Pieve dei Santissimi Apostoli - Verona

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Pieve dei Santissimi Apostoli

Verona / Italia
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Cadono nel 1994 gli ottocento anni della consacrazione della pieve dei Santi postoli in Verona, fatta per mano del vescovo Adelardo dopo che la veneranda chiesa - seriamente danneggiata dal terremoto del 1117 - era stata ricostruita con i moduli della nuova architettura cosiddetta romanica.

Il territorio della parrocchia dei Santi Apostoli si estende oggi su quella porzione di centro storico della città di Verona che è delimitato a sud-est dalla piazza della Bra’, a sud-ovest dalla linea delle mura comunali che dai portoni della Bra’ si dirigono a Castelvecchio, a nord-ovest dal fiume Adige e a nord-est dalla linea delle mura romane che da Via Mazzini, all'altezza delle Due Campane, raggiungono Porta Borsari e di qui l'Adige. Più esattamente il confine è determinato lungo quest’attuale toponomastica: Piazza Bra’, Via Roma, piazzetta Castelvecchio, riva San Lorenzo, via Diaz, via Cantore, via Mazzini. Si tratta di un gran quadrilatero corrispondente al borgo suburbano nato ancora in epoca altomedioevale fuori del recinto della città romana, lungo la via Postumia, ed incluso a pieno titolo fra le contrade urbane quando, nel XII secolo, si costruirono le mura comunali lungo l'Adigetto, da Castelvecchio all'attuale ponte Aleardi, conosciute oggi, per il loro tratto superstite, come le mura del Pallone.

Un "borgo" comprendeva diverse contrade e anche diverse parrocchie i cui rispettivi confini non erano sempre del tutto sovrapponibili gli uni con gli altri, vale a dire quelli delle circoscrizioni civili con quelli delle circoscrizioni ecclesiastiche. Le contrade erano quelle di Sant' Agnese intus, di Ferraboi, di Santa Maria della Fratta e di Falsorgo; le parrocchie quelle di Sant' Agnese, di San Donato alla Colomba, di San Martino Aquaro, di San Lorenzo, di Santa Maria della Fratta, di San Michele alla Porta e dei Santi Apostoli. Tutto questo fino al momento degli interventi dei governi napoleonici, agli inizi del XIX secolo, quando il sistema contradale venne praticamente soppresso e le parrocchie furono concentrate, con la conseguente eliminazione anche fisica, benché progressiva e non sempre totale, degli edifici che n’erano la sede. Nel caso specifico due chiese soltanto si salvarono, e cioè la matrice dei Santi Apostoli e San Lorenzo.

E' ovvio che tanto le contrade come le parrocchie si vennero via via organizzando con lo sviluppo del "borgo" - se così anche noi, seguendo la documentazione medioevale, possiamo chiamarlo -dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso, quando tale storia potrà dirsi sostanzialmente conclusa, con l’occupazione progressiva di tutte le aree disponibili e la definitiva sistemazione dell'assetto viario, salvo qualche raro episodio successivo.

Non molto altro sappiamo, su base documentaria, della storia dell'area, relativamente all'età altomedioevale e precomunale. Restano comunque testimonianze certe relative ad almeno cinque chiese: Santi Apostoli, San Lorenzo, San Michele, San Martino e Santa Maria della Fratta, la cui presenza può anch'essa dire di una certa progressiva consistenza demografica del borgo.

Ma la Basilica Apostolorum e l'annesso sacello, forse di Sant'Apollinare e poi dedicato alle Sante Teuteria e Tosca, sono certamente d’età paleocristiana. Basti qui ricordare che per la chiesa dei Santi Apostoli gli scavi eseguiti nel 1913 hanno rivelato resti di un'abside antica che fa risalire il complesso al V secolo. L'origine della chiesa è dunque certamente antica ed è da mettere in rapporto con le basiliche dedicate agli Apostoli nelle Venezie (Aquileia, Concordia, Padova) e nell'Alta Italia, sorte alla fine del IV secolo e nel V, in zone cimiteriali.

