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Piazza delle Erbe

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Delle piazze veronesi, quella delle Erbe è, senza dubbio alcuno, oltre che la principale, anche la più antica. Nel cuore della città romana - là dove si incontrano cardo e il decumano massimi - va collocato infatti quel Foro che è ancora ricordato, nel secolo decimo, dal Ritmo dell' Anonimo Pipiniano: «foro lato, spatioso, sternato lapidibus, ubi in quattuor cantus magnus istat forniceps» (la piazza grande, spaziosa, lastricata di pietre, e nella quale, ai quattro angoli - o sulle cui quattro parti - stanno dei grandi archi).

E anche l'Iconografia rateriana mostrerebbe un lato del Foro fronteggiato da una serie d’archi, sicché «unendo i dati di queste due fonti - annota Lanfranco Franzoni - si arriva a costruire un portico che gira sui quattro lati del Foro e avente un arco al centro d’ogni lato, cioè allo sbocco di quattro diverse arterie stradali... il primo sarebbe sorto allo sbocco dell'odierna via Pellicciai, il secondo allo sbocco di via Cappello, ed il terzo, forse, alla Costa» mentre sta di più difficile ubicazione il quarto.

Dell'antica pavimentazione in pietra della piazza - mediamente quattro metri al di sotto dell'attuale - ci sono testimonianze archeologiche precise, com’è testimoniata l'esistenza di un grande edificio romano fondato sullo stesso perimetro delle Case Mazzanti, o almeno sulla loro stessa linea frontale verso la piazza. Già il Cannobio, nel secolo XVI, poteva del resto scrivere: «Dall'altra parte dove sono le spetierie si sono ritrovate molte antichità di colonne et altro et anche molte se ne veggono nelle cantine in opera».

Ancora Lanfranco Franzoni ricorda come lavori di rinnovo condotti nel 1969 all'interno delle Case Mazzanti, nella parte più vicina a vòlto Barbaro, abbiano a messo in luce a livello delle cantine non solo la pavimentazione del Foro, in lastre di pietra rossa di Sant' Ambrogio, ma anche l'esatto limite nord-orientale del Foro: «Infatti, a filo con la facciata di Casa Mazzanti, la pavimentazione delle cantine (e cioè del Foro) termina addosso ad un limbello, oltre il quale si alza un gradino». All'interno di questo limite e totalmente al di sotto del suo livello si è riscontrata, nella stessa circostanza, anche la presenza di due ambienti coperti a volta, disposti nel senso della lunghezza delle Case Mazzanti: «sono i resti - sottolinea il Franzoni - degli scantinati di un edificio romano che si allineava su questo Iato del Foro, avendo la facciata quasi esattamente sul filo di quella di casa Mazzanti».

Piazza delle Erbe divenne dunque il cuore della città quando il pianificatore della Verona romana collocò in quest'area il Foro con il Campidoglio, la Basilica, altri pubblici edifici e gli archi, testimoniati da consistenti resti archeologici oppure da una vasta letteratura nutrita non soltanto da leggenda. Ma la piazza non cessò d’essere centro mercantile nemmeno per tutto il Medioevo e l'Età Moderna, fino ai nostri giorni, con i suoi mercati delle biade e delle carni, dei panni e dei vini, e d'ogni altro prodotto della terra o dell'artigianato, con le sue botteghe d’orefici e di pellicciai, accanto ai banchi di cambio e di prestito.

E se per l'alto Medioevo ci mancano - se si escludono il Ritmo e l’Iconografia - documenti d’esplicita conferma dell'assunto, già per l'epoca precomunale si hanno invece precise testimonianze del ruolo che l’antico Foro continuava a giocare: accanto ad esso sono infatti testimoniati, da documenti rispettivamente del 1104 e del 1099, i due edifici della Zecca e del Macello. In epoca comunale poi, precisamente attorno al 1195, si terminava la costruzione del grandioso Palazzo del Comune con relativa torre, che conclude, in prosecuzione delle Case dei Mazzanti, il Iato nord-orientale della piazza: palazzo che sostituiva, almeno nelle funzioni, una precedente domus fori, una casa cioè della piazza «in qua concio Verone fieri solet, cum ibi maxima moltitudo populi veronensis adesset».

