Pieve di San Floriano - Verona

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Pieve di San Floriano

Verona / Italia
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Allo sbocco della valle di Marano, nel cuore della Valpolicella, è la pieve di San Floriano. Si tratta di una delle più belle chiese romaniche di tutto il Veronese, nata nell'ambito di un cimitero pagano, come dimostrerebbero i molti anche consistenti reimpieghi di marmi e pietre romane, fra cui due cippi funebri di grandi dimensioni, mentre altri resti d’are funerarie sono anche allineate nel vialetto a fianco della chiesa, verso la strada della Valpolicella.

La chiesa attuale è quella costruita nel secolo decimosecondo ma due privilegi berengariani dell'anno 905 già qui menzionano una pieve: nel primo la chiesa è nominata con «data topica» essendo il diploma emanato iuxta plebem Sancti Floriani (presso la pieve di San Floriano), mentre nel secondo si nominano alcuni beni ubicati nella valle Provinianensis non longe ab ecclesia Beati Floriani (nella valle Provinianense, non lontano dalla chiesa di San Floriano).

Altri documenti ci ricordano la pieve nei secoli XI e XII ed anche attraverso di essi veniamo a conoscere che la sua giurisdizione ecclesiastica si estendeva pressappoco sui territori attualmente delimitati dai comuni di Marano, di San Pietro Incariano e di Fumane (porzione sud) e di Pescantina, vale a dire su tutta la Valpolicella centrale, dominando ad est la pieve di Negrar e ad ovest quella di San Giorgio.

Forse va riferita al complesso preromanico (chiesa e case per la collegiata) la scritta ritrovata nel 1960, e poi segnalata da don Lino Marchesini, eseguendosi lavori all'interno della canonica. Essa ricorda che certo Silvetro. assieme ai suoi discepoli, sarebbe stato il costruttore della pieve: "s(ilve)tro levat / ista plebe cu(m) / suis disci / pulis". Ma il fatto che la rozza scritta sia tracciata con un punteruolo su di un intonaco da un muratore o da un chierico non certo calligrafo, ne rende arduo l’esame paleografico e dubbie le conclusioni.

La fabbrica è forse - almeno a detta di Francesca D'Arcais - "l'edificio più bello del periodo romanico nella Valpolicella, che rivaleggia con gli edifici chiesastici della città di Verona, riproponendone le proporzioni, la struttura, la raffinatezza delle decorazioni". "Ed in effetti - continua la d'Arcais - le sue proporzioni equilibrate, la sobrietà delle linee, l'evidenza degli elementi di riporto romani, caratterizzano di un sapore classico questa pieve, come molte delle coeve costruzioni della città di Verona, evidenziando la persistenza o il recupero del linguaggio "romano" in età romanica anche nella Valpolicella".

La chiesa ostenta anzitutto al visitatore una facciata realizzata interamente in tufo e sostanzialmente ancora integra (solo l'occhio centrale e le due finestre laterali vi sono state aperte successivamente). Tripartita da due lesene triangolari che denunciano l’interna divisione in tre navate, ostenta a coronamento, sia del corpo centrale sia dei due laterali, un fregio di denti di sega sostenuto da archetti rampanti con peducci gradinati e concluso da una cornicetta aggettante. AI centro della facciata è poi il bel portale con gli stipiti e l’architrave in marmo rosa, difeso da un protiro pensile di grande eleganza. L'interno è a tre navate, divise da pilastri alternati a colonne, che si concludevano con ogni probabilità in tre absidi, com’è ancora riscontrabile in diverse chiese veronesi della stessa epoca e della stessa tipologia. Ma le absidi originali più non esistono, essendo state in seguito distrutte per costruire le attuali. Esiste invece al disotto della volta a botte della nave maggiore e delle volte a crociera delle navi minori, pure successive alla fabbrica romanica, il tetto a cavalletti che, più volte rimaneggiato, conserva ancora molte delle travature originali.

Nella pur mutilata chiesa di San Floriano per primo l’Arslan vide, e giustamente, un'eco chiarissima del duomo veronese, giudicandola "raffinata opera che nello slancio scarsamente accentuato delle facciate, negli intagli dei lapidei che l'adornarono, in quello che dovette essere il taglio della parete absidale, accusava e tuttora accusa, il grado e il momento della grande chiesa cittadina: e la cui estrema finitezza ben si accorda col civilissimo paesaggio che la circonda".

