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Ponte Pietra

Verona / Italia
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L’anonimo autore del Versus de Verona, cantava, agli inizi del secolo IX, le bellezze della sua città. Poeta vero, uomo di buona cultura sacra e laica (così ben lo definisce Giovanni Battista Pighi), il nostro poeta tutto annota, tutto commenta, relativamente s’intende a quelle che potrebbero essere definite le emergenze urbane. Emergenze architettoniche beninteso, antiche e moderne, laddove le antiche sono rappresentate da quanto ancora si poteva ammirare allora della città romana, e le moderne (per il poeta ovviamente) sono rappresentate dalle chiese che circonvallano la città e la difendono dal maligno, con le spoglie mortali o almeno le reliquie dei santi in esse custodite.

Fra i monumenti della Verona romana sono anche due ponti di pietra, gettati attraverso l’Adige i cui capi toccavano la città e il borgo: «pontes lapideos fundatos super flumen Atesis, quorum capita pertingit in orbem in oppidum». Sono i due ponti che fiancheggiavano, ai piedi del colle, il teatro: il ponte Postumio, da tempo distrutto, che era la prosecuzione del decumano massimo e attraversava l’Adige pressappoco all'altezza delle absidi di Santa Anastasia, e il ponte Pietra che dà appunto il nome alla via, tuttora al suo posto anche se solo un paio dei suoi archi sono ancora quelli romani, seppur ricostruiti «com'erano e dov'erano» dopo la terribile esplosione del manufatto, al termine dell'ultimo conflitto bellico.

Erano state due cariche esplosive poste all'interno del secondo e del quarto pilone e fatte saltare la sera dell’ormai lontano 24 aprile 1945, a lacerare tanta parte dell’antica costruzione. I massi e i mattoni proiettati o crollati sul letto del fiume sono stati poi peraltro recuperati, ordinati, numerati, per consentire un loro reimpiego nella ricostruzione del manufatto, allorché lo studio delle fotografie e dei modelli si fosse potuto concludere con una sicura classificazione dei singoli pezzi.

A cavallo dell’Adige, in uno dei punti anche panoramicamente più suggestivi di Verona, là dove fin dalla preistoria doveva esistere un guado tra la collina e la pianura, il ponte della Pietra resta, anche se ricostruito, uno dei massimi monumenti della Verona romana. Il suo orientamento, non in asse con i decumani tracciati da chi si occupò poi di dare una struttura regolare all'impianto della città, fa pensare che esso sia nato anteriormente a tale progetto, per cui è lecito far risalire a prima dell'89 a.C. - anno in cui Verona divenne colonia latina - un primo manufatto costruito a cavallo dell’Adige, fra la riva destra e la riva sinistra.

Ma soffermiamoci un momento sulla storia del manufatto che, dai tempi della sua costruzione in poi, è stato oggetto di vari crolli, ricostruzioni e restauri. In origine esso si fondava su quattro pile lunghe m 3,50 ciascuna e attraverso le quali erano state gettate cinque arcate con luci rispettivamente di m 15, 16, 16, 16, 15. Complessivamente era dunque lungo 92 metri. Quattro finestrelle si aprivano sopra le pile fra un'arcata e l'altra, come si deduce da quella che oggi si vede tra le due arcate superstiti. Esse, oltre che assicurare un efficace sfogo alla corrente in caso di piena, costituivano pure un sobrio motivo di decorazione del manufatto, come per altri ponti della stessa epoca.

Non è facile stabilire con precisione quando sia stato costruito il primo ponte della Pietra e a quando risalga il suo rifacimento antico (esso venne, infatti, rifatto ancora in età romana), ma è logico pensare che, conseguita una certa floridezza economica, Verona abbia provveduto, dopo l'89 a.C., alla sostituzione del vecchio ponte con un altro ponte in blocchi di marmo. Quanto alla sua ricostruzione, essa dovrebbe cadere verso la fine del II secolo d.C.

Sii può far risalire dunque una prima costruzione del manufatto quando Verona divenne colonia latina (l’89 a.C. appunto). Ma di quell'epoca però non ci rimane nessun documento o resto architettonico. Doveva trattarsi senz'altro già allora di un ponte costruito in blocchi di pietra, come in pietra fu costruito il successivo. E fu proprio nel dopoguerra, con il recupero del materiale per la ricostruzione delle due arcate di sinistra (le altre due sono d’età medioevale) che ci si rese conto della tecnica usata dai Romani: essi adoperarono blocchi di pietra parallelepipedi, disposti l'uno sopra l'altro e tenuti insieme, in particolare, da grappe metalliche. Si è inoltre scoperto, proprio in questa circostanza che, probabilmente, molti blocchi furono adoperati due volte, e inoltre che essi, pure provenienti tutti dalla Valpolicella, non appartenevano alla medesima cava, essendo le pietre di qualità diverse.

