazione in bronzo da collocare - come fu - in facciata.

l due altorilievi bronzei fusi da Gerolamo Campagna, raffiguranti l'Angelo annunciante e la Vergine Annunciata, furono collocati, per volere del Consiglio cittadino, al centro della facciata di dove saranno tolti solamente un secolo fa, ai tempi di un malaugurato restauro di tutto il complesso. Nella stessa circostanza, il Consiglio cittadino aveva nominato una commissione composta dai conti Agostino Giusti, Alessandro Bevilacqua e Giulio Cesare Nogarola perché avesse a commissionare a valente scultore la statua da collocarsi a pubbliche spese in luogo eminente da scegliersi a loro discrezione e davanti alla quale ogni sera si dovessero accendere due torce. L'opera veniva eseguita, come si è detto, dallo scultore Gerolamo Campagna, e collocata sul centro della facciata della Loggia del Consiglio.

Le belle sculture del Campagna ora non sono più sulla facciata della Loggia. Ricoverate dapprima nella sala della musica del Museo di Castelvecchio, da qualche tempo - dopo accurato restauro - sono esposte nel museo di San Francesco al Corso, presso la tomba di Giulietta: “Per la sua posizione pubblica, all'aperto, - sottolinea Sergio Marinelli - e pure per la qualità dell'immagine e della materia, che l'attuale restauro ha potuto verificare e restituire, l'Annunciazione risulta essere indubbiamente la più importante scultura a Verona in un'epoca dominata in realtà dalla pittura”.

Per nobilitare invece le sale interne della Loggia, una prima commissione per un dipinto era stata data, nel 1566, dal Consiglio, ai pittori Bernardino India e Orlando Flacco. Si tratta del quadro ancora nella Loggia in cui la Beata Vergine col Bambino, fra i Santi Zeno e Pietro Martire, riceve l'omaggio di Verona alla presenza di alcune glorie locali: Gerolamo Verità, Onofrio Panvinio, Gian Battista Montano e Gerolamo Fracastoro.

Una serie di commissioni ad artisti era poi stata decretata dal Consiglio nella seduta dell'8 aprile 1595, in modo da eternare in dipinti le gesta illustri e i felici eventi della città. Fra i soggetti preposti ci fu anche quello dell'atto di dedicazione volontaria di Verona a Venezia nel 1405, fatto dagli oratori di Verona davanti alla chiesa di San Marco. Di lì a poco l'esecuzione fu affidata a Jacopo Ligozzi, mentre altri incarichi erano stati attribuiti a Sante Creara (La consegna delle chiavi della città al provveditore Emo in piazza delle Erbe), ad Alessandro Turchi e ad altri.

Fra queste tele erano ancora visibili, ai primi del ‘900, nei saloni della Gran Guardia, le seguenti, alcune delle quali ancora in loco, altre sistemate poi nei saloni di Palazzo Barbieri, altre distrutte: La Vittoria (leggendaria) riportata dai Veronesi sul Barbarossa a Vacaldo nel 1164 di Paolo Farinati (1598); la Vittoria dei Veronesi sui Mantovani al ponte Molino nel 1199 di Orazio Farinati (1603); e la Battaglia notturna sul Ponte delle Navi, tra Cangrande Il e il ribelle Fregnano nel 1354 di Pasquale Ottino.

Ancora conservata invece nella Loggia - oltre ai già citati lavori del Ligozzi, del Creara e del Fiacco - una tela con Pomponio Trionfatore di Giambettino Cignaroli, commissionata al celebre pittore dalla "Compagnia Nogarola" per decorare l'antesala del Consiglio, per ottanta zecchini d'oro. Il Cignaroli avrebbe dovuto dipingere il quadro, secondo le misure e il soggetto suggeriti dal marchese Scipione Maffei, entro il 1750. Il soggetto iniziale, evidentemente più semplice, fu poi sostituito, maggiorando il pagamento di altri 70 zecchini, con questo più impegnativo e cioè Pomponio vincitore dei Catti in Germania in atto di ascendere al campidoglio per gli onori trionfali. Ulteriori ritardi fecero sì che nei primi mesi del 1757 il dipinto non risultasse ancora iniziato. Il Cignaroli si accinse finalmente all'opera nel febbraio 1758 e la condusse a termine in tre mesi.