Nel sacello le Sante Teuteria e Tosca avrebbero avuto, secondo la tradizione, sepoltura e qui esiste, in effetti, un sepolcro che conterrebbe le loro spoglie mortali. Quello che è certo è che pure il sacello risale, per le murature più antiche, al V secolo ed è perciò uno dei più illustri esempi d’architettura paleocristiana in Verona. Pare però che in origine questa chiesetta fosse dedicata a Sant'Apollinare: l'ipotesi è tutt'altro che da scartare ove si pensi che solamente più tardi nasce il culto delle Sante Teuteria e Tosca. La "invenzione" del corpo delle due sante avvenne, infatti, il 4 luglio 1160, essendo vescovo Ognibene, e il 14 settembre dello stesso anno si ebbe la consacrazione del sacello. Delle strutture originarie del sacello ammiriamo ancor oggi resti cospicui: parte del perimetro che era a croce greca, e l'elegantissimo cupolino quadrangolare che si eleva al centro dell'edificio, facilmente ricostruibile nelle sue linee di un tempo quando lo si confronti col ben più celebre mausoleo di Galla Placidia in Ravenna. Gemme di questo tempietto sono le tre arche sepolcrali: una delle sante Teuteria e Tosca, collocata al centro, sopra l'altare in posizione eminente, le altre due, della fami- glia Bevilacqua, collocate lateralmente. Esse sono state di recente oggetto di un accurato restauro.

Probabilmente, sempre in conseguenza dei danni provocati dal terremoto del 1117, anche gli stessi tracciati viari, paralleli ed ortogonali all'antica strata principale (l’attuale corso Cavour), si venivano meglio disegnando, a servire un'edilizia che si andava facendo sempre meno rada e più compatta, almeno lungo il fronte strada, riservando solo gli spazi più interni degli isolati a funzioni d’orto e giardino. Dietro le quinte di case che fiancheggiavano le strade principali restavano, infatti, ancora ampi spazi liberi, adibiti spesso ad orto, perché - osserva Gian Maria Varanini - «ad una fase più tarda, probabilmente tardo-duecentesca o trecentesca, spetterà l’infittimento del tessuto urbanizzato ed il parziale riempimento degli spazi esistenti fra una direttrice e l'altra».

Precoci, a proposito di vicoli ortogonali alla strata principale, sono le citazioni di introni in questa zona, anch'essi - sempre a stare con Varanini - «prova indiretta ma significativa della raggiunta consistenza della maglia insediativa».

La raggiunta sistemazione del borgo porta Sancti Zenonis - sempre meglio distinto a questo punto dalla villa Sancti Zenonis (quest'ultima fuori della cinta comunale ove, in epoca carolingia, era stata eretta la basilica e l'abazia del patrono) - è sottolineata in documenti che ricordano tale territorio ormai urbano come burgus novus. Si viene anche a conoscere, sempre attraverso i documenti, che in questo periodo la chiesa dei Santi Apostoli, fornita di chiostri, di porticati e di atrio, godeva anche di una piazza.

Tutta l'abside comunque è importante conservatissimo documento della pieve ricostruita nel secolo XII, dopo il terremoto del 1117. Pure la parte inferiore dei muri laterali e della facciata della chiesa sono romanici, ricostruiti sempre intorno alla metà del secolo XII, in tufo e cotto. Come romanico è il campanile che pare ultimato nel 1194 e che compie quindi anch'esso i suoi otto secoli di vita.

L'ampio spoglio di pergamene dell'epoca - condotto nel corso della preparazione di una tesi di laurea sulla chiesa dei Santi Apostoli dalle origini al 1299, con una silloge di documenti - permette anche a noi di aggiungere i qualche ulteriore dato essenziale sulla configurazione degli spazi attorno alla chiesa, dove soprattutto nel XIII secolo molte case appaiono murate e ricoperte di coppi, via via venendo a sostituire la precedente edilizia in legno e coperta di scandole. Altre case, forse le più ricche, godevano anche di solaio, di scale in pietra, di portico, di edifici annessi (forse cantine e granai), di corti limitate da mura. Tutte disponevano altresì di un orto, magari piccolo, di corte, a volte di aia e di brolo.

Lungo le vie principali erano botteghe di artigiani e mercanti, dal momento che gli abitanti del borgo svolgevano i mestieri più vari: scavezatores, fabri, radaroli, pellipari, pistores, murarii, beccarii, hospites, joculatores, vitrarii, pictores, notarii, causidici e medici. Non mancano nella zona mulini sull'Adige, giusta la documentazione segnalata da Varanini che ricorda appunto la loro presenza dalla Beverara fino a Sant'Eufemia, lungo tutto il tratto di Adige che faceva da confine al burgus Sancti Zenonis. E anche più tardi vanno segnalate, sempre con Varanini, significative presenze lungo il fiume di radaroli con scali e attracchi per le rates (zattere di tronchi fluitanti), con espressa testimonianza di un vodus Sancti Laurentii presso l'omonima chiesa, attraverso il quale il legname, proveniente dal Trentino, veniva introdotto in magazzini elaboratori per il commercio o la lavorazione.