Un dato che è comunque certo e sul quale tutti gli storici convengono è che proprio a questo ponte, situato in un punto di facile attraversamento del fiume Adige, dobbiamo la nascita della città di Verona, la cui importanza «come punto d’incrocio naturale di comunicazioni e di civiltà» durerà anche dopo l'età romana.

Un primo ponte, magari in legno, può essere stato messo in opera in questo sito dopo la costruzione della Via Postumia, tracciata da Genova ad Aquileia nel 148 a.C. E’ probabile, infatti, che quella via, in un primo tempo, si servisse di tale sito per attraversare a Verona il fiume Adige; qui invero il fiume presenta ancor oggi una piattaforma rocciosa che si trova, fino a quasi metà alveo, di poco sotto il pelo dell'acqua, ha una larghezza minima di m 92 circa, ed infine la sua corrente arriva con un tornante ridotto di potenza dal colle di San Pietro. Questo dunque doveva essere un buon punto di passaggio per un fiume relativamente largo, soprattutto in pianura, come l’Adige, tanto più che un ponte sarebbe divenuto perno strategico tra la collina e l'ansa del fiume.

Ma ecco, ad ogni buon conto le date più importanti - tra quelle che le cronache qualche modo ci hanno fatto giungere - riguardanti la travagliata lunghissima vita dello storico monumento. Già in età romana le due arcate oggi superstiti - e forse l'intero ponte -subirono, come si è veduto, un crollo e furono ricostruite con lo stesso materiale e sul medesimo modello di quello originario. Forse a quest’episodio si riferisce il Moscardo secondo il quale nell’anno 87 crollava l'arcata destra fra quelle che allora esistevano. Nel 1007 poi l'Adige crebbe talmente che il ponte crollò di nuovo (Panvinio). Ancora nell'anno 1153, crollarono il ponte della Pietra e il ponte delle Navi (Paride da Cerea). Nel 1232 al tempo delle guerre dell'imperatore Federico e d’Ezzelino da Romano, i mantovani distrussero il ponte della Pietra che i veronesi rifecero subito in legname (Zagata) sostituendovi poi nel 1234 un ponte con pile ed arcate in mattoni (Saraina).

Ancora: nell'anno 1239, 3 ottobre, l’Adige crebbe talmente da far cadere tutti i ponti (Moscardo), sebbene un’iscrizione sulla facciata di Santo Stefano dica invece che nel crollo di tutti i ponti solo il ponte della Pietra rimanesse in piedi. Ma un’altra iscrizione graffita su un affresco nella basilica di San Zeno concorda con altre fonti che rivelano come in quest’occasione caddero il ponte della Pietra, il ponte Nuovo e il ponte Navi.

Nel 1298 Alberto della Scala dette mano al restauro della torre in capo al ponte verso il Duomo e nell'anno 1368 Cansignorio fece passare sul ponte l'acquedotto che, proveniente da Avesa, portava l'acqua del Lorì alla fontana di Madonna Verona in Piazza Erbe, oltre che in numerose case del centro storico.

E di altra torre il ponte era stato pur munito in quegli stessi anni al suo accesso verso Santo Stefano, aumentando la maestosità di tutto l'insieme, quella che aver colpito alla fine del Quattrocento anche il poeta Francesco Corna da Soncino, fabbroferraio, che così esprime la sua ammirazione nel suo poema in ottave in onore della città:

Assai se potria dir de sta cittade
quanto che fu et è ben adotata
de li edificii vecchi in quantitade
e de li novi per ogni contrada;
de tutte cose e l'ha commoditade,
e da tre parte è d'acqua circondata,
con quattro ponti de pietre intagliati
e con lor torre nel fiume fondati.

Cotesti ponti par una beleza
a chi remira li archi e pilastroni;
de vive pietre de magna grandeza
son l’archivolti e li forti torioni,
che ciascadun de quell'hanno fortezza
con ponti levatoi da' bolzoni;
et hanno questi ponti i poggi a' lati
con mur coperti e con lastre abancati.

Probabilmente già da allora sul ponte erano anche delle casupole, come quelle che le stampe ci mostrano in parte pensili e sostenute alle fiancate da mensole e travi, a servIre da abItazIone a barcaioli e molinari, ma che ospItavano anche due osterie e qualche bottega, alle quali si accedeva appunto attraverso la torre posta alla testata sinistra del ponte, in corrispondenza con la torre di destra tuttora esistente.

Finalmente nel 1503 il ponte fu ricostruito in pietra (prima era di legname), ma non ancora finito crollò per buona parte e quindi fu provvisoriamente fatto sempre in legname. E siamo così al 1508 quando il Consiglio della città chiese l' opera dell'architetto Fra’ Giocondo per la sovrintendenza ai lavori di costruzione del ponte romano. Tali lavori iniziarono però solo nel 1520 con la costruzione dei tre archi verso la città e con la preoccupazione di armonizzarli il più possibile con i due archi romani superstiti verso Santo Stefano, e finalmente nel 1521 si conclusero sotto la sorveglianza di Fra’ Giocondo.