Sempre nel Settecento, altra opera fu commissionata per la stessa sede a Felice Boscaretti: L'eruzione del Vesuvio, oggi nei magazzini del Museo di Castelvecchio. L'opera fu ivi collocata, assieme alle molte altre, con l'intenzione di esaltare anch'essa fatti di storia e personaggi veronesi (Plinio il Vecchio, secondo una ben affermata tradizione umanistica, sarebbe appunto nativo di Verona). Il dipinto raffigura Plinio che assiste all'eruzione del Vesuvio che poi lo avrebbe ingoiato.

Nell’Ottocento - anche a seguito della costruzione della nuova sede municipale - la Loggia fu provvisoriamente adibita a pinacoteca civica. Ma veramente, più che di una pinacoteca, doveva trattarsi di un deposito di quadri demaniati dal momento che qui le pitture giacquero ammassate e confuse. E fu per por fine a questo sconcio che non si dubitò «di metter mano a quella sala medesima che divenuta era un rispettabile e storico monumento, di levarne i seggi, di dividerla in molte stanze, di chiudere internamente le finestre ... ed aprire degli abbaini per ricevere lume dall'alto del tetto; e tutto ciò perché quelle dipinte tele potessero ivi disporsi acconciamente e rimanere esposte allo sguardo di tutti».

Fu così che la Loggia subì all'interno un primo completo rifacimento tra il 1820 ed il 1838 con lavori di vasta portata; mentre sembra che quelli effettuati dal 1870 al 1874, abbiano cambiato la Loggia in modo ancor più drastico. Vennero pure - in quest'ultima circostanza - rifatti il pavimento del portico, i soffitti e le decorazioni del soppalco seguendo la traccia degli ornati visibili. L’Annunciazione di G. Campagna fu spostata all'interno della Loggia, ai lati del portale; inoltre l'edificio si riempì di medaglioni e busti di celebri veronesi: la cosiddetta protomoteca alla cui redazione pare sovrintendesse l'architetto Giacomo Franco.

Si trattava di una raccolta di 110 immagini scolpite nella pietra raffiguranti i più illustri veronesi del passato e costituita da 32 medaglioni, 49 erme e 22 busti. Sia il Boito che il Simeoni sono concordi nell'assegnare la progettazione al Franco. Per disposizione del municipio essa fu commissionata nel 1870 al Franco che realizzò i disegni dei piedestalli, delle mensole, dei medaglioni e il progetto della sistemazione generale. L'esecuzione dei ritratti venne affidata a noti scultori dell'epoca. Le opere furono portate a termine in tempi brevi, tanto è vero che la Protomoteca poté essere collocata all'interno della Loggia entro il 1871.

La facciata della Loggia venne poi completamente ridipinta da Luigi Marai; e in quell'occasione furono eliminate le ultime tracce della vecchia pittura, mentre il cornicione si arricchì degli stemmi di Città e Provincia. Ma dopo trent'anni la Loggia si trovò di nuovo in uno stato deplorevole sicché nel 1923 iniziò un nuovo restauro e nel 1940 i busti ed i medaglioni furono trasferiti nell'atrio della Biblioteca Civica. Nel 1960-70 il portico ricevette una nuova pittura e la facciata verso via Fogge fu ridipinta con finto bugnato mentre intorno al 1980 venivano rinforzate le travi del pavimento al piano superiore per rendere la sala maggiormente agibile sia alle sedute del Consiglio Provinciale sia a varie manifestazioni culturali.