Costruita la nuova cinta muraria comunale a difesa del borgo, insediatasi in esso numerosa popolazione, il Trecento consacra ancor più definitivamente l'appartenenza degli abitanti della zona alla città, ulteriormente allargatasi a sud fino ad una nuova cortina scaligera. Scompare in queste circostanze anche l'appellativo di "borgo", mentre sempre più si afferma all'interno dell'area la distinzione per contrade e, accanto alla chiesa di Santi Apostoli che ha intanto assunto dignità di pieve, si consolida pure l'organizzazione parrocchiale, con rettori officianti nomine proprio le singole chiese della zona considerata. Proprio un documento del 1336 ci consegna memoria di come una commissione del Clero Intrinseco di Verona procedesse in quell'anno «ad limitandum, terminandum et reformandum parochias, ecclesias civitatis et burgorum Verone», fra le quali appunto quelle di Sant' Agnese, di San Michele alla Porta, dei Santi Apostoli, di San Lorenzo, di Santa Maria alla Fratta e di San Martino a quaro.

Ma accanto a queste chiese parrocchiali, altre chiese sono attestate nei documenti, officiate da confraternite o al servizio di ospedali che nel frattempo erano nati nel quartiere. Tale era la chiesa di Santa Maria sull'attuale corso Cavour, nella parrocchia di Santa Maria della Fratta, con annesse sedi della Disciplina e dell'ospedale di Santa Maria de Domo o della Stella, ricovero quest'ultimo di miserabili, di pellegrini e di romei che qui trovavano cure, vitto e alloggio, ricordato per la prima volta nel 1326 e che subì un notevole ampliamento nel 1343. Della Disciplina è rimasto il nome nella toponomastica (vicolo Disciplina). Tali erano anche le chiese di Sant'Anna e di San Bovo, pure con annesso ospedale unito poi con quello di Santa Maria de Domo. La Disciplina di Santa Maria de Domo era dunque sede di una confraternita di Battuti, una delle confraternite diffuse allora a Verona e nel territorio che garantivano l'uomo medioevale e gli davano forza contro i mali del presente e del futuro, anche post mortem.

Nel Trecento s’infittirono nella zona anche le abitazioni di cittadini eminenti. Fra queste quelle dei Bevilacqua radaroli, commercianti di legname che conducevano dal Trentino, donde erano originari, presenti a San Michele alla Porta forse fin dal 1146. La famiglia era già allora - vale a dire in età scaligera - una delle più importanti della città, i suoi membri passando, proprio in quei frangenti, da radaroli a milites, rimanendo tuttavia sempre inseriti nell'attività del commercio di legname. Sempre restando nella contrada di San Michele alla Porta essi acquistarono qui, via via, numerose case e altre ne costruirono erodendo progressivamente le aree esistenti grosso modo fra le chiese dei Santi Apostoli e di Santa Maria della Fratta, dove tuttora è palazzo Bevilacqua. Altre case essi acquistarono a San Martino Aquaro nella zona compresa fra San Lorenzo e l'attuale Castelvecchio. Francesco Bevilacqua divenne familiaris degli Scaligeri e svolse mansioni di ambaxator, nuncius e procurator dei Signori. E' proprio di questo periodo l’acquisizione del giuspatronato dei Bevilacqua sulla chiesa delle Sante Teuteria e Tosca, annessa alla chiesa dei Santi Apostoli, dove sono anche le monumentali sepolture di famiglia.

Intanto nei secoli XV e XVI la chiesa romanica dei Santi Apostoli subirà varie trasformazioni: la parte superiore dei muri laterali e della facciata, con i tetti, è appunto il frutto di tali interventi assai discutibili e che hanno portato anche ad un cambiamento radicale dell'interno, in origine a tre navate, con un soffitto che doveva essere a capriate e che ora è a botte ribassata (gli ultimi interventi risalgono anzi all'immediato dopoguerra, quando furono riparati i danni di ordigni bellici caduti sulla chiesa).

Il vento della Rivoluzione Francese e l'occupazione del Veneto da parte di Napoleone ebbero i loro riflessi anche a Verona, in particolare a seguito della politica di soppressione di associazioni di categoria (corporazioni delle Arti e dei Mestieri), di ospedali e confraternite, di conventi, monasteri e parrocchie. La soppressione di parrocchie e ospedali riguarda da vicino anche la storia che si sta raccontando. Anche nella zona che è oggetto di questo studio, infatti, le diverse parrocchie vennero tutte concentrate presso la pieve dei Santi Apostoli (con conseguente riduzione ad uso profano della quasi totalità degli edifici adibiti al culto), mentre gli ospedali gestiti dalla Compagnia di Santa Maria de Domo, furono, con la confraternita stessa, cancellati.
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