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Porta Leoni

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Contrariamente a quello che si potrebbe credere è la più completa delle due porte romane di Verona, anche se ha un solo fornice: ma tutti i Veronesi, e non, hanno potuto constatare in questi anni i cospicui resti del complesso che ora sembra abbastanza vicino a sistemazione.

La porta si trova alla fine del Cardine Massimo (l'attuale sequenza di strade che in direzione est-ovest termina con via Cappello, via Leoni, proveniendo da piazza Erbe): quando fu costruita apriva la città all'ingresso della via che, provenendo da sud, attraverso Ho- stilia, congiungeva Bologna con Verona.

Il nome attuale, quello medioevale era Porta San Fermo e quello rinascimentale Arco di Valerio dal primo dei quattro nomi che compaiono sull'epigrafe di cui diremo, è di origine popolare, a ricordo di un coronamento sepolcrale romano che si trovava nelle vicinanze e che portava due leoni sdraiati uno a fianco dell'altro: i due leoni si possono ora vedere consunti dal tempo più che mai, dietro il monumento a Umberto I, sulla sinistra per chi esce, prima del ponte Navi. Il complesso della Porta Leoni, come per l'altra porta romana, era formato da una costruzione rettangolare, con uno dei due fronti brevi rivolto alla campagna (allora!) fiancheggiato da due torri (uno è ora a cielo scoperto nel bel mezzo della via), e uno rivolto alla città. Questi due lati minori della larghezza di ca. 10 m. erano uniti da due muri laterali lunghi ca. 14 m. e da un muro mediano, di minor spessore, a dividere in entrata e uscita (il doppio senso viario ci dice l'importanza di Verona) il cortile che si trovava tra le due facciate distanti fra loro ca. 20 m.; tutto l'edificio, atto ad ospitare la guardia, era alto ca. 13 m. quanto cioè le mura della città, delle quali con il raccordo delle torri costituiva corpo unico.

Quello che oggi ci è dato vedere del tutto è la doppia facciata interna rivolta verso il foro, la parte sinistra con il fornice sinistro nell'alzato in cotto e tufo di età repubblicana, e il paramento in pietra bianca di età claudio-flavia; inoltre gli scavi di questi ultimi anni hanno riportato alla luce quello che si conosceva già esistere: la base della torre di destra, con il basamento del muro, parte del litostrato di base; l'altra torre è sotto le case a sinistra. Non esistono più: la metà della facciata a foro e l'intera facciata a campagna che doveva essere, tra l'altro, la più significativa e la più adorna. Tutto il complesso, per ovvi motivi, ha un carattere chiaramente difensivo; una breve parentesi storica spiega il perché della struttura fortemente difensiva di questa porta e di porta Borsari, e, contemporaneamente indica le motivazioni della loro architettura chiaramente romana e centralizzata, in linea cioè con il principio della centralizzazione romanizzante della politica di espansione imperiale della Capitale.

I Galli Cenomani, gli abitantì del Veronese degli ultimì secoli prima di Cristo, erano stati quasi sempre fedeli alleati di Roma, che con essi già sul finire del III sec. a.C. aveva stabilito simmachie (alleanze militari) e rapporti di amicizia, che si trasformarono a poco a poco nel corso del Il sec. a.C. in una tacita sottomissione di fatto alla Capitale; sottomissione dimostrata dalla apertura delle grandi strade che da ovest e da sud attraversarono in tempi diversi, ma sufficientemente ravvicinati, i territori dei Cenomani e dei Veneti: la via Postumia, stesa nel 148 a.C., transitante per Verona, di cui, anzi, formava il Decumano Massimo; nel 131 a.C. la via Annia a proseguimento della via Popilia proveniente da Rimini, in raccordo con la via Flaminia; la via Aurea da Padova ad Asolo, la via da Milano a Verona e la via da Bologna a Verona tramite Hostilia. Intorno a queste strade, dopo il grande spavento dell'invasione dei Cimbri sul finire del Il sec. a.C., con la Lex Pompeia erano state fatte le centuriazioni anche dei territori veronesi; e tutte le città della Gallia Cisalpina nel 49 a.C. con la Lex Roscia acquistavano la piena cittadinanza romana.

Questa centuriazione (suddivisione del territorio secondo assi ortogonali e misure progressive di terreno) e la costruzione delle sopraricordate strade che si raccordavano grossomodo a questo sistema di suddivisione, segnano la definitiva romanizzazione del Veneto. Così Verona darà il suo primo poeta latino a Roma: Catullo; sarà quindi la volta di Padova con Livio, e della vicina Mantova con Virgilio. Più completa e più perfetta di così la romanizzazione non poteva essere!

Porta Leoni, dunque, e Porta Borsari, il Ponte della Pietra e tutti gli altri monumenti del periodo repubblicano non facevano che confermare questa romanizzazione e metterne in evidenza, contemporaneamente, soprattutto nelle opere difensive, l'aspetto di conquista.