Fonte: BPV 2/90

PALAZZO DEL MERCATO VECCHIO (o della Ragione, o del Comune)

Il maestoso palazzo che fu sede del Comune, accanto a piazza delle Erbe, e che ha ospitato a lungo gli uffici della Pretura e la Corte d'Assise, è monumento del quale i veronesi vanno giustamente orgogliosi. Si tratta di un imponente complesso, a pianta pressoché quadrangolare, con cortile centrale, che fu oggetto, allo scadere del secolo scorso, di un massiccio restauro inteso a riportarne le strutture, almeno secondo le intenzioni di chi soprintendeva ai lavori, alle condizioni originali.

Il complesso è ubicato fra piazza delle Erbe, piazza dei Signori, Via Dante e via Cairoli, occupando in tal modo l'angolo sud-est di quello che doveva essere l'antico foro romano, ossia piazza delle Erbe, in una zona quindi suscettibile di fornire, anche sotto il profilo archeologico, informazioni di notevole interesse.

Forse tutti gli angoli dell'edificio dovevano essere un tempo muniti di una torre, la prima, oggi non più visibile ma della quale internamente s’indovina la base, era detta della Massaria e si alzava fra Via Dante e via Cairoli; la seconda, come tuttora si può vedere, sta fra via Cairoli e piazza delle Erbe, nell'angolo sud occidentale del palazzo; la terza, pure esternamente non più visibile ma con strutture di base che all'interno dell'edificio s’indovinano tuttora, stava nell'angolo fra piazza dei Signori e via Dante; la quarta infine è la Torre detta dei Lamberti e si colloca verso l'angolo fra piazza delle Erbe e l'Arco della Costa.

L'esistenza di queste quattro torri, come, del resto quella delle sale soprastanti, è ancora ricordata, alla fine del Quattrocento, da Francesco Corna da Soncino nel suo “Cantare” in lode di Verona. Ma a quando risale questo palazzo che è il più bell'esempio di architettura civile romanica esistente in città? Gli storici non sono mai stati del tutto concordi. Il Canobio ad esempio, in un suo lavoro rimasto manoscritto e che si trova presso la Biblioteca Civica di Verona, scrive che nel 1117, a seguito del famoso terremoto che colpì tutta la pianura Padana, “si abbruciò parte del palazzo della Ragione”, mentre lo Zagata afferma che “nell'anno 1124 i Veronesi fabbricarono il palazzo della Ragione in quadro, con una corte nel mezzo”.

E' vero però che sul luogo dell'attuale palazzo qualcosa di ben importante doveva esistere anche prima: ai bordi della strada romana venuta alla luce sotto via Dante sono apparse, infatti, per qualche metro d'altezza, sul lato del nostro palazzo, anche le possenti murature di un edificio o di diversi edifici altomedievali, anteriori all'attuale complesso monumentale.

A sua volta Paride da Cerea nel sui Annali riferisce che nel 1172 fu fatto il fondamento della torre dei Lamberti “che oggi è chiamata la torre delle campane” (“Factum fuit fundamentum turris dominorum Lambertorum quae hodie dicitur turris a campaneis Veronae”), mentre altra fonte infine assicura che il palazzo fu edificato nel 1193 dal podestà Guglielmo de Osa.

Due lapidi recenti murate all'esterno del palazzo (l'una dal Iato di piazza dei Signori, l'altra sotto l'atrio che mette in via Cairoli), ricordano comunque l'erezione del palazzo con due date discordi fra loro (1138 e 1193). “Può darsi - osserva giustamente Tullio Lenotti - che la data più giusta sia una terza, non però troppo discosta da quel decennio, e precisamente il 1194, che avrebbe segnato il compimento del fabbricato”.

