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PALAZZO DI CANSIGNORIO (detto anche del Capitanio, o Pretorio, o dei Tribunali)

Alla fine degli anni ‘80, le vaste “catacombe” dei palazzi comunali e scaligeri di piazza dei Signori sono state per la prima volta presentate ad un vastissimo pubblico di visitatori che ha potuto così apprezzare anche la sistemazione degli scavi archeologici qui condotti dal Comune di Verona nel quadro di un programma pluriennale di riassetto dei due complessi: quello dell'antico palazzo comunale al cui interno è il cortile Mercato Vecchio e quello già del Tribunale, conosciuto anche come il palazzo di Cansignorio o del Capitanio o Pretorio.

Le ricerche archeologiche hanno interessato tutto il cortile del Tribunale, tutta la Via Dante, le zone limitate dalle ali meridionale ed occidentale degli ex Uffici Giudiziari e di quella orientale del cortile del Mercato Vecchio, ed il marciapiede all'interno della parte orientale dell'ala meridionale degli ex Uffici Giudiziari. Per quanto riguarda l'età romana, lo scavo ha restituito pavimenti a mosaico e strutture di varie abitazioni, databili in parte fra il primo e il secondo secolo, e in parte fra il quarto e il quinto secolo: più unità edilizie nella situazione più antica, probabilmente un'unica dimora nella situazione più recente.

Per l'altomedioevo lo scavo ha rivelato l'esistenza di più abitazioni ed anche di sepolture. Le abitazioni, nate sui precedenti edifici romani, sembrano in genere piuttosto povere: sopra i mosaici tardoromani sono stati trovati pavimenti più alti in terra battuta e con tegole e si sono trovate anche strutture in legno ed altre murature tirate su alla bellemeglio: in questo periodo storico non si va tanto per il sottile e si riutilizza quanto già prima esisteva e che nel frattempo era stato semidistrutto da inondazioni, incendi, terremoti e incursioni.

Le sepolture - spesso eseguite nella nuda terra, senza bara - vanno collegate alla fondazione in quest'area della chiesa di Santa Maria Antica - nel 745 circa - da due sorelle Autfonda e Natalia: la cappella che esse dedicarono a santa Maria Antica per distinguerla da Santa Maria in Solaro, da Santa Maria del Duomo e da Santa Maria in Organo cui si era sottoposta, forse per goderne la protezione ed essere anche esonerata dalla soggezione al vescovo di Verona, dipendendo, la potente abazia benedettina fondata sul canale dell'Acqua Morta, direttamente dal Patriarca di Aquileia. Solo una sepoltura è di epoca anteriore alla destinazione di quest'area a cimitero; gli oggetti in essa ritrovati sono infatti del settimo secolo: nella tomba c'erano, fianco-fianco, due defunti, probabilmente marito e moglie, mentre ai piedi dei due c'erano le ossa sparse di un bimbo. Tombe di questo genere - cioè risalenti a quest'epoca - e munite di corredo non sono mai venute in luce all'interno della città, se si esclude quella di Palazzo Miniscalchi. Si pensa quindi che l'essere sepolto in città fosse allora un segno di rispetto riservato solo ai più agiati.

La cappella longobarda di Santa Maria Antica più non esiste, sostituita quasi subito da una chiesa vera e propria sorta in periodo carolingio o precomunale.

Lo scavo praticato nella vicina Via Dante, ha messo invece in luce, sempre di epoca altomedioevale e sopra una strada romana, un grosso muro lungo cinquanta metri e alto due metri e mezzo: dal muro si vedono tre livelli di soglie di entrata con focolari per riscaldare gli interni. I tre livelli sono rispettivamente della fine del quinto o dell'inizio del sesto secolo, dell'ottavo o nono secolo, e dell'inizio dell'undicesimo. Gli edifici cui il muro apparteneva vennero abbandonati cioè proprio quando si costruì il palazzo comunale, tra il 1185 e il 1195.