Tornando al nostro discorso, Porta Leoni in epoca repubblicana era costituita di due facciate in cotto con profilature decorazioni e modanature in tufo: una rivolta alla campagna e l'altra alla città. Dovevano essere sostanzialmente identiche nelle strutture, formate da due fornici larghi 330 cm. e alti 525 cm. sopra i quali concludeva la prima parte della costruzione una coronazione ionica in tufo a "cresta d'onda" alta cm. 95, per un totale di cm. 694. Seguiva poi un primo piano con sei finestrelle alte 158 cm. e larghe 60 cm. scandite da piatte lesene di tufo: per una altezza totale di questa fascia di cm. 291, completata da una cornice dorica alta cm. 101, classicamente composta da metopi decorate con bucrani vittati (decorati con benda), rosette e patere, e intervallate da triglifi. Il tutto listato da un geison (fascia decorata) con protomi leonine. La completezza della decorazione farebbe supporre questa come conclusiva della facciata, che invece prosegue con un'altra serie di sei finestre alte cm. 180 e larghe cm. 60, ritmate da semicolonne alte cm. 209; doveva quindi esserci una cornice finale sporgente per un totale complessivo di ca. 13 metri.

Di questa facciata rimane la parte sinistra rivolta al foro, che si intravede sotto il rivestimento in pietra bianca eseguito in età imperiale e di cui diremo tra poco, ricordando che la maggior parte dell'architettura romana, anche se un certo gusto ricostruttivo scenografico ha diversamente indicato, era composta strutturalmente con mattoni e tufo, e solo per i palazzi di estrema importanza veniva ricoperta con marmi, qualche volta anche particolarmente pregiati o rari.

A ca. 20 m. in avanti verso l'agro si alzava la facciata esterna della quale nulla più possediamo: le sue misure le possiamo supporre identiche a quelle della facciata a foro; la decorazione probabilmente no, perché una "differenza di qualità è postulata dalla considerazione... che una porta ha il suo significato principale, il suo valore rappresentativo più verso l'agro che verso la città". In fianco a questa facciata, raccordo necessario con le mura e ad esse più che alla porta accostate anche architettonicamente, le due torri con diametro di cm. 424 e sedici spigoli, delle quali ci restano i basamenti recuperati a ciel sereno per quella di destra, nelle cantine sotto la farmacia per quella di sinistra.

In età imperiale, quasi un secolo dopo questa prima porta repubblicana della cui facciata abbiamo appena detto, su di essa, alla distanza di ca. 50/60 cm. venne alzata la porta marmorea. Per la data bisogna tenere conto, centrando l'occhio alle vicende della successione imperiale del 69 d.C., di due termini ante quem e post quem: il 41 d.C. anno della porta Aurea di Ravenna e il 73 d.C. anno del Capitolium vespasianeo di Brescia.

Il paramento in pietra bianca della Valpantena è una delle testimonianze dell'opera di quel rinnovamento e di arricchimento dei monumenti ufficiali della città che anche Vespasiano continuerà ed, anzi, potenzierà; di quel rinnovamento per il quale Verona sarà la «Magna Verona » di Marziale (XIV, 195). Anche di quest'opera di arricchimento noi possediamo solo la facciata sinistra a foro, quella, appunto, visibile subito al visitatore e che copre la sottostante facciata repubblicana appena descritta.

Poiché questa è la facciata che ognuno può vedere, non ci soffermeremo a descriverla, e ci basterà annotare alcuni particolari. Prima di tutto la scritta, in bei caratteri di lapidaria romana quadrata, scolpita subito sopra il fornice sulla fascia bassa dell'architrave: TI. FLAVIVS. P.F. NORICVS IIIIVR I.D. Probabilmente dovevano comparire in altrettante fasce gli altri tre nomi dei quattuoviri, che, su decreto dei Decurioni, avevano curato l'arricchimento della porta. Così come nella più antica epigrafe della porta repubblicana, che si trovava nel pennacchio tra i due fornici, il Saraina per primo nel 1540 leggeva i quattro nomi: P. VALERIVS/Q. CAECILIVS/Q. SER- VILIVS/P. CORNELIVS. Anche costoro erano i quattuoviri incaricati dell'esecuzione e cura dei lavori della prima porta: li potremmo quasi considerare i fondatori ufficiali di Verona romana e costatare subito come i loro nomi sono tutti e quattro perfettamente e completamente latini.

La copertura del paramento marmo reo ripete sostanzialmente le forme sottostanti, arricchendole di particolari decorativi quali le due colonne doriche con capitello corinzio ai Iati del fornice, le lesene scannellate con capitello delle tre finestrelle del primo piano, e il vano della grande esedra del secondo piano, che non ripete dunque le strutture del sottostante muro, con quella bellissima colonna a scannellature spirali che rimane a testimonianza dell’estrema raffinatezza che doveva comporre il tutto: una raffinatezza, però, contenuta in pochi e sobri elementi. Una parte notevole delle decorazioni più fragili o più esposte è sicuramente andata perduta: tuttavia una certa semplicità e severità di impostazione generale, unite a un certo gusto per alcune "audacie" anticlassiche, come la costruzione dell’ultimo piano hanno fatto ritenere la porta della fine del periodo claudio o, al massimo. del primo periodo flavio. Sono questi gli anni in cui Verona raggiunge il suo momento di splendore unito ad una notevole Importanza politica esaltata proprio dalle lotte per la successione al trono susseguitesi in quel movimentato 69 d.C.
Fonte: Notiziario BPV numero 2 anno 1981

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