Difficile oggi dire - dopo le varie manomissioni operate nel corso di più secoli, cui si aggiunsero anche i restauri ottocenteschi - come si presentasse originariamente il complesso che si sviluppa su tre piani. Quello che è possibile intuire è che l'altezza del portico interno (un tempo esistente anche sul lato di piazza Erbe), fa supporre anche in antico l'esistenza di due piani (il terreno e l’ammezzato), mentre par di capire che sopra il portico ed i locali inferiori, forse su tutti i quattro Iati dell'edificio, erano state ricavate grandi sale, ad uso di pubbliche riunioni e la cui esistenza è ricordata ancora nel secolo XV, come si è visto, da Francesco Corna da Soncino.

Del resto ancor oggi tre lati del piano superiore sono suddivisi, internamente, soltanto da tramezze, presentandosi un muro di spina trasversale in proseguo dal muro di fondo del portico soltanto sul lato verso piazza dei Signori e la Costa.

Distruzioni e manomissioni dovrebbero essersi verificate da subito, se è vero che un incendio con esiti gravissimi investì gran parte del palazzo già pochi anni dopo la sua erezione, e cioè nel 1218. Pare che col concorso finanziario del conte di Sambonifacio il palazzo del Comune venisse rifabbricato l'anno successivo 1219.

Durante il dominio Veneto il Palazzo della Ragione divenne sede – oltre che del Comune – anche di tribunali civili e penali, di prigioni, del Collegio dei Notai - con una propria Cappella dedicata a San Zeno, che tuttora esiste nell'angolo nord-orientale del palazzo (Camera del Consiglio dell'Assise) - degli uffici del dazio della seta, della Camera Fiscale, dei pubblici granai, dei depositi del sale, degli uffici della Sanità e di altri, mentre le porzioni di fabbricato sui piani terreni prospicienti piazza delle Erbe divennero proprietà di privati i quali le adibirono, oltre che ad abitazioni, a botteghe e fondaci.

Risale al 1447 l'erezione della scala detta “della Ragione”, costruita all'interno del cortile sotto la torre dei Lamberti, a quel tempo sostenuta da colonnette e provvista di una copertura che venne demolita durante i restauri realizzati alla fine del secolo scorso (1894-1897). La scala è una delle prime strutture aggiunte all'architettura del cortile del palazzo, del quale successivi interventi dovevano via via deformare l'aspetto originale. Nei secoli successivi furono, infatti, aggiunte altre scale, balconate, corridoi pensili, loggette: ne risultò un progressivo mascheramento dei quattro lati del porticato che fu otturato e da cui si ricavarono nuovi vani.

La cappella dei Notai è dedicata ai Santi Zeno e Daniele. Fu costruita fra il 1408 ed il 1419, ricostruita dopo un incendio del le palazzo del 1723 e, situata all'interno della torre della Massaria, diagonalmente alla scala della Ragione, essa attesta uno dei pochi interventi qualificati avvenuti nel palazzo a partire dal secolo XV. Interessa annotare che, mentre al di sopra di essa oggi non esiste alcuna struttura, in origine essa era sovrastata, sempre all’interno della torre, da carceri, talché nel 1650 la struttura superiore della torre, “aggravata troppo da pesi incompatibili, di travamenti grossissime, pesanti lamine chiodarie, ferramenti senza numero, ed bastoni infiniti, tutta materia necessaria per la struttura e sicurezza delle suddette prigioni” crollò in parte, provocando danni alla cappella, poi restaurata tra il 1650 e il 1703.

Settanta anni appresso, nel 1723, un condannato a morte, trattenuto in una cella sopra la cappella, appicco fuoco al pagliericcio, provocando un incendio e il definitivo crollo della torre; e se in tale circostanza la cappella si poté salvare, non altrettanto ebbe a verificarsi per il vicino archivio dei notai defunti che andò miseramente e completamente distrutto dal fuoco. Fu in quella circostanza che, anziché rifare la torre, si pensò di rifare un tetto poco sopra la cappella, pressappoco all’altezza di gronda delle porzioni di palazzo ad essa adiacenti.