Nell'area del Tribunale non sono mancate le sorprese anche per epoche successive: tra il 1150 e il 1200 nella parte orientale della zona siamo in presenza di una piccola piazza di mercato delimitata da un porticato del quale sono state trovate basi di colonne; nella parte occidentale abbiamo con ogni probabilità la casa e l'officina di un artigiano del ferro e del bronzo .

Del periodo scaligero è stata infine ritrovata tra l’altro una cantina di una casa riempita poi di rifiuti. Tra questi vi sono frammenti di vetro molto belli che portano lo stemma della famiglia scaligera: una scala gialla su fondo rosso. Si tratta con ogni probabilità di un corredo di bicchieri da tavola dei signori che dominavano in quegli anni su Verona.

Comunque sia, prima della costruzione da parte di Cansignorio della Scala del suo palazzo turrito, l’odierno cortile del Tribunale era senz’altro suddiviso in più proprietà appartenenti a privati ed alla chiesa di Santa Maria Antica e, dal momento della fondazione di questo monastero sembra che la maggior parte del cortile gli appartenesse e che venisse sfruttata come orto, sicché fino al X secolo l'area pare priva di abitazioni.

Poi, dall'inizio dell'XI secolo, si assiste ad uno sfruttamento più vario della zona: nelle parti centrale e nord-orientale viene impiantato un cimitero, che si estendeva anche al di sotto dell'ala meridionale degli Uffici Giudiziari, mentre nella fascia occidentale furono costruite due abitazioni affiancate: queste ultime, attraverso varie modifiche e ricostruzioni, furono utilizzate fino alla costruzione del palazzo di Cansignorio che sancì il loro abbattimento. Inoltre, è da attribuire al periodo d'uso del cimitero la costruzione di una casa-torre nella parte settentrionale del cortile del Tribunale, davanti alla facciata di santa Maria Antica.

Dalla metà del XII secolo al '300 circa la situazione si evolve, ed in particolare la zona precedentemente adibita a cimitero viene suddivisa fra una struttura porticata, un'area aperta con resti di attività artigianali, un'altra aveva aperta la superficie acciottolata, due case affiancate e un complesso abitativo con casa-torre. Nasce allora in qualche modo la piazza di santa Maria Antica la cui prima attestazione documentaria è del 1235. Un decennio dopo qui sono già presenti alcuni Scaligeri. Impossibile in questa sede seguire tutte le successive vicende, da quando nel 1277 viene per la prima volta nominata l'abitazione di Alberto della Scala e quando Cansignorio, nella seconda metà del '300, rifonda il palazzo, probabilmente come ora si ammira, e ciò almeno per l'impianto e le principali strutture.

Il palazzo, risalente al periodo scaligero, è allora in realtà un complesso nato sopra vari edifici sorti in varie epoche e destinati ad assolvere funzioni diverse. E se pare si debbano attribuire ad Alberto della Scala i primi interventi sulle costruzioni dell'età comunale che sorgevano nella zona, allora la successiva organizzazione di un complesso fortificato è attribuibile a Cansignorio il quale avrebbe operato un radicale riassetto del complesso, la cui facciata su piazza dei Signori è ancora riprodotta in un dipinto di Nicola Giolfino, eseguito verso il 1520. All'epoca di Cansignorio, con ogni probabilità tutti gli edifici che compongono il complesso erano stati fra di loro collegati, ottenendo anche qui, sul modello del vicino palazzo della Ragione, un cortile centrale chiuso, attorno al quale si sviluppavano le varie unità edilizie, mentre un vasto brolo si stendeva dietro queste case e dietro altri edifici scaligeri che sorgevano di fronte al Teatro Nuovo, sull'area dell'attuale palazzo e dei giardini delle Poste, in parte ricalcando il tessuto romano ma anche cancellando e privatizzando un tratto di via che sarà riaperto solo alla fine del secolo scorso.