Saltiamo ora tre secoli e veniamo al 1801, anno in cui fu demolita la torre che sorgeva in capo al ponte dalla parte di Santo Stefano. Pochi anni appresso sarebbero scomparse anche le numerose casette appollaiate sul ponte, sempre verso la sponda di Santo Stefano: elementi assai caratteristici di una Verona medioevale destinata via via a scomparire in omaggio ad un decoro civico così come veniva inteso in tempi ormai moderni, preludio dunque ad una serie d’abbattimenti di sovrastrutture non considerate compatibili con la maestosità delle architetture originali, romane o medievali che fossero.

Nel 1891 invece si risarcirono i piloni e gli archi verso la città. I lavori vennero conclusi tre anni dopo, nel 1894. Si è già detto come il 25 aprile del 1945 il ponte minato dai tedeschi venisse atterrato nonostante le assicurazioni del feldmaresciallo Kesselring: rimase in piedi solo il primo arco a destra. Nel 1957, il 2 febbraio, si pose la prima pietra per la ricostruzione delle arcate distrutte e finalmente, il 7 marzo 1959, venne inaugurato il ponte a coronamento di una fedelissima ricostruzione, e chiudendo in tal modo l'ultima grave ferita inferta dalla guerra a Verona, risarcendo così la città di una delle più dolorose perdite procuratele in tristi anni.

Per anni i tecnici della Sovrintendenza, guidati dal professor Piero Gazzola assistito dall'architetto Libero Cecchini, erano passati e ripassati lungo l' Adige, fra San Giorgio e Santo Stefano, dove i singoli pezzi erano allineati in attesa di ritrovare il loro posto nel modello di gesso. Pareva uno di quei giochi che i bambini vanno facendo pazientemente con i dadi per veder apparire finalmente l’immagine riprodotta nel modello.

Alla fine del 1956 questa prima fase poteva dirsi conclusa e con la stagione di magra dell'Adige si passava alla costruzione delle basi delle pile. In una di queste - la prima a sinistra - la mattina del 2 febbraio 1957, veniva posta solennemente la prima pietra. Da allora assai celermente, si passava alla posa delle armature metalliche, sulle quali dovevano poggiare gli archi in costruzione e veniva installata su un ponte scorrevole la gru mobile che contribuiva a rendere più rapido e meno faticoso il ritorno alla dimora d'un tempo dei singoli conci. Questi venivano poi legati tra loro con la stessa tecnica adoperata dall’architetto di duemila anni or sono: l'impiego dei bironi saldati col piombo.

La buona organizzazione del cantiere, che richiese l' impiego di 11.300 giornate lavorative, consentì allora di portare a termine l'opera, anziché nella primavera del 1960, com’era previsto, prima dell'inizio di quella del 1959. I lavori condotti in economia dalla Sovrintendenza, e quindi a spese dello Stato, avevano beneficiato anche del contributo di banche locali e della Camera di Commercio.

La direzione generale dell'esecuzione era stata tenuta dal sovrintendente professor Piero Gazzola che aveva avuto nel professor Danusso del Politecnico di Milano, nel professor Anti dell'Università di Padova e nel professor Marzolo pure di Padova dei valorosissimi consulenti tecnici, rispettivamente per i problemi della statica, della archeologia e della idraulica che interessavano la ricostruzione del manufatto. Tra i collaboratori più attenti del sovrintendente nel rifacimento va ricordato anche l' architetto Libero Cecchini che ebbe a seguire da vicino tutte le varie fasi e diresse in quegli anni il cantiere.

Si concludeva così la ricostruzione di questo ponte gettato tra le due sponde dell’Adige, nel punto culminante dell'ansa che il fiume compie ai piedi dell'acropoli, collegate in tal modo come lo furono per duemila anni, ripristinando una delle più antiche arterie che, venendo dal sud, usciva da Verona, verso la Val d’Adige.

Se il ponte della Pietra si può dunque considerare un palinsesto di manufatti d’epoche diverse e se l'archeologo giustamente deplora e rimpiange le offese e i danni arrecati all'insigne monumento dal tempo, dagli uomini, dalle violente inondazioni dell' Adige, chi è più attento ai valori pittorici può - come giustamente sottolinea Raffaello Brenzoni - gioire ancora della varietà dei toni e delle colorazioni, del rapporto che nasce dalle gamme dei blocchi originali di pietra resi vari e soavemente colorati dalle macchie del tempo e degli elementi e da quelle dei rossi mattoni, velati di colorazioni brunastre, grigie e verdi, che si collegano alle più tarde ricostruzioni, specie del periodo medievale.

Il ponte della Pietra, perdendo insomma l' antica originaria organica struttura, che conserva solo nei due archi verso la collina, avrebbe dato a Verona una nota di colore indubbiamente più bella, che può in parte attenuare, dal punto di vista paesaggistico, il lamentato danno conseguente al crollo delle originali arcate romane.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1992

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