Nella prima metà dell’800 si intraprese un importante intervento di restauro e di riqualificazione riguardante tutto l'ala su piazza delle Erbe: all'interno, al piano nobile cui si accede dalla scala della Ragione, venne costruito un grande atrio, oggi in parte suddiviso in stanze, per quasi tutta la lunghezza dell'ala, dalla torre dei Lamberti alla torre posta all’angolo con via Cairoli.

Un partimento di colonne sostiene tuttora gli archi a tutto sesto con chiave scolpita. Analogo partimento riscontriamo su questo piano anche nella vicina torre angolare. Si tratta di una delle poche architetture di pregio conservate all'interno del palazzo e rispettate dai lavori successivi, come lo fu la Cappella dei Notai.

Fra i lavori di consolidamento eseguiti nel 1810, si ricorderà il puntellamento della facciata su piazza delle Erbe e la demolizione delle prigioni che anche qui si trovavano ai piani superiori; premessa ad una sistemazione, su progetto di Giuseppe Barbieri, di tutta la facciata e questa volta in stile neoclassico. Si sa che il Barbieri non esitò a restaurare la pericolante facciata di piazza Erbe in modo estremamente innovatore e altrettanto inadeguato. Una liscia stesura di intonaco grigio venne a celare completamente quanto ancora rimaneva, dopo le precedenti manomissioni, della severa muraglia a corsi di tufo e di cotto. Ampie finestre trabeate e timpanate sostituirono le precedenti finestre, mettendo ordine in una facciata che dell'originale puramente romanico conservava ormai ben poco.

Su questo lato il Barbieri non aggiunse peraltro - come si crede - un piano: questo era già stato aggiunto in precedenti interventi come bene documentano una stampa settecentesca e lo stesso disegno della facciata così come fu rilevata al momento dell'intervento. Da tale disegno risulterebbe tra l'altro che solo le murature della parte centrale della facciata erano ancora in parte quelle romaniche (provviste altresì dell'originale coronamento ad archetti), mentre le murature verso la Costa e quelle verso via Cairoli erano già state ampiamente rifatte, forse in occasione di crolli precedenti.

Nel 1886, alla fine della Dominazione Austriaca, troviamo alloggiati nel palazzo del Comune l'Archivio notarile e le Carceri giudiziarie e, successivamente, la Cassa di Risparmio, la Questura, la Corte d'Assise e i civici Pompieri, la Congregazione di Carità, l'Accademia di Belle Arti e la Scuola di pittura e scultura.

Nel 1874 lo Stato cedette al Comune alcune parti del palazzo. Altri settori furono venduti dal Governo al Municipio nel 1890, a prezzo poco più che simbolico, con la condizione che l'intero palazzo fosse restaurato e riportato alle forme originarie. Alcuni locali con botteghe su piazza delle Erbe e su piazza dei Signori, rimasero di proprietà di privati.

Aderendo alla condizione imposta al momento della vendita, il Comune fece restaurare nel 1877 le due facciate esterne su via Cairoli e via Dante, mentre dal 1894 al 1897 furono restaurate le facciate verso la Costa e piazza dei Signori, nonché le facciate interne del complesso, che si affacciano sul cortile.

Nel corso di questi restauri furono demolite le prigioni sopra la grande sala della Corte d'Assise, realizzata in quell'occasione, e venne riordinato tutto l'interno con l'apertura delle antiche trifore romaniche, cui ne vennero aggiunte di nuove nello stesso stile. Consulente per questi lavori, che portarono alla completa ricostruzione del palazzo secondo criteri di restauro integrativo stilistico, fu il celebre architetto Camillo Boito. I restauri ottocenteschi ebbero la pretesa di portare l'edificio alla condizione originale; in particolare si volle uniformare - tanto nei prospetti interni del cortile, quanto nei prospetti esterni - il paramento murario tessuto a filari di cotto e di tufo, secondo una tecnica rilevata su parti di muratura sopravvissuta alle distruzioni ed agli interventi precedenti, riportate alla luce con l'eliminazione dei vari strati di intonaco.

Fonte: BPV 1/88
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