Ma è soprattutto nel periodo della Signoria che la piazza si venne riqualificando, anche se mai in precedenza aveva cessato di svolgere, come si è veduto, le funzioni proprie dell'antico Foro romano, cioè di centro degli affari. La piazza fu anzi, proprio in quest'epoca, ridisegnata con la costruzione, sul lato a settentrione, della torre del Gardello nel 1370, e, dove ora è Palazzo Maffei, di una loggia per i cambiatori; con la costruzione poi, sul lato verso la piazza dei Signori, a filo con il Palazzo del Comune e la Domus nova, della casa scaligera, con le botteghe e i magazzini delle biade, detta quindi dei Mazzanti; con la costruzione ancora, sullo Iato occidentale, della Domus mercatorum, riedificata in muratura nel 1301, sulla precedente costruzione che era in legno, come molti edifici pubblici e privati dell'epoca comunale. A sigillo di queste molteplici operazioni, condotte in varie riprese, ma in assolvimento di un disegno organico, Cansignorio avrebbe innalzato verso il 1370, nel bel mezzo della piazza, utilizzando pezzi romani e altri facendone allora appositamente scolpire, anche la fontana di Madonna Verona, intesa ad esaltare appunto Verona ed i suoi presunti o veri fondatori: «Est justj latrix urbs haec et laudis amatrix».

«Era restituita così come d'incanto - ricorda il Mellini - la vita divina al presunto simulacro, affatto inventato, di Verona pagana, collegandola in un sapiente concerto allegorico col miracolismo tellurico della virtù naturale, perennemente rigeneratrice dell'acqua fresca e pullulante», qui incanalata dalla fonte del Lorì di Avesa, attraverso il ponte della Pietra. Nel recinto della Platea Mercati Fori, ma anche nei recinti circostanti, come nel cortile del Palazzo del Comune e nel cortile con loggia delle Sgarzarie, oppure nelle vie adiacenti, si venne così concentrando in questi secoli buona parte della vita commerciale della città, anche per comodità del cittadino, ma soprattutto per opportuna sorveglianza dei gerarchi della vita civica, che comprendevano non soltanto i preposti alla Domus mercatorum e ai vari Ministeria, che esigevano dai loro guadiati una rigida obbedienza agli statuti, ma anche gli stessi Signori ed i loro familiari.

Nell'età scaligera la sistemazione del mercato nella piazza delle Erbe e nelle sue vicinanze si fa via via sempre più complessa. Sul lato nord, dove ora è il Palazzo Maffei, erano le tavole dei cambiatori, fra le quali una appartenente allo stesso Signore. Sul corso verso Santa Anastasia - la bina aurificum - si trovavano le botteghe degli orefici, mentre nella piazza, fra il corso e la Costa, al piano terra delle case che saranno poi dei Mazzanti, - che avevano sul retro i venditori di panni pignolati - stavano le spezierie e le mercerie e sull’altro Iato della piazza, quello di fronte, stazionavano altri mercanti di panni, traboccati poi nelle vicine Sgarzerie.

Nella parte inferiore della piazza stavano i banchi degli ortolani, dei venditori di carni porcine e di olio. AI di sotto del Capitello, sul lato del Palazzo del Comune, si vendevano le biade (trasferite in seguito nel cortile del palazzo). Lungo la Costa vi erano i sogari. Davanti alla Domus mercatorum stazionavano i venditori di conocchie, i pellattieri, i solarioli e qui presso erano pure i banchi dei sartori. Più in giù erano i venditori di filo, stoppa, cenere, e alcune beccherie, benché nel 1298 fossero state rimosse e portate di qua e di là del ponte Nuovo. Il pesce stava nella piazzetta tra la Domus mercatorum e la Torre della Stadera ed infine la selvaggina verso Via Cappello. Insomma, tranne la legna ed il bestiame, che erano commerciati altrove, pressoché tutte le merci si potevano acquistare qui nella piazza o nelle sue immediate vicinanze.
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