Fonte: BPV 3/89

LA CASA DELLA PIETA’

Nello stesso lato della Loggia del Consiglio, al di là dell'arco di via delle Fogge, vi è una casa senza pretese. Forse in origine era proprietà degli Scaligeri, passata poi alla Camera Fiscale. Nel 1407 era di proprietà del notaio Tommaso di Montalbano e vi abitava in parte Leone dei Confalonieri. Una bottega da barbiere faceva angolo con via Fogge. Tutto il caseggiato che si estendeva ai lati per via Mazzanti e via Fogge, con fondaci, botteghe e corticelle sarebbe stato venduto nel 1408 al nob. Galasso Pio da Carpi per ducati d'oro 314 e mezzo.

Nel 1490 tutto il caseggiato figura di proprietà della Casa della Pietà, e probabilmente è in questi anni che esso viene rimaneggiato e che la facciata si trasforma in semplice stile Rinascenza. Sulla facciata è murato il curioso bassorilievo di una donna seduta che tiene in mano una bandiera su cui è scritto: Fide et Charitate in aeternum non deficiam: Forse l'iscrizione scalpellata dai giacobini, alla base del bassorilievo, dava qualche spiegazione di esso. Si vuole ad ogni modo che la donna rappresenti Verona che riposa con tutta sicurezza all'ombra del dominio Veneto che la protegge, e che sia la copia dl un quadro trasparente e illuminato che due ambasciatori veronesi esposero a VenezIa nel 1675.

Una parte importante della casa è il sottostante Caffè, il più vecchio di Verona. Un episodio narrato dal musicista Carlo Pedrotti ci fa conoscere come verso la metà dell’800, in quel Caffè (si chiamava allora Caffè Squarzoni) fossero a disposizione dei clienti numerosi giornali, compresi quelli stranieri. Infatti, una sera di carnevale del 1856 vide entrare nel Caffè un signore molto distinto, alto, coperto da un'ampia pelliccia, evidentemente forestiero, che si pose a sfogliare i giornali ch'erano sparsi sui tavolini e chiedere infine ad un cameriere «Le journal des debats», che gli fu tosto recato. Quel signore era Giacomo Meyerbeer.

IL Caffè assunse l'insegna di «Dante» nel 1863, dopo l'erezione sulla piazza del monumento al Poeta. In esso convenivano professionisti, letterati, artisti e uomini politici, specialmente anziani, che formavano vari “parlamentini”, discutendo di politica, d’arte, e criticando ogni cosa. Questi personaggi furono così descritti dal poeta Giacomo Muraro:

I soliiì tri vecì professori
che i parla de politica, de guère,
e i se spartisse el mondo tra de lori.

Fonte: Lenotti

IL PALAZZO DEI TRE ARCHI (o Palazzo dei Giudici)

Nel lato della piazza di fronte al palazzo del Governo sorgeva anticamente la «Domus Nova» citata in documenti degli anni 1254, 1255, 1263 e 1272. Essa serviva di abitazione ed ufficio del podestà, e per le adunanze dei consigli minori, quali quello dei gastaldioni dei mestieri, e sotto la dominazione viscontea (1389) al Consiglio dei XII Sapienti ad utilia.

Nel XV secolo la «Domus nova» servì anche per abitazione dei giudici assessori stranie ri e perciò si cominciò a chiamarla il Palazzo dei Gìudìcì. Il palazzo (10 giugno 1511) crollò in gran parte, forse per le lesioni riportate due mesi prima dal terremoto. Sgomberate le macerie e demolito quanto minacciava ancora di cadere, si lasciò il resto del palazzo a far brutta mostra di sé, trasportando altrove gli alloggi dei giudici e gli uffici del podestà.

