Ponte Scaligero (o di Castelvecchio) - Verona

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Ponte Scaligero (o di Castelvecchio)

Verona / Italia
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Duratura fu la veste originaria del maestoso ponte di Castelvecchio, celebrato dagli storici come "l'opera più audace e mirabile del medioevo in Verona".

Portato a termine nell'arco di tre anni, quasi sicuramente tra il 1354 e il 1356, fu costruito per ordine di Cangrande Il, che intendeva così assicurare alla sua nascente fortezza sul fiume un'autonoma via di fuga (o di accoglienza di soccorsi) verso il Tirolo, dove regnava suo genero Ludovico il Bavaro, marchese di Brandeburgo.

Il ponte, a tre arcate di ampiezza degradante poggianti su due turriti piloni pentagonali rostrati a monte per rompere la corrente, era praticamente, per dirla con Pierpaolo Brugnoli, "un arco di trionfo su una via d'acqua", fungendo da maestosa porta d'ingresso in città per chi vi arrivava dal nord. Analoga funzione, in senso speculare, svolgeva verso valle il ponte delle Navi, anch'esso turrito.

Nonostante la sua bellezza ed imponenza ("quasi - la bella immagine è di Maria Teresa Cuppini - impugnatura di una balestra, il castello, pronta a saettare contro la città") ne facciano uno straordinario esempio delle potenzialità tecniche del secolo XIV, il nome del suo costruttore è avvolto nel mistero. Un documento del 1495 indica come tale Guglielmo Bevilacqua, ed una leggenda, raccontata da Girolamo Dalla Corte nella sua Historia di Verona, vuole che che Cangrande Il gli donasse la spada che si riteneva appartenuta a san Martino, conservata nell'omonima chiesetta che venne poi compresa nel castello.

Alcuni studiosi hanno invece ipotizzato, sulla scorta delle numerose analogie tra il ponte di Castelvecchio e quello delle Navi, una comune paternità, da attribuire allora a Giovanni da Ferrara e Giacomo da Gozo: ma nessun documento supporta questa teoria.

Chiunque l'abbia progettato, ha comunque eseguito un lavoro mirabile. "Le diverse ampiezze degli archi - scrive ancora Maria Teresa Cuppini - studiate, al pari della mole delle pile (quasi rostri a difesa dall'irruenza dell'Adige), in rapporto alla diversità di forza d'urto della corrente di quest'ansa del fiume, hanno determinato una figura superbamente gotica, con rapporti nuovi ed audacissimi tra le parti".

Prodigiosamente ardita, per i tempi, era l'arcata di destra, con una luce di quasi cinquanta metri, contro i ventinove e i ventiquattro delle altre due. La parte inferiore del manufatto, fino a quattro metri sopra la corrente ordinaria, era di marmo bianco e rosso; la parte restante di mattoni in cotto. Massicci anche i due piloni. Il maggiore era arricchito da quindici capitelli corinzi e da frammenti di bassorilievi romani, la cui presenza è stata, nei secoli passati, ritenuta conferma della preesistenza in loco di un ponte romano: quest'ipotesi, tuttavia, non ha mai trovato conferma in alcun riscontro oggettivo, né archeologico né documentario. Il ponte, il cui percorso interno era lungo più di centoventi metri, e largo oltre sette, era munito di mura merlate provviste di camminamenti, con feritoie nei piloni. Alle sue estremità, infine, due alte torri.

La sua robustezza consentì al ponte di attraversare, praticamente intatto, cinque secoli di storia e le più dure piene dell'Adige. A dan- neggiarlo, tuttavia, provvide la mano dell'uomo. Nel 1802, dopo la pace di Luneville, i Francesi abbatterono la torre che sorgeva sul lato sinistro del fiume: con i suoi mattoni, fecero erigere (all'altezza del primo pilone) un muro che fungesse da "confine" tra loro e gli Austriaci. Inoltre, rimossero o murarono gran parte delle merlature. Due lapidi ricordano che nel 1824, ai tempi di Francesco l d'Austria, si procedette al restauro del pilone principale, parzialmente corroso dal corso della corrente, mentre dieci anni più tardi furono ripristinate le murature e riaperti i camminamenti.

Ma la fine, per il maestoso gigante medievale, de sarebbe arrivata la sera del 25 aprile 1945, dall'esplosione delle mine tedesche. Preavvertite dell’imminente distruzione, le autorità cittadine, civili e religiose, tentarono spasmodicamente di salvare almeno i due ponti monumentali, cioè Castelvecchio e ponte Pietra, ma inutilmente: e anche il meraviglioso ponte scaligero andò praticamente distrutto.

Dopo lunghe discussioni sull'opportunità di procedere ad un suo integrale rifacimento, il manufatto venne fedelmente ricostruito, ad esclusione della torre di sinistra: dato che i primi documenti che ne testimoniavano l'esistenza erano del XV secolo, si ritenne che non facesse parte del disegno originale del ponte, ma risalisse all'età viscontea, se non addirittura veneziana.

I lavori di ricostruzione, iniziati nel febbraio 1949, furono condotti dall'ingegner Alberto Minghetti con la consulenza artistica dell'architetto Libero Cecchini, sotto la supervisione della Soprintendenza ai Monumenti, allora diretta da Pietro Gazzola. Due anni più tardi, nel luglio del 1951, il ponte di Cangrande Il svettava nuovamente sulle verdi acque dell'Adige.
Fonte: Notiziario BPV numero 1 anno 1998

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