L'interno della chiesa era stato trasformato in più riprese fino al 1743, svisando via via radicalmente il suo carattere romanico, anche scalpellando o sostituendo gli originali capitelli delle colonne: solo lavori eseguiti dagli ultimi settant’anni hanno messo a nudo quanto era opportuno recuperare della fabbrica romanica: apparvero così le ghiere delle arcate composte di conci di calcare più o meno alternati in un gioco di rosa e di rossi, i sottarchi con relative decorazioni affrescate, le facce interne dei pilastri, nonché una decorazione di clipei rossi al sommo delle arcate e tra di esse, che si ripete anche oltre la volta barocca, nella parete sotto le incavallature.

Riguardo ai lavori nel corso dei secoli all'interno della chiesa, è da dire che non sempre tutti sono da attribuirsi a volontà di cambiare la facies originaria del tempio romanico. Si sa da documenti che almeno alcune di tali opere si imposero per ridare solidità ad un edificio fatiscente o minacciante rovina. Ricorda ad esempio Gian Maria Varanini come già nel 1408 fosse stata spesa una piccola somma "ad coperiendum cubas" (lo spazio anteriore alle absidi) oltre che "domos ecclesie".

E prosegue lo stesso Varanini " Ma di ben maggiore portata sono i lavori documentati nel 1434 "pro resto ale secunde ecclesie plebis S. Floriani"... espressione non del tutto perspicua ma che lascia supporre lo svolgimento di un precedente lotto di lavori non solo a detta "ala secunda", ma anche all’ "ala prima". Ma chiarisce di che cosa si tratti la notizia, segnalata da don Lino Marchesini, dell'esistenza di due date 1432 scolpite nella parete della chiesa e relative quindi, con ogni probabilità, all'inizio di tali ricostruzioni.

Il Varanini ricorda ancora come i lavori svolti in tali circostanze dovessero essere di una certa consistenza e si intervenisse tanto sulle strutture lignee come su quelle murarie. Infatti si utilizzarono 1500 coppi, calcina, travi di larice, assi e travicelli, liste larghe e strette. Ed ancora i documenti citano grosse travi a copertura della chiesa, segno che qualche ripristino interessò anche il tetto del corpo principale dell'edificio. E fa notare infine il carattere d’urgenza che caratterizzò almeno parte di tali lavori, perché si lavorò pure di notte, al lume di candele.

La pieve romanica doveva essere adorna anche di molti elementi decorativi, parte dei quali reimpiegati nel rifacimento quattrocentesco della fiancata verso la canonica e purtroppo finiti poi quasi tutti, nel secolo XVII, col rimanere nascosti fra le volte e il tetto del chiostro. Questi fregi superstiti sarebbero dunque i resti di una complessa decorazione che correva lungo tutta la fiancata, con motivi vegetali, animali e persino con scene tratte dalle Sacre Scritture, com’è tipico di tutto il romanico ed in particolare del romanico veronese.

Così Wart Arslan: "queste sculture palesano una medesima rudezza aggettante e scontrosa, mostrano i velli, i capelli, le barbe trattati con solchi fitti e duri: hanno insomma molte caratteristiche che abbiamo viste proprie delle sculture dei capitelli figurati di San Giovanni in Valle. Un fregio d’acanto spinoso girato intorno ad un profeta è esattamente lo stesso che gira intorno all’absidiola meridionale di San Giovanni in Valle. Un altro fregio ove, entro due tralci intrecciati a formare campi ovoidali, si alternano una pigna e una foglia, si ritrova sul protiro del Duomo dove certamente è stato riadoperato da Nicolò".

Una descrizione della pieve di San Floriano risulterebbe incompleta se si dimenticasse di accennare alla poderosa torre campanaria posta sul lato nord della chiesa, divisa al centro d’ogni lato da una lunga lesena e scompartita a metà e verso l’alto da due file d’archetti pensili. Mentre il basamento è in pietra (con molti elementi romani di recupero), la canna della torre prosegue a file alternate di conci di tufo e cotto per terminare con il solo cotto alla cella campanaria, aperta in bifore separate da colonnette di pietra. Superfluo ricordare che anche questo campanile - con altri della Valpolicella, come quelli di San Giorgio, di San Martino e di San Vito di Negrar - richiama, nella sua impostazione, il campanile della veronese basilica di San Zeno.
Fonte: Notiziario BPV numero 4 anno 1986

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