Nel 1554 il Senato Veneto, su proposta dei Rettori di Verona, deliberava di vendere a privati la parte inferiore del fabbricato e con parte del ricavato sistemare nella corte del palazzo del Podestà gli alloggi per i giudici. Qualche restauro alla facciata verso piazza dei Signori deve essere stato poi eseguito se nel 1619, sulla facciata stessa, venne posto un orologio di scielti marmi. Però le condizioni dell'edificio erano sempre precarie, tanto che nel 1650 esso precipita. Il prezioso orologio era stato tolto in tempo e depositato nell'atrio del palazzo del Consiglio.

Per provvedere ad una sistemazione decorosa di quel lato della piazza, il Consiglio inviò il 17 giugno 1652 una supplica al serenissimo Principe per ottenere in dono quei locali ancora di sua proprietà posti nel piano superiore di quanto era rimasto del fabbricato, locali vuoti e inabitabili. La supplica fa inoltre un quadro pietoso di quanto ancora si ergeva fra le macerie: muri tenuti in piedi per l'appoggio di travi, ma sempre in pericolo di crollare.

Per la sistemazione di quel lato della Piazza, furono esaminati vari progetti. Curioso quello presentato al Magnifico Consiglio il 31 dicembre 1653 con la proposta di «acquistare e demolire le case e botteghe che formano quell'isolo che h ora si trova ruinoso e in gran parte precipitato nella piazza de' Signori, onde ne sia poi formata una piazza a punto bella e spaciosa».

Ma di fronte ai vari progetti sorgeva sempre una difficoltà che non si riusciva a sormontare: la questione finanziaria. Era molto oneroso, ad esempio, l'indennizzo che si doveva dare ai proprietari delle botteghe che esistevano ancora numerose, specialmente nel prospetto di piazza Erbe. Constatato, alla fine, che non si poteva spendere più di cinquemila ducati, si decise nel 1659 di limitare il lavoro edificando sul lato di piazza dei Signori un prospetto di muro con tre archi.

Il lavoro venne affidato nel 1660 a mastro Stefano Panizza, muraro, per ducati 3450 e a mastro Francesco Marchesini, tagliapietra, per ducati 2000. Il lavoro risulta ultimato nel 1663, ma ancora nel 1668 il Marchesini era in attesa di troni 1860 a saldo della sua fattura.

Sembra che anche l'arco di mezzo doveva costituire un diretto passaggio fra le due piazze. In attesa che ciò dovesse realizzarsi venne intanto collocato sotto di esso il busto del podestà Caterino Cornelio, sia perché il muro dei tre archi fu innalzato sotto il suo reggimento, sia perché in base a disposizioni da lui emanate il Monte di Pietà si sollevò dalla crisi in cui si dibatteva.

Il caseggiato venne infine innalzato nel 1731 dai fratelli Muselli, che ne erano proprietari.

Fonte: Lenotti

GLI ARCHI

Non era del tutto ultimato il palazzo del Consiglio quando si pensò di collocare qualche statua sull'arco all'imbocco di via delle Fogge. Nel 1492 il Magnifico Consiglio deliberò di collocare su quell'arco l'immagine di San Zeno e incaricò il provveditore Zenone de’ Turchi di presentare un progetto concreto. Poco dopo il de’ Turchi informava il Consiglio che «magistro Angelo lapicida» si offriva di eseguire il lavoro per 25 ducati, assumendo a suo carico le eventuali spese che superassero quella cifra. La proposta del de' Turchi venne approvata all'unanimità.

Ma nonostante le due deliberazioni che avevano tutta la parvenza di carattere definitivo, un anno dopo i verbali delle sedute consiliari fan conoscere che le cose si erano complicate. Sull'arco delle Fogge, insieme a S, Zenone, doveva trovar posto anche San Marco, e si costatò che il lavoro già eseguito era sproporzionato allo spazio. Si deliberò allora di incaricare Ottone Merlini, Bartolomeo Pompei e Nicolò Ormaneti del Consiglio dei XII a far collocare l'immagine di San Zeno sul frontespizio dell'arco, ponendo da una parte e dall'altra di essa gli stemmi gentilizi dei Rettori, e sul frontespizio stesso, «quale luogo più sublime e più degno», collocare un'effige di San Marco con l'insegna della città di Verona ai suoi piedi in luogo del libro aperto.

