Porta Borsari - Verona

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Porta Borsari

Verona / Italia
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L'appellativo Porta dei Borsari, con il quale rientra nella toponoma-stica attuale, risale al periodo medioevale, quando i bursarii riscuotevano presso la porta le imposte sulle merci.

Un recentissimo ritrovamento a San Procolo ha permesso di conoscere il nome romano della Porta dei Borsari, che era denominata "Porta Iovia" dal vicino tempietto di Giove Lustrale, i cui resti sotto la chiesa di San Michele alla Porta furono demoliti nel 1926-31 per dare spazio a via Diaz.

Eretta sul decumano massimo, asse portante dell'urbanistica veronese, poteva essere considerata in epoca romana l'ingresso principale della città proprio perché punto obbligato di transito per i traffici interregionali che si svolgevano lungo la via Postumia.

A differenza di quanto abbiamo potuto rilevare considerando la Porta dei Leoni, qui esiste soltanto la porta di età imperiale sulla quale, tra il fregio e l'architrave, preventivamente spianati, fu incisa l'iscrizione ancor oggi visibile. In essa la città viene chiamata Colonia Augusta Nova Gallieniana, e la menzione del rifacimento delle mura nel tempo di sette mesi è testimone del ruolo difensivo che Verona assumeva dopo l'invasione alemanna del 258, ruolo che Gallieno riconobbe provvedendo alla sua fortificazione nel 265.

L'iscrizione, testimonianza della fine di un 'età felice, fu riportata sulla porta quasi a dimostrare che essa, con la nuova cortina di mura, tornava a formare uno stretto sistema difensivo.

In verità la porta era stata costruita intorno alla metà del primo secolo d.C., quando il Consiglio cittadino decise di conferire nuova monumentalità alle porte repubblicane che avevano mantenuto nel tempo la loro piena efficienza, in quanto in esse si concentravano valori religiosi e giuridici che le facevano sacre.

Oggi si riconosce abbastanza concordemente che il rifacimento delle due porte repubblicane è da attribuirsi ad età claudia quando la città ebbe il rango di colonia.
I contatti fra Verona e l'imperatore Claudio trovano espressione nell'epigrafe conservata al Teatro Romano e proveniente da Piazzetta Martiri e nella presenza di Seviri claudienses che ricorrono in alcune iscrizioni.

Anche il tracciato dell'importante strada da Ostiglia per Verona fino al Danubio, voluta da Augusto e rivalutata da Claudio, è un'ulteriore testimonianza dei motivi di benemerenza che questo imperatore poteva vantare nei confronti dei veronesi.

Della porta rimane solo la facciata verso l'agro che si articola in tre piani, per un'altezza complessiva di metri 13, una larghezza di metri 12,93 mentre lo spessore è appena di metri 0,93 nella parte inferiore e di metri 0,50 in quella superiore. Il materiale impiegato è la pietra bianca di Valpantena.

Il primo piano è costituito da due fornici, larghi metri 3,55 e alti metri 4,12, inseriti entro una specie di edicola la quale è chiusa da due mezze colonne scanalate, con base attica e capitello corinzio. Queste colonne reggono una trabeazione sormontata da un timpano notevolmente schiacciato. L'unità tra i due fornici è data dalla trabeazione, segnata in alto da un cornicione su cui posano gli elementi del secondo piano, che si articola in una successione di sei finestre.

Le due esterne sono ornate da una triplice incorniciatura; quella più interna è la più semplice e risulta inquadrata da un’elegante edicola con pilastri scanalati. Tutto questo, a sua volta, è incluso entro un’intelaiatura maggiore, formata da colonne tortili con capitelli corinzi su cui insiste la trabeazione coronata da un timpano triangolare.

Le due finestre centrali, ciascuna incorniciata da un’edicola a frontone triangolare, sono unite insieme da un’incorniciatura comune, composta da colonne tortili, sormontate da una semplice trabeazione. Le altre due finestre, seconda e quinta, sono decorate solo nell'orlo del vano luce.

Anche il terzo piano è formato da sei finestre, più slanciate rispetto a quelle del secondo, ciascuna delle quali è inclusa in una inquadratura rettangolare. Queste finestre dal profilo così semplice erano incentrate fra colonne sottili posanti su mensole e portanti in alto una trabeazione a settori alternamente aggettanti e rientranti.

Lo stato di conservazione di questo piano è insoddisfacente, perché mancano le sette colonne che scandivano gli spazi entro cui erano racchiuse le sei finestre.

La porta imperiale fu addossata a un' opera preesistente cioè alla porta repubblicana, come si può rilevare da una fascia di otto file di mattoni che, secondo il Beschi, "doveva segnare una sutura con la costruzione retrostante e costituire anche il cammino di ronda". Quest'ultimo si poteva articolare così: dalle torri angolari al piano di calpestio dietro il primo e il secondo ordine di finestre della facciata esterna, quindi lungo le mura di recinzione del cortile interno per raggiungere la facciata verso la città. Quest'insieme costituiva un piccolo fortilizio in un punto obbligato di transito.

In seguito a lavori eseguiti nel 1813 il livello della strada venne abbassato di circa un metro e mezzo perciò quello di Porta Borsari è l'unico punto della città in cui il livello attuale della strada corrisponde all'antico livello romano. Ciò è testimoniato da una lettera di Gaetano Pinali inviata al cav. Giuliari, che fa riferimento ai lavori: "la porta dei Borsari venne testé per vostra cura, dall'esperto vostro ingenio restituita nel genuino suo ingresso all'antico identico livello della strada romana".

Successivi lavori, eseguiti nel 1860, consentirono di rilevare l'intera struttura di fondazione della porta di età repubblicana. Su questi lavori condusse uno studio illuminante il Kähler, il quale pubblicò una pianta delle fondazioni interessanti tutto il complesso della Porta dei Borsari, pianta che fu ripubblicata dal Beschi.

Essa consente di ricostruire l'intera struttura della fondazione della porta di età repubblicana. La fronte interna di essa distava metri 17,80 dalla porta imperiale. Sono segnalati tre corpi di fondazione aventi struttura in mattoni, rinforzata agli angoli da elementi di tufo e da conci di calcare. Dallo studio del Kähler, che si dedicò con passione alla rilevazione dei dati, si può constatare come i tre piani dell'opera risultino frutto di uno stesso lavoro sia per tecnica muraria, sia per eguale cura nell'esecuzione dei dettagli, sia per unità di concezione che lega decorativamente i tre piani dell'opera, ricalcanti lo schema della porta aurea di Ravenna del 43 d.C.

La porta fu oggetto di particolari studi e osservazioni fin dall'età rinascimentale ma incontrò anche il biasimo di autori importanti come il Serlio, che non la giudicò degna di essere riprodotta nella sua opera. A testimonianza dell'interesse locale per questo monumento è da citare il disegno fattone dal Caroto e il suo utilizzo a illustrazione delle "Istorie" di Torello Saraina. Nel disegno attribuito al Palladio sono evidenziati, come dice il Beschi "quei principi di proiezione scenografica che sono i caratteri distintivi della porta".
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