Né San Zeno, né San Marco furono più collocati sull'arco. Fu posta invece, nel 1559, la statua di Girolamo Fracastoro, scolpita da Danese Cattaneo. Il grande medico, poeta ed astronomo è vestito alla romana e tiene in mano la sfera del mondo. Quella sfera colpì subito l'arguta fantasia del popolo: il Fracastoro l'avrebbe lasciata cadere sulla testa del primo galantuomo che fosse passato sotto l'arco.

Con quella statua l'arco doveva considerarsi sistemato. Non la pensavano invece cosi i nostri antenati. Nel 1650 era stato levato dalla facciata del palazzo dei Giudici, poco prima che crollasse, un orologio di scielti marmi, e deposto nell'atrio del palazzo del Consiglio. Quell'orologio che i consiglieri se lo trovavano... tra i piedi ogni volta che salivano le scale per recarsi alle sedute doveva costituire un incubo per loro. Perchè un oggetto tanto raro e tanto utile rimaneva là inutilizzato? Ed ecco che nell’aprile 1652 il Magnifico Consiglio decreta «Che per riporre l'horologgio in piazza dei Signori sia et s'intenda detto il sito sopra la statua del Fracastoro, sopra la quale con un Arco da tirarsi dalla parte del Consiglio alla parte della Casa della Pietà sia eretto conforme il modello rappresentato». La barocca deliberazione non ebbe però seguito, e l'orologio dovette starsene a riposo per altri settant'anni, finché nel 1722 venne collocato sopra la casa del magistrato nella nuova Fiera di Campo Marzo.

L'Arco di via delle Fogge non aveva finito di essere bersagliato da progetti più o meno stravaganti. Il 6 marzo 1755 il Consiglio approva all'unanimità «che a canto di quella del Fracastoro sia alzata al Marchese Maffei, previa la sovrana permissione, una statua di marmo ad esempio de' posteri et a perpetuo testimonio della stima e riconoscenza di questo Conseglio». Ancora il giorno 13 dello stesso mese giungeva l'approvazione del doge Francesco Lauredano. Ma il 29 novembre i provveditori C. B. Spolverini e C. B. Lombardi, che erano stati incaricati dell'erezione della statua, sono costretti a riferire al Consiglio che l'arco di via delle Fogge non era capace di sostenere due statue, a meno di rifabbricarlo con l'aggiunta di due colonne. I due provveditori proponevano che la statua di Scipione Maffei fosse posta invece sull’arco che mette al volto Barbaro. E così avvenne l'anno appresso. La statua del Maffei, nel costume di provveditore, fu scolpita su pietra dura, di tutto tondo da Gio. Angelo Finali.

Dopo di allora si può raccogliere qualche proposta di collocare anche sugli archi che mettono rispettivamente in via della Costa e in via Dante altre statue di Veronesi illustri. Ma passeranno molti anni. Soltanto nel 1925 per iniziativa del Comitato «Madonna Verona» venne posta sul primo arco la statua dello storico e teologo Enrico Noris (1613-1704) e sul secondo quella dello storico ed archeologo Onofrio Panvinio (1529-1568), statue scolpite verso il 1710 da Domenico Aglio e che si trovavano a San Sebastiano.

L’arco su via Dante risale al 1575, come da iscrizione incisa sull’arco stesso, e venne costruito dai rettori Nicolò Barbarigo e Luigi Contarini per poter effettuare il passaggio diretto fra il palazzo della Ragione e quello del Capitano. Infatti, dalle vecchie stampe, si vede che aveva una loggetta, oltre al poggiolo che corrispondeva ai poggioli dei due palazzi.

L'ultimo arco, quello che dà in via Santa Maria Antica, univa invece il palazzo del Capitano con quello de! podestà. Su quell'arco i Veneti (forse all’inlzlo del XVIII sec.) innalzarono un fabbricato di un piano, costituendo un passaggio interno fra i due palazzi: mentre all'esterno di quella soprastruttura correva un poggiolo che univa quello del palazzo del Podestà con quello lunghissimo che attraversava tutto il lato della piazza dal palazzo del Capitano alla Costa.

A sua volta il prefetto Smancini, nel 1812, sopraelevò quel facendolo giungere a livello dei cornicioni dei due palazzi. Nel 1928 l’arco venne liberato da quelle soprastrutture che lo deturpavano.

Fonte: Lenotti

IL MONUMENTO A DANTE

Verso la fine del 1647 su proposta del podestà Angiolo Contarini venne posta in mezzo alla piazza dei Signori una fontana, decorata da una piccola statua rappresentante Nettuno, scolpita da Pietro Tedesco. La fontana era alimentata dal Lorì di Avesa che giungeva in piazza Erbe. Già funzionante, furono poi spesi dieci ducati “in far mettere alla Fontana della Piazza de' Signori un canaletto di pietra per raccor l'acqua che spande il vaso e che bagna la salizata”.

Ma ciò che è sembrato un ornamento alla piazza nel 1647 non lo era più trent'anni dopo. Infatti nella seduta del 28 aprile 1679 il Consiglio deliberava: “Riuscendo di poco decoro la picciol Fontana, che si trova sopra la piazza de' Signori, la quale cagiona pur anca grande impedimento alla frequenza del popolo, et alle Militie che in quel luogo si fermano per le rassegne, fu doppo ogni più maturo riflesso preso con tutti i voti che detta fontana sia da quel sito levata e la statua di quella sia per hora riposta nell'antisala del Consiglio o nell'ingresso della medesima”. Il 4 maggio la fontana era demolita, e il piccolo Nettuno era ricoverato all’ingresso della sala del Consiglio.

Che il centro della piazza dei Signori si prestasse per collocarvi un altro ben più importante monumento furono d'avviso i Veronesi del 1865. Ricorreva in quell'.anno il sesto centenario della nascita di Dante Alighieri e l'Italia già da tempo si era apprestata a solennizzare la ricorrenza, particolarmente Firenze con l'erezione di un monumento al Divino Poeta.

Verona, ancora soggetta all'Austria, non volle esser da meno di Firenze. Ad iniziativa dell'Accademia d' Agricoltura e Società di Belle Arti, cui aderì il Consiglio Comunale, venne progettato di erigere una statua a Dante nella piazza dei Signori, dov'era il palazzo scaligero che diede ospitalità al “Ghibellin fuggiasco”.

La commissione incaricata della realizzazione del progetto fu composta da G. Camuzzoni, G. Franco, P.P. Martinati, C. Alessandri, G. Tirella, E. Fano. Il 6 ottobre 1863 veniva emanato il bando di concorso per il bozzetto. Sole condizioni che la statua in marmo di Carrara di seconda qualità fosse dell'altezza di tre metri sorretta da piedestallo e che la figura, volgendo le spalle alla via delle Fogge, avesse leggermente girata la testa verso sinistra, verso cioè il palazzo scaligero dei Tribunali. Si disse poi che si volle il Poeta rivolto verso l'Italia libera.

I modellini presentati in tempo utile e sotto il velo dell’anonimo furono sette. Fu giudicato il migliore quello portante il motto «lo primo tuo rifugio». E la scelta fu davvero felice. Vincitore del concorso risultò un giovane di ventisette anni, Ugo Zannoni, del tutto sconosciuto come artista. Godette buona fama dopo quel suo primo lavoro.

La bella statua a Dante venne scoperta il 14 maggio 1865 di mattina presto, si può dire alla macchia. Non si volle che alla cerimonia inaugurale potessero intervenire le autorità austriache.

Fonte: Le